Aurelio Angelo BIANCHI-GIOVINI.

BIOGRAFIA DI FR PAOLO SARPI.

Teologo e Consultore di Stato della Repubblica veneta.

Parte 2.

1847 Basilea.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Gianluigi Trivia e Antonio Preto per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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dal Capo Decimoterzo al Capo Ventesimoquarto.
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Fine Indice.
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CAPO DECIMOTERZO.
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(1606-1607). A un fatto cos nuovo rest prima sospesa 
l'Europa, poi vi prese una parte cos viva come di causa 
comune; e nella moltitudine degli scritti in favore della 
Repubblica dettati da uomini egregi per fama e sapere, e 
fra l'eco delle opinioni avverse alla Curia, andavano smar-
rite le voci contrarie di preti e frati oscuri, gli scritti de' 
quali, come lo attestano i curiali medesimi, erano nem-
manco letti, avvegnach distribuiti gratuitamente; per 
converso anco negli Stati Pontificii, malgrado il timore 
dell'inquisizione, erano cercati a gran prezzo e letti avi-
damente quelli de' Veneziani o de' loro fautori, e con pi 
particolare amore accolti gli scritti di Fr Paolo, i quali 
anco volavano oltre l'Alpi, tradotti in latino, in francese o 
in tedesco, ad uso di quelli che l'italiana favella non cono-
scevano. Non si ha forse esempio di tanto entusiasmo per 
un uomo; ma da quell'uomo dipendevano le sorti del sa-
cerdozio e dell'impero. Intanto i frati a Mantova, a Ferra-
ra, a Milano, a Napoli, si sbracciavano a predicare dai 
pulpiti contro il Senato, e il Sarpi additavano alla plebe 
come immagine o precursore dell'Anticristo. I gesuiti, pi 
astuti a turbare le coscienze e a sommovere i popoli, car-
teggiavano cogli aderenti loro nello Stato veneto, vi man-
davano fattorini; entravano essi, ancora sotto mentite spo-
glie, tentavano, corrompevano. Il gesuita Possevino si 
vantava egli solo di tenere a' suoi ordini pi di 300 giova-
netti delle primarie famiglie pronti a ribellarsi ai genitori e 
al governo: iattanza al certo, ma prova che questa setta 
non ha mai abborrito i mezzi odiosi. N le loro macchina-
zioni si ristrinsero sugli orli del dominio veneto, o nell'Ita-
lia, ma in Ispagna ancora, in Francia, in Boemia, in Polo-
nia e fino in Inghilterra, in onta alle spesse mortificazioni 
incontrate. E cos continuando dappertutto a diffamare il 
Senato, a suscitar disturbi a' suoi ambasciatori, a fingere 
lettere per metterlo in discordia con s o in guerra con altri 
Stati, a spargere libelli incendiari fra' suoi popoli, a inci-
targli la guerra civile in casa, tanto affatic la pazienza di 
quel corpo che a' 14 giugno 1606 li band in perpetuo dal-
la Repubblica con decreto cos severo e accompagnato da 
tali formalit, che il rivocarlo diventava quasi impossibile. 
Dieci anni innanzi erano stati banditi dalla Francia come 
regicidi, corruttori della giovent e promovitori di ribel-
lione. A ci si mosse il Senato non pure pel narrato cumu-
lo di oltraggi, ma per essersi scoperto che tenevano regi-
stro delle confessioni delle quali abusavano per conoscere 
i pi occulti interessi delle famiglie e dello Stato. Nei pre-
cipizi della loro fuga, fra le carte che non ebbero il tempo 
di dare al fuoco lasciarono alcuni registri di esse confes-
sioni, e residui di carteggi criminosi, e copie a penna di 
Alcune regole segrete da osservarsi per stare attaccati al-
la Chiesa ortodossa; in latino: la terza prescrive di credere 
alla Chiesa jerarchica quando ancora dica che  nero quel-
lo che par bianco; e la decimasettima comanda a' predica-
tori di non predicare od inculcar troppo la grazia di Dio. 
Cose simili, bench pi coperte, si hanno nelle loro regole 
stampate a Roma.
L'espulsione di questa setta fu una prova luminosa della 
concordia che regnava nel Senato, dove 180 essendo i vo-
ti, e molti dei senatori gi penitenti o amici agli Ignaziani, 
bench tratti a scrutinio secreto, neppur uno sort favore-
vole.
Il qual nuovo colpo fece sentire al pontefice con che 
genti avesse a fare. N gli venivano migliori consolazioni 
da altre parti. In Polonia, alcuni Veneziani erano stati 
scacciati da una chiesa, ma il governo obblig i preti a 
scuse ed ammende; a Vienna il nunzio ebbe la mortifica-
zione di non dover comparire alla festa del Corpus Domi-
ni perch la corte non volle escluderne l'oratore veneto; il 
re d'Inghilterra si offriva per la Repubblica; quello di 
Francia si adoperava con leal fede per la concordia, ma in 
caso di guerra dava manifesti indizi che voltava le armi 
contro la Curia; l'imperatore applaudiva ai fatti della Re-
pubblica, e quand'anco avesse voluto aiutare il papa, non 
poteva, travagliato dalla guerra coi Turchi. Solo da Spa-
gna gli veniva qualche conforto, perch il conte di Fuen-
tes, governatore di Milano, armava e minacciava i confini, 
ma non aveva danari per pagare l'esercito; e il marchese 
Santa Croce, ammiraglio spagnuolo, partito da Napoli con 
un'armata entr nel golfo, sorprese e saccheggi Durazzo 
di Albania sul territorio ottomano onde compromettere la 
Repubblica colla Turchia. Ma il Sultano, a cui erano grati 
suoni le discordie de' cristiani, comand preghiere e di-
giuni acci che continuassero, ringraziando il cielo che 
aveva mandato un papa che favoriva con tanto zelo la cau-
sa de' Maomettani, e comand ancora ai suoi pasci che in 
ogni cosa fossero prontissimi a servire Venezia: il gran Vi-
sir chiamato a s il Bailo dei Veneziani, dissegli essere 
omai tempo di finirla con que' Spagnuoli e preti loro ne-
mici comuni; la Repubblica si unisse colla Sublime Porta, 
e intanto che l'una assalterebbe papa e Spagna da un lato, 
l'altra assalterebbeli dall'altro: ad ogni modo Venezia con-
tasse sugli aiuti del Gran Signore; il quale a mantenere la 
parola fece uscire un'armata di 55 galee, con ordine al ca-
pudan-pasci di mettersi in pieno accordo coi Veneti e di 
ubbidire a loro.
Ma l'arroganza di Paolo V non era ancora umiliata s 
che non dicesse, credersi tanto forte da citare il doge al 
sant'Offizio e processarlo come eretico. E per farne qual-
che dimostrazione, chiese soccorsi alla Spagna; institu 
una congregazione di guerra composta (nuovo ridicolo) di 
15 cardinali; e per accattar pecunia cre fuori dei tempi 
soliti altri otto cardinali, cre nuove gabelle, aggrav le 
vecchie, mise all'incanto gli uffici della Curia, e spogli 
degli argenti e de' voti appesi la Santa Casa di Loreto. Indi 
mun le fortezze, band i forestieri, richiam i sudditi as-
senti, lev soldati; intanto che frati fanatici predicavano la 
crociata e ricordavano le pie stragi degli Albigesi, e le re-
centi della Francia e del Belgio, e i gloriosi trionfi della 
Chiesa conseguiti collo sterminio degli eretici. Ed essendo 
carestia grande ne' suoi dominii, il santo padre a far tacere 
la fame pubblic un giubileo: il pretesto, per privare i Ve-
neziani de' cibi spirituali che compartiva con mano bene-
fica su tutto il popolo cattolico; la verit, per raccoglier 
denari e per confermare nella fede i suoi aderenti ed ac-
quistarne, per sommovere le coscienze colle confessioni e 
devozioni, e per carpire quanti pi libri e scritture di que' 
che non piacevano alla Curia.
Per ci che riguarda l'esercito papale, era composto 
quasi solo di raunaticci che facevano le fazioni un giorno 
e disertavano il giorno appresso. Le genti di ordinanza 
sommavano circa a 2400 fanti e 350 cavalli, in penuria fi-
no del necessario, e si aggiungevano compagnie di archi-
bugieri a cavallo, ma che camminavano a piedi e senz'ar-
mi.
Dal canto suo Venezia armava anch'essa, risoluta a re-
spingere la forza colla forza. Richiam le navi e le milizie 
dalle sue colonie di Levante, allest un'armata di 80 galee, 
fece prendere tutti i navili papalini che navigavano l'Adri-
atico, stagg le rendite dei preti che stanziavano a Roma; 
proib l'uscita del danaro e imped il commercio delle vet-
tovaglie per lo Stato Pontificio, lo affam, ne intraprese i 
traffichi; chiam le cernide o milizie paesane, mise in pie-
di un fiorito esercito di ordinanza, assold capitani, man-
d provveditori, e alle citt di Padova, Verona, Brescia, 
Crema, mand 100,000 scudi ciascuna, perch provvedes-
sero alle difese; e teneva in riserva una levata di Turchi 
che l'arcivescovo greco di Filadelfia offriva di stipendiare 
per conto della Repubblica. Chiese ed ebbe gente da' Gri-
gioni e Svizzeri; principi e generali francesi offrivano le 
persone loro e compagnie di soldati; altri soldati offriva la 
repubblica di Olanda. La guerra pareva vicina a prorom-
pere, il papa voleva intimarla.
Ma quando fu al sodo, la corte di Madrid, che meglio 
del Fuentes conosceva la propria debolezza, e i pericoli a 
cui sarebbe andata incontro se brandiva l'armi contro una 
causa cui anzi favoriva perch giovevole al principato, e 
per cui si sarebbe tirata addosso la mole degli Stati pi po-
tenti dell'Europa e fattole perdere i suoi dominii d'Italia e 
di Fiandra, si ristrinse a buone parole e a speranze.
Gi da un anno durava l'interdetto, e i Veneziani non 
che se ne curassero, ne avevano fatto argomento di diatri-
be popolari. Oltre ai libri dettati per una classe pi elevata, 
correvano fra la plebe innumerevoli scritture in fogli vo-
lanti, quali a penna, quali a stampa, di stile famigliare, e 
molte anco nel volgar dialetto. Le censure ecclesiastiche, 
diventate soggetto di canzoni vernacole, erano cantate dal 
barcaiuolo movendo la sua gondola, e l'indole gaia de' Ve-
neziani si divertiva a spese del santo padre. Questi autori 
di prose o poesie, tra le facezie, non avevano dimenticato 
il sodo, ponendo ogni cura nel far risaltare la piet dei Ve-
neziani, i debiti verso della Santa Sede, e specialmente la 
vittoria del doge Sebastiano Ziani sull'armata di Federigo 
Barbarossa, e la tiara restituita da quel doge a papa Ales-
sandro III, tradizioni istoriche note al volgo.
Il clero poi continuava quietamente i divini uffizi, le 
chiese stavano aperte giorno e notte, e per una singolare 
contraddizione dello spirito umano, quegli stessi che vi 
andavano di rado, ora le frequentavano. La processione 
del Corpus Domini non fu mai pi magnifica, e pareva 
che Venezia scomunicata fosse diventata pi cattolica di 
prima.
Ci sconcertava sommamente il papa, che, sperando di 
vedere insorgere nella Repubblica la discordia, vedeva in-
vece i popoli devoti, pronti alla guerra, e la pi quieta ar-
monia regnare in tutti gli ordini dello Stato. Il Senato non 
dava segno di voler calare a penitenza; i severi provvedi-
menti presi contro ai gesuiti, cari al pontefice, indicavano 
una volont irremovibile; e alle calde istanze che gli face-
vano i principi, e pi di tutto Francia e Spagna, rispondeva 
sempre: L'autore degli scandali  il papa,  egli che ha 
sbagliato, che ci ha fatto ingiuria, lui bisogna consigliare 
al pentimento e all'emenda: revochi le sue censure e tutto 
 finito; non  in nostro arbitrio di medicare i falli altrui. 
In molte angustie versava Paolo V: nissuno lodava il fatto; 
i principi di accordo lo tacciavano d'imprudenza e di paz-
zia; il biasimo era universale, fin nella sua corte; i cardina-
li, anzich consolarlo, lo riprendevano; i cortigiani stava-
no muti, avviliti; il pi prezioso arcano del papato era 
scoperto e deriso: pi l'interdetto durava, e pi l'autorit 
pontificia era in discapito; conciossiach restasse aperto il 
campo a discussioni pericolose, dove risalendo all'origine 
di quella autorit, se ne scopriva sempre pi il mandato 
illegittimo, o l'abuso. Domare i Veneziani colla forza, non 
si poteva fare se il papa non si rendeva servo alla Spagna, 
cosa abborrita sommamente da Paolo V; e vi era anco la 
certezza che le altre potenze si sarebbono chiarite a favore 
della Repubblica, e la guerra sarebbe diventata generale e 
pericolosa, e a vece di sottomettere colle armi Venezia, 
una allagazione di eretici avrebbe potuto far perdere alla 
Santa Sede tutta l'Italia, e precipitarla. Stantech, oltre che 
gli Italiani erano stanchi del giogo degli Spagnuoli, lo spi-
rito di rivolta cominciava a introdursi clandestinamente 
anco nello Stato Pontificio ed in Roma. I curiali, a forza di 
gridare che Venezia voleva diventare una Ginevra, e che 
Fr Paolo meditava farsi capo a nuova setta e accreditarsi, 
come Lutero in Germania e Calvino in Francia, erano riu-
sciti a persuaderlo; e fra i molti buoni che lo desideravano 
in secreto come un avviamento a libert politica e religio-
sa, lo desideravano apertamente, per motivi men nobili, e 
preti e frati in buon numero, o ambiziosi, o ribaldi, o di 
deluse speranze, o noiati del chiostro; e se non fosse stata 
la paura del sant'Offizio, lo spionaggio dei gesuiti e la in-
certezza dei casi, molti, nutrendone gi ferma fiducia, a-
vrebbono disertate le insegne.
Fomentava questi umori la scontentezza generata nei 
frati mendicanti, de' quali, essendone partiti alcune mi-
gliaia dallo Stato veneto dove grassamente vivevano, tor-
navano a discomodo de' conventi di Milano, Mantova, 
Ferrara e Bologna, dove ricoverati si erano, s che non ba-
stando le limosine a sostentare tanta nuova gente, molti, 
massime tra i cappuccini, perirono d'inedia; altri stentava-
no i giorni; e tutti insieme si querelavano che il papa a far-
li vivere non mandasse che indulgenze. E si aggiungevano 
le querele dei popoli di Romagna e della Marca, a cui l'in-
terdetto fruttava interrompimento dei traffichi, carenza( ) 
di viveri, miseria in ogni cosa, laddove nello Stato veneto 
regnava la pi grande abbondanza. Onde il volgo, che non 
 teologo e che giudica le cause dagli effetti, stimava la 
causa de' Veneziani giusta, ingiusta e sfavorita da Dio 
quella del papa, e desiderava che il santo padre mettesse 
fine a un dissidio che giovava niente a lui e affamava i 
suoi popoli.
Altri, bench opinassero egualmente che il Sarpi inten-
desse a separare la Repubblica dalla corte di Roma, misu-
ravano pi da lungi la vastit del pericolo. Imperocch 
veggendolo persistere immobile nei dogmi cattolici, e 
puntare solo sulle ragioni di fatto che instituivano la con-
troversia, e la concordia fra il governo e i sudditi, e il pia-
cere con cui osservava quella contesa il mondo; temevano 
che la separazione di Venezia potesse partorire conse-
guenze pi fatali che non quella della Germania ed Inghil-
terra. Imperocch se Venezia, conservando le redate fedi 
circoscriveva l'autorit papale a quel solo primato d'ordine 
e di associazione noto agli antichi, o la riduceva alle sole 
cose spirituali, era finita per Roma. Tutti gli altri regni a-
vrebbono voluto imitarne l'esempio: funesto, perch gra-
diva ai metropolitani che riacquistavano l'antica indipen-
denza, ai vescovi perch ripigliavano la perduta autorit, 
al minor clero e ai popoli, perch non pi angariati dalla 
ingordigia curiale con spogli, dispense, decime ed altri 
aggravi; e infine a governi, perch diventavano pi liberi e 
signori.
A Paolo V non potevano cancellarsi dalla mente le pa-
role dette dal doge al suo nunzio nel licenziarlo: Nessun 
uomo di sano intelletto pu approvare il pontefice, venuto 
ad una risoluzione cos ingiusta e cos precipitata senza 
prima sapere come si governi il mondo. Certo non poteva 
far cosa pi a proposito per chiamare a sindacato la corte 
di Roma. Pensi se la Repubblica si appartasse da lei, pensi 
qual danno ! Le ultime parole parevano acchiudere un'o-
scura minaccia, e rabbrividiva al solo pensiero che potesse 
effettuarsi.
Fra queste incertitudini cominci a tastare l'ambasciato-
re di Francia, conte di Alincourt, e dire, non essere alieno 
dalla concordia coi Veneziani, sempre che gli dessero 
qualche soddisfazione. Enrico IV, re di Francia, fin dal 
principio della controversia aveva dimostrato un animo 
benevolo e imparziale, e adoperato ogni mezzo acciocch 
il papa non precipitasse in qualche disacconcio. E quan-
tunque disgustato di lui, che con mal garbo e soverchia 
presunzione aveva rigettato il suo interponimento, mand 
a' suoi ambasciatori Dufresne Canaye a Venezia, Alincourt 
a Roma e ai cardinali francesi che non omettessero pratica 
alcuna, n si stancassero per ripulse onde trovare qualche 
filo alla conciliazione. Ma l'imbroglio era di sapere come 
indurre a dar soddisfazione un governo, il quale non che 
darne pretendeva quasi di riceverne. Nulla ostante l'Alin-
court, accordatosi coi cardinali francesi, fece proporre al 
Senato per mezzo di Dufresne i seguenti preliminari: 1. 
che il papa fosse pregato dal re a nome della Repubblica 
acci levasse le censure, e intanto l'interdetto durasse an-
cora quattro o sei giorni; 2. i prigioni fossero dati al papa 
in gratificazione del re; 3. fosse rivocato il protesto; 4. si 
annullassero le scritture a favore della Repubblica; 5. i 
frati, partiti per cagione dell'interdetto, ritornassero; 6. 
infine fosse mandato un ambasciatore a ringraziare il pa-
pa, e pregarlo che levasse le censure, per il che si sarebbe 
stabilito il giorno; intanto le leggi in controversia fossero 
sospese, finch le differenze si aggiustassero all'amiche-
vole, come tra principe e principe.
Il progetto era bello, ma non piacque. Il Collegio, udito 
come al solito il consultore teologo, discusse le proposte 
dell'ambasciatore, e le rifer al Senato, il quale accett me-
t della prima domanda; ricus l'altra met; vien a dire: 
consent che fosse pregato il papa a levar le censure, ma 
non a nome della Repubblica, la quale le aveva sempre 
giudicate nulle, e che non che riconoscerle per una setti-
mana, non le avrebbe tollerate neppure per un'ora. Modi-
fic la seconda domanda, dicendo che i prigioni gli avreb-
be dati non al papa ma al re, in semplice dono e gratifica-
zione dei disturbi che si prendeva a favore della Repubbli-
ca, e senza pregiudizio del diritto che ha il principe di 
giudicare anco gli ecclesiastici. La terza domanda la trov 
inutile, dicendo che levate le censure restava nullo per 
conseguenza il protesto, e quindi superfluo era il parlarne. 
Delle scritture rispose che avrebbe fatto ci che il papa 
faceva delle sue. Quanto ai frati, essere un negozio da trat-
tarsi a parte. E in ultimo, che manderebbe, a controversia 
finita, ambasciatore ordinario, come era il costume, e a 
patto che il papa promettesse anticipatamente che sarebbe 
ricevuto ed onorato come al solito. In quanto alle leggi 
non era da parlarne; il papa non aveva diritto alcuno di 
mischiarsi nel governo economico degli altri Stati; erano 
fatte, e dovevano stare.
Intanto che queste cose si trattavano, il pontefice, flut-
tuando fra mille incertezze, e tirato da questi e da quelli, 
dava orecchio ora ai ministri di Spagna, ora al gran duca 
di Toscana, ora ad altri inframettitori, tutti desiderosi di 
figurare i primi nella composizione di cos arduo negozio. 
I cardinali istessi erano divisi, chi lo incalzava da un lato, 
chi dall'altro. Pentito delle proposte si ritrattava, tergiver-
sava, all'uso romano cavillava sui termini, aveva sempre 
qualche nuova pretesa. Filippo III re di Spagna aveva in 
quel mezzo mandato a Venezia ambasciatore straordinario 
don Francesco de Castro: il papa sperava che gli otterreb-
be condizioni assai pi vantaggiose che non i Francesi; ma 
fu deluso, perocch il Senato lo accolse e tratt con singo-
lare onorificenza, e gli concedette niente. Enrico IV, sapu-
te le oscitanze del papa e la sua diffidenza, se ne dolse 
gravemente col nunzio cardinal Barberini, e mand al 
pontefice dicendo, che, poich non si fidava di lui, egli lo 
avrebbe abbandonato. Paolo V si trovava in novello imba-
razzo; gi cominciava ad accorgersi che la Spagna lo tira-
va di traverso per dominarlo e cavargli decime sul clero; il 
granduca non godeva la confidenza della Repubblica, e gli 
altri principi d'Italia non erano abbastanza riputati per me-
scolarsi di que' maneggi. Altronde, avendo saputo che il 
Senato aveva promesso di non trattare per altro mezzo che 
per quello di Francia, conobbe che la miglior via di uscire 
da quel difficile intrigo era di ricorrere al mediatore pi 
disinteressato, e in cui la parte contraria pi fidava; e fatte 
le sue scuse al re Enrico, si commise tutto nelle mani di 
lui.
In pari tempo Fr Paolo, che era l'anima di tutte le deli-
berazioni veneziane, ben conoscendo che il maggiore o-
stacolo ad un decoroso accomodamento erano gli artifi-
ciosi maneggi dei ministri di Spagna che sempre tenevano 
il papa sospeso con offerte di aiuti, pens modo di farli 
recedere e di disingannare il pontefice sul conto loro. Nel-
le consulte, che frequenti si tenevano o nel Collegio, o in 
casa del doge, o in circoli privati, o fin anco nella sua cel-
la, l'astuto frate consigli che bisognava far risolvere il re 
di Francia a qual partito si appiglierebbe, dato il caso di 
una guerra. Ma Enrico IV, temendo che una dichiarazione 
formale fosse per guastare tutti i suoi buoni uffici per la 
pace, rispose convenir meglio pensare alle vie di concilia-
zione anzich alla guerra, ma pure si fece abbastanza in-
tendere che in questo caso non avrebbe abbandonato la 
Repubblica.
In questo medesimo tempo Giacomo I re d'Inghilterra 
aveva disgusti gravi colla corte di Roma per le cagioni che 
dir in altro luogo, e aveva gi offerto ogni qualit di sus-
sidio alla Repubblica. Fr Paolo, confidentissimo amico 
del cavaliere Enrico Wotton, ambasciatore di quel re a Ve-
nezia, lo persuase ad indurre il suo principe ad una pi de-
cisa dimostrazione, e indusse anco il Senato a fare lo stes-
so ufficio col mezzo del suo ambasciatore a Londra. Infat-
ti il re Giacomo rinnov le fatte proferte, le accrebbe, e 
dichiar in termini espliciti che, data la guerra, ei sarebbe 
tutto per la Repubblica. Era lo stesso che tirarvi la Fran-
cia. Questi raggiri diplomatici bastarono a fare avvisata la 
corte di Madrid che non era pi tempo di lusingare il pon-
tefice con vane promesse, al quale fece prima intendere 
che non desse retta alle ciancie del conte di Fuentes; il Mi-
lanese essere esausto, anzi rovinato dalle soldatesche, n 
forse potersi cos facilmente imprendere una guerra; il pi 
sicuro essere la via degli accordi. Poi il marchese Aiton, 
andato ambasciatore a Roma, si pales pi schietto, di-
cendo che il re cattolico non voleva guerra in Italia, e che 
era un abbassare la dignit apostolica volendo con mezzi 
umani sostentare un'autorit divina: scherno amaro giunto 
alle mancate promesse. Il papa allora, veduta infruttuosa 
la missione del Castro e consigliato anco da varii cardina-
li, tra cui il Baronio, mortificato che il suo spirito profeti-
co non fosse riuscito a bene, si decise a cercare sincera-
mente la concordia.
(1607). Lungo sarebbe dire tutto il successo di questa 
trattazione: basti sapere che nissun altro negozio in quel 
secolo apparve di uguale importanza. Occup l'attivit di 
dieci o dodici ambasciatori. EnricoIV, il re di Spagna, il re 
d'Inghilterra, l'imperatore, i duchi di Savoia, di Mantova, 
di Toscana, il marchese di Castiglione s'intromisero; si 
maneggiarono il conte d'Alincourt, il cardinale du Peron, 
Dufresne Canaye per parte di Francia; don Francesco de 
Castro, don Inigo de Cardenas e il marchese Aiton per 
parte di Spagna; ma la maggior gloria fu del cardinale 
Gioiosa mandato espressamente dal re di Francia. Per 
quanti assalti facessero tanti principi e tanti abili diploma-
tici, e per quanto tenui le soddisfazioni chieste dal papa, il 
Senato non volle cedere di un punto. Pochi esempi si 
hanno nella storia, dice l'autore delle Annotazioni alla Di-
fesa Gallicana di Bossuet, di controversia difesa sino alla 
fine con tanta fermezza, come questa. La ragione  faci-
le: la corte romana ha troppi mezzi di seduzione, e una 
mitra, un cappello, un pallio, sono lenocini a cui mal resi-
ste la cupidit o l'ambizione. Ma Fr Paolo, da' cui consi-
gli pendevano le risoluzioni veneziane, rest inflessibile a 
lusinghe o promesse o minacce; e quantunque desiderasse 
la concordia, e che l'accomodamento fosse quasi tutta ope-
ra sua, ei nondimeno lo volle dignitoso per la Repubblica, 
e volle usare l'occasione onde scemare a' pontefici l'infau-
sta possanza di rinnovare simili disordini. Ma a Roma, 
dove si tiene che ciascuno  disobbligato dal serbar fede al 
suo principe e alla sua patria quando giovi favorire gli in-
teressi dei papi, al consultore fu fatta una accusa, perch 
conoscendo la necessit irrevocabile nel pontefice o di ac-
comodarsi a qual patto si fosse, o di perdersi, egli ne pro-
fittasse per consigliare al Senato i severi propositi di cui si 
ferm, e per i quali esso pontefice dovette abbassarsi a 
condizioni umilianti. Invece avrebbero voluto che Fr Pa-
olo abusasse del suo ufficio e della confidenza in lui depo-
sta dal pubblico, e occultasse la giustizia, e tradisse l'onore 
e i diritti della sua patria onde conservare in credito la cor-
te di Roma, e risparmiarle una mortificazione a cui l'im-
prudenza del papa e de' suoi adulatori l'avevano tirata per 
forza.
Quando Enrico IV si avvide che le trattazioni dei suoi 
ambasciatori prendevano consistenza di qualche probabile 
riuscita, mand in Italia il cardinale di Gioiosa, di regio 
sangue, acciocch in suo nome rappresentasse la parte di 
mediatore fra i due governi. Il cardinale fu accolto a Ve-
nezia con grande onore, si abbocc col Collegio e co' pri-
mari senatori, e cerc di stabilire alcuni preliminari su cui 
appuntare i suoi negoziati; ma li trov inflessibili, e appe-
na pot ottenere la licenza di pregare il pontefice in suo 
nome proprio, a voler levare le censure. Dico in nome 
proprio del cardinale, perch il Collegio dichiar positi-
vamente che non avrebbe mai permesso di pregarlo in 
nome della Repubblica. Indi il negoziatore s'incammin a 
Roma, dove trov il pontefice assai diminuito di orgoglio, 
ed umile e rassegnato al suo destino; pure avrebbe voluto 
che le censure fossero levate colle solite pompose solenni-
t, ma Gioiosa gli disse che ne deponesse il pensiero, al-
trimenti era un tornare da capo. Avrebbe ancora voluto che 
i prigioni fossero consegnati senza previa protesta, ma non 
fa possibile di ottenerlo. Infine, dopo ambasciatori corsi di 
qua e di l, corrieri spediti e ricevuti, progetti fatti e disfat-
ti, disperando di mai pi ottenere cosa alcuna dal Senato, 
tra il papa e il Gioiosa accordarono: i Veneziani rivocasse-
ro la protesta, ammettessero i frati espulsi, ricevessero 
l'assoluzione dal cardinale, il quale a nome del papa leve-
rebbe l'interdetto.
Quanto ai frati mendicanti Gioiosa confidava che non 
sarebbevi difficolt; ma de' gesuiti, il Senato si era positi-
vamente dichiarato che a patto niuno li voleva ricevere. 
Gl'Ignaziani intrigavano in corte di Spagna, di Francia e a 
Roma per non soggiacere alla vergogna della esclusione; 
il papa istesso vi metteva molto interessamento, parendo-
gli sommo suo disonore se dopo tanto strepito per soli due 
preti, dovesse uscirne col bel guadagno che per cagion sua 
fosse bandito con bando atroce un intiero ordine di frati, 
cos cospicuo e il pi fedele alla Corte; ma essendo im-
possibile di spuntare le difficolt, il cardinale du Perron e 
gli ambasciatori di Spagna lo persuasero a recedere anco 
su questo punto. Nondimeno cerc di ottenere per grazia 
quello che non poteva conseguire per patti, e commise al 
Gioiosa che facesse i pi caldi uffici: i gesuiti medesimi si 
contentavano ritornarvi eziandio a condizioni umilianti, s 
solo che ritornare potessero.
Tornato il Gioiosa a Venezia con facolt larghissime, si 
avvide che bisognava tuttavia ampliarle. Il Senato, dei ge-
suiti non volle sentirne parlare: prieghi, promesse, carez-
ze, lusinghe, tutto fu indarno; degli altri frati, disse che e-
rano partiti da loro soli, e che potevano ritornare, sempre-
ch rispettassero le leggi della Repubblica e riconoscesse-
ro i diritti di lei. Di assoluzione non volle saperne, e nep-
pure di rivocare egli primo la protesta; non volle capitola-
zioni scritte, dicendo che per annullare una nullit non  
bisogno di scrittura; non volle riconoscere intervenimento 
di commissari o notai pontificii nelle consegne de' prigio-
nieri; e a maggior prova che l'interdetto  un atto nullo, 
vollero che fossero compresi nell'accomodamento tutti gli 
ecclesiastici che vi avevano scritto o predicato contro. Il 
cardinale desiderava che il Senato ritrattasse le lettere 
scritte ai rettori delle provincie, e particolarmente una gi-
rata per varie mani, e che il Senato riconosceva apocrifa; e 
inoltre che mandasse due ambasciatori a Roma, dicendo 
che il papa lo meritava per la grazia singolare che faceva 
alla Repubblica: ma il Senato si ostin a non voler man-
darne che un solo, rispondendo che in altre occasioni ne 
avrebbe mandato anco dieci trattandosi di far onore al 
pontefice, ma non in questa. Quanto alle lettere disse, che 
erano secrete, e nessun principe essere in debito di render 
ragione ad un altro di ci che scrive a' suoi ministri; e per 
quella che era falsa, come d'altre simili, non essere dignit 
di principe l'occuparsene. Bastasse che il governo le aveva 
gi fatte ritirare, e cercatine gli autori.
La redazione del manifesto in cui il Senato annunziava 
che l'interdetto era levato, fu oggetto di lunghe discussio-
ni. Il cardinale avrebbe voluto che si dicesse: Avendo noi 
rivocato il protesto, Sua Santit si  degnata di levar le 
censure; ma il Collegio non volle mai ammettere una tal 
formola, e non fu se non dopo un lungo scrivere e cancel-
lare che accett la frase: Essendo state levate le censure, 
resta parimenti rivocato il protesto.
Cos convenuti, a' 21 di aprile del 1607, il segretario del 
Senato Ottobuono, accompagnato da due notai della can-
celleria e da altri testimoni, condusse i prigioni al palazzo 
di Francia, dove stavano l'ambasciatore e il cardinale. 
Questi si ritir, e, presente molto popolo accorso allo spet-
tacolo, il segretario rivolto a Dufresne Canaye disse: Sua 
Serenit mi ha commesso di consegnare a Vostra Signoria 
l'abate Brandolino e il canonico Saraceno qui prigioni: il 
che Sua Serenit fa in gratificazione di S. M. Cristianissi-
ma, protestando che ci sia e si intenda senza pregiudizio 
del suo diritto di giudicare ecclesiastici. Nelle quali paro-
le fu scaltramente evitata ogni allusione relativa alle cen-
sure, trattando questa consegnazione come un affare 
privato tra Francia e la Repubblica. L'ambasciatore 
rispose: E in questa forma io li ricevo; indi condusse i 
prigioni al cardinale, e questi li diede ad un prete romano 
venuto privatamente, e che preg le guardie a custodirli.
Fatto questo, il cardinale coll'ambasciatore si rec al 
Collegio. Tutti stettero seduti e col capo coperto. Gioiosa 
annunci che le censure erano levate, e preg che fosse 
mandato ambasciatore a Roma, dicendo che pregherebbe 
anco il pontefice perch mandasse nunzio a Venezia. Il 
doge gli consegn la rivocazione del protesto, e il cardina-
le uscito and a celebrare una messa a cui nissun senatore 
intervenne.
Bench questo disastroso accomodamento fosse il men 
peggio che si potesse aspettare la corte di Roma da un 
passo fatto con tanta inconsideratezza, dai curiali fu senti-
to con vivo rammarico, massime dopo che apparve la ri-
vocazione della protesta intorno a cui furono fatte molte 
parole e commenti. Anco il papa ebbe a dire: Almeno que' 
signori l'avessero tenuta fra loro e non mandarla qui. Per 
consolarsi, fu fatta correr voce che il cardinale, entrando 
in Collegio, aveva dato l'assoluzione di nascosto, tenendo 
la mano sotto la mozzetta. Ci poco importava ai Vene-
ziani e fece ridere Fr Paolo. Tornarono i frati (non per i 
gesuiti) quietamente e senza pompa; e il governo, sempre 
a s uguale, proib ogni festa pel terminato dissidio. Non 
cos nello Stato romano che, travagliato dalla penuria, ne 
desiderava il fine onde si aprissero i passi, si rianimassero 
i commerci, abbondassero i viveri; e per l'ambasciatore 
veneto, passando a Roma fu accolto dai popoli con festa; 
il nunzio andato a Venezia, con indifferenza.
Come finissero i due delinquenti non  noto. Il canoni-
co debbe essere stato liberato, ma intorno all'abate trovo 
in una lettera del Sarpi, 11 ottobre 1611, queste parole: 
Nuovamente il nunzio ha richiesto di torturare l'abate, 
che fu dato al re e per suo mezzo al papa (perch il giudi-
cio dura ancora), ed  stato negato. Sembra dunque che il 
governo non considerandolo pi di sua appartenenza dopo 
averlo regalato al re di Francia, non se ne sia mischiato se 
non in quello che era di sua competenza nella formazione 
dei processi del Sant'Offizio, e che abbia languito in car-
cere fino che morte venne a liberarlo.
 una contraddizione singolare, ma non rara nello spiri-
to umano di Bossuet, nella Difesa della dichiarazione del 
Clero Gallicano, parli dell'interdetto e approvi tutto ci 
che fu fatto dai Veneziani, e infine prorompa a dire che 
Fr Paolo sotto la coccolla nascondeva un cuore da calvi-
nista. Sicuramente quel prelato ignorava la medesima ac-
cusa essere stata fatta a lui. Io non voglio crederla, perch 
questo fabbricar congetture su ci che v'ha di pi occulto 
ai giudizi umani,  malignit enorme. Bene voglio dire, 
che se Fr Paolo avesse scritto del papa ci che scrisse 
Bossuet nella citata Difesa, i curiali lo avrebbero fatto ere-
tico cento volte pi di quello che ; e Bossuet nel catalogo 
dei nemici della Santa Romana Chiesa avrebbe tenuto il 
posto del Sarpi, se quello avesse vissuto primo e questo 
dopo, e scambiatisi a vicenda patria ed ufficio. Che se poi 
vogliamo fare un paralello dei due personaggi, son certo 
che il vescovo francese non ne rimane in capitale. Bos-
suet, prelato pi dotto che buono, adulatore di Luigi XIV, 
cortigiano delle sue meretrici, invidioso, superbo, ebbe 
querela coi pi dotti uomini del suo tempo, de' quali fu il 
persecutore; e a sua onta rimane tuttavia memoria della 
rabbia onde inve contro il rispettabile Fnlon, solo per-
ch la presenza di quel virtuoso era il vivo contrapposto di 
una corte dissoluta di cui Bossuet ambiva i suffragi e le 
carezze; e resta tuttavia memoria de' scandalosi suoi intri-
ghi onde farlo condannare a Roma, e della maligna sua 
gioia quando nella bolla condannatoria lesse una frase cui 
egli diceva equivalente ad hreticus. Per orgoglio e per 
acquistarsi onori e ricchezze combatt i protestanti non 
colla modestia di apostolo, ma col calore di un controver-
sista che vuole far pompa del suo sapere; il quale appari-
sce invero eminente, ma non sempre compagno colla buo-
na fede e ingenuit di sincero scrittore: combatt poi i di-
ritti o le pretese della Corte romana, non per un generoso 
motivo come Fr Paolo, ma per andare a versi della corte 
di Francia e per non perdere i suoi stipendi. Dicono che 
siasi ritrattato, il che, se  vero, fa ancora pi torto al suo 
carattere, stantech in onta a quella ritrattazione, negli ul-
timi anni di sua vita, rifece la Difesa che ho sopra citata, 
dando una nuova disposizione ai libri e alle materie, e 
pensava di stamparla quando mor: il che poi fece suo ni-
pote, altro Jacopo Benigno Bossuet vescovo di Troyes. 
Per quella Difesa accusato dai Romanisti di poco sincera 
ortodossia, a purgarsene, e a togliere lo scandalo che dava 
il fasto dei prelati francesi a fronte del modesto contegno 
dei ministri protestanti, il culto dei quali non era di alcun 
dispendio allo Stato o di aggravio ai popoli, consigli uno 
spergiuro, qual era la rivocazione dell'editto di Nantes e le 
stragi degli eretici.
Invece Fr Paolo, dotto nelle scienze ecclesiastiche co-
me Bossuet, e di lui pi dotto e pi filosofo in altri rami di 
sapere, nella lunga sua vita non ebbe mai contese con nes-
suno; am tutti i buoni, odi tutti i perversi senza distin-
guere a qual corpo si appartenessero; uomo di Stato, con-
sigli la tolleranza di tutte le opinioni, quando non turbino 
la societ; teologo profondo, ma non fanatico, vide sem-
pre con dispiacere le controversie su punti oscuri di dog-
ma che nulla importano alla sostanza della carit cristiana, 
primo dogma stabilito nell'Evangelio; per sentimento di 
giustizia, non per speranza di lucri o di onori (ch la Re-
pubblica non avea come Luigi XIV vescovati da conferi-
re), difese le ragioni della sua patria e ricus gli emolu-
menti che la pubblica gratitudine volle assegnargli; perse-
guitato da una Corte nemica, oltraggiato nella fama, insi-
diato col ferro e col veleno, ne prese la pi nobile vendet-
ta, il silenzio. E se  per questo che Bossuet lo chiama un 
eretico in coccolla, bisogna ben compiangere quel prelato 
che non sia stato eretico anch'egli.
CAPO DECIMOQUARTO
Il cristianesimo, a chi lo assaggia nelle genuine sue fon-
ti,  opera mirabile per la sua semplicit; perch essendo 
stato dato da Dio a tutti gli uomini, buono per tutti i climi, 
incorruttibile nella interminabile successione de' secoli, 
uopo era che i suoi dogmi fossero il concetto eterno della 
ragione, e fondassero su principii facili a concepirsi, e, per 
cos dire, congeniti colla indole umana. Laonde non a tor-
to gli antichi Padri della Chiesa gli davano il nome di reli-
gion naturale, cui i pi sani filosofi conobbero e seguita-
rono. V'ha nondimeno una differenza a vantaggio del pri-
mo, ed  che ci che in questa non era che ipotetico, l'E-
vangelio, coll'argomento della fede, ha dedotto a certezza. 
Dio, immortalit dell'uomo, premio o pena in una vita av-
venire, sono dogmi connaturali alla ragione e conosciuti 
dalla specie umana fin dalla infanzia del mondo, i quali 
niuno pu negare senza violentare la coscienza.
A questi il cristianesimo ne aggiunse altri due, i quali, a 
chi attentamente li considera, sembrano conseguenze dei 
primi: e sono la umanit di un Verbo o parola di Dio e la 
risurrezione de' corpi; i quali se non si apprendono dal 
lume naturale sono pure di data assai rimota, e se ne tro-
vano sparse visibili tracce nella teologia de' popoli vetusti. 
La credenza nella risurrezione, quando sia profondamente 
inculcata e sentita, produce un effetto meraviglioso sulla 
moralit delle azioni e pu giovare del paro alla virt e al-
la politica; e la dottrina del Verbo apparve cos necessaria 
agli antichi pensatori che accomunarono, la filosofia colla 
religione, che non la conoscendo per rivelazione la inven-
tarono per ipotesi ingegnosa col fine di spiegare certi fe-
nomeni del mondo morale, e l'origine della materia e dei 
mondi, e il dualismo, ossia il sistema teologico fondato sui 
due principii, il buono ed il male; che il cristianesimo de-
pur dalle molte contraddizioni che si riscontrano nei si-
stemi religiosi degli Orientali.
I narrati dogmi furono da Cristo e dagli Apostoli inse-
gnati con semplicit, n punto curarono di addentrarsi nel-
le astruse specialit del loro essere. Premisero la fede, per 
la quale si dovevano credere; e questa fede  niente altro 
che la convinzione di una verit morale che non adduce 
prova di s, ma necessaria per le dimostrazioni e i corolla-
ri che ne derivano: e purch quella si creda, lasciarono li-
bero al pensiero di filosofare sulla natura di quei dogmi, e 
sulle loro qualit, forme e modi. Il perno del cristianesimo 
essendo la carit che consiste in una sconfinata benevo-
lenza verso tutte le creature, i primi dottori non dannarono 
eretico chi seguisse piuttosto una che un'altra opinione se-
condaria e indipendente dall'oggetto principale; ma chi 
mancava di questa divina virt, dalla quale, come da am-
pia scaturigine, tutte le altre provengono. Imperci, quan-
tunque i gnostici cominciassero a corrompere il cristiane-
simo con allegorismi inintelligibili e con un fanatico mi-
sticismo, tenendosi essi tuttavia in termini ipotetici, non 
sono condannati da san Paolo, s solamente biasimati, 
chiamando la loro scienza vana e le interminabili loro ge-
nealogie di enti allegorici, origine di dispute.
E fu per questa libert acconsentita al pensiero che il 
cristianesimo progred rapidamente e pot contare nel suo 
seno i pi celebri filosofi, e che fu chiamato dai dottori 
cristiani una nuova filosofia: molti di quei dottori portaro-
no opinioni intorno alla teologia naturale o mistica, che, se 
le avessero esternate pi secoli dopo, invece che sono san-
ti, sarebbero eretici.
Ma volle fatalit che la religione pi liberale dovesse 
diventare la pi tirannica. Imperocch alcuni uomini pre-
sontuosi e inquieti cominciarono a fabbricar sistemi e a 
pretendere di soggettarvi anco gli altri; quindi nacquero le 
sette e dalle sette le discordie; ed abbandonato il criterio 
della ragione, che solo poteva conciliare le differenze, gli 
fu sostituito il mal vezzo di ricorrere alle autorit, ci che 
contribu ad eternare le dispute, perch le autorit portate 
dagli uni non erano credute dagli altri che chiamavano al-
tre autorit in loro favore: e alla ostinazione delle parti ar-
rogendosi le ambizioni e le invidie, i cristiani si persegui-
tavano fra di loro e si calunniavano reciprocamente d'in-
famia e di eresia; mentre la lite consisteva troppo spesso 
in ambiguit e sofisticherie da grammatici. La lite dell'A-
rianismo, famosa e piena di scandali, si riduceva ad un 
vocabolo cui gli uni volevano che fosse Omousios e gli 
altri Omiusios. A sentire i teologi vi era un gran momento 
in quell'i sostituto ad un o; ma gli storici contemporanei ci 
accertano che fu una guerra di parole; e quand'anco non 
fosse, non v'ha dubbio che i mali grandissimi cagionati da 
quella infelice contesa soperchiarono di gran lunga il male 
che poteva produrre una opinione accademica di un prete 
o di un vescovo. Lo stesso pu dirsi delle altre contese te-
ologiche de' Nestoriani, e Monofisiti, e Monoteliti, e Pa-
tripassiani ed altri, nelle quali le arguzie di un ingegno ca-
villatore erano combattute o difese con incredibile capar-
biet: si disputava se Cristo doveva dirsi simile od uguale 
al padre, se aveva due nature od una sola, se aveva una o 
due volont, se la madre di Cristo era anco madre di Dio, 
se invece di dire Cristo ha patito in croce, si poteva dire 
uno della Trinit ha patito in croce; nelle quali sottigliezze 
furono cos assidui i Greci, che appena sopita una lite ne 
suscitavano un'altra, e quando i Turchi presero Costanti-
nopoli, invece di difendere la patria, disputavano se la lu-
ce apparsa sul monte Tabor era creata o increata.
Il partito che vinceva riduceva i suoi punti di dottrina 
ad assiomi teologici, ed obbligava gli altri a crederli tali 
sotto pena di eresia; e fra tanto la teologia divenne incerta, 
vacillante, sofistica, e divenne eretico non solo chi negava 
una verit fondamentale, ma chi si opponeva alle opinioni 
di una scuola. Per trovare sillogismi da confondere gli av-
versi fu studiato Aristotele, e da qui comincia quella ca-
pricciosa teologia scolastica che intenebr la semplicit 
dell'Evangelio di tante sottilit metafisiche a cui gli Apo-
stoli non avrebbono sognato mai.
E vulgarissima l'accusa che la filosofia e i filosofi sono 
i nemici della religione; eppure tutte le eresie e tutti gli 
scismi che si contano a centinaia, tutte le superstizioni che 
sono innumerevoli, gli scandali, le sedizioni, le discordie 
infinite della Chiesa furono esclusivamente causate dai 
teologi; gli scolastici corruppero le pi pure fonti della re-
ligione; i canonisti, turbarono ogni ordine sociale, e la mo-
rale pubblica non fu mai tanto contaminata quanto dai ca-
suisti, i quali, diceva il profondo Gravina, hanno fatto essi 
soli pi danno alla Chiesa che non tutti gli eretici insieme. 
La storia ecclesiastica contiene il corpo del delitto e gl'ir-
refragabili testimoni di quanto io qui asserisco:  una nar-
razione non mai interrotta di gare fra' preti, dove pochi e-
sempi di vera e soda virt vanno smarriti in una voragine 
di vizi e di errori e di prove sfrenate dell'avarizia, dell'am-
bizione e dell'umano orgoglio: il che fece dire al Persiano 
di Montesquieu: Ho letto la storia ecclesiastica per edifi-
carmi e fui scandalizzato.
Nell'Occidente le disputazioni teologiche nei primi otto 
secoli non furono quasi che una ripercussione o una con-
seguenza di quelle combattute fra gli orientali. Ma se l il 
cristianesimo lo corrompevano i teologi, qui lo era da par-
ticolari condizioni della societ; imperocch, quantunque 
fosse diventato religione comune, nei regni barbari non 
aveva dell'Evangelio fuorch la corteccia; nella sostanza i 
missionari tollerarono od ammisero tutte le superstizioni 
vecchie: non migliorarono i costumi, mutarono i nomi pa-
gani in cristiani, e lasciarono del paganesimo le idolatrie e 
le male abitudini. Dal maritaggio de' due culti e dalla mol-
tiplicata ignoranza degli uomini si raffazzon poco a poco 
una religione detta romana, perch il pontefice romano ne 
fu la divinit ed il dogma principale, il vero oggetto della 
adorazione, la fonte unica di tutte le verit, la luce del 
mondo. Il papa, dicono i glossatori del diritto canonico,  
superiore ad ogni legge e forma eccezione ad ogni diritto 
naturale o positivo che sia; egli pu dispensare dai precetti 
dell'Evangelio e del-l'apostolo; egli pu fare che ci che  
ingiustizia diventi giustizia. Cornelio Musso, arcivescovo 
di Bitonto, predicando innanzi al Concilio tridentino, so-
stitu il papa a Ges Cristo e fu applaudito: Quis erit tam 
injustus rerum stimator, qui non dicat: Pap lux venit in 
mundum, sed dilexerunt homines magis tenebras quam 
lucem? Qual sia mai tanto ingiusto estimatore delle cose 
che non dica: la luce del papa  venuta al mondo, ma gli 
uomini amarono pi le tenebre che la luce?
Malgrado gli sforzi della ragione contro un sistema che, 
come i palagi incantati, doveva la sua esistenza al presti-
gio, Roma aveva sempre vinto perch sempre le era riu-
scito di stampare nelle menti delle moltitudini che i suoi 
avversari fossero eretici. Questa parola, a cui i frati attac-
carono una significazione non pure odiosa, ma atroce, fu il 
talismano formidabile onde i papi provocarono le ingiurie 
contro a' loro nemici, e li mandarono oppressi sotto il peso 
della maledizione di Cam. Che cosa mai era un eretico 
appo il volgo (e tutto  volgo nei regni della superstizione) 
se non se un nemico pubblico dannato dalle leggi umane e 
divine, riprovato da Dio e vittima vivente dell'inferno? 
Giovava alla causa romana d'involvere in tale ignominia 
la Repubblica di Venezia e scinderla dalla Chiesa, come 
aveva fatto co' protestanti, ma l'opinione tiranna del mon-
do, ed anco dei despoti, fece paventare a Roma l'abbando-
no di tutto il cattolicismo. E perci l'accomodamento colla 
Repubblica fu con discapito immenso della sua autorit; 
ed a rifarsene volt tutto il suo odio contra il consultore di 
lei, e per discreditarlo o spacciarlo eretico non ommise ar-
ti od insidie, per quanto inique fossero ed esecrabili. Per-
sino le sue virt diventarono vizi; Vittorio Siri ripetendo 
ci che udiva in Francia dal nunzio pontificio e da altri cu-
riali dice:  vero che ove arriva e penetra l'occhio e il 
giudicio umano rilucevano in Fr Paolo tutte quelle virt 
morali, cristiane ed ecclesiastiche per le quali sogliono 
venerarsi, chi le possiede, per persone d'integrit, probit 
ed innocenza. Ma queste palesi virt che mai potevano 
essere se non se, come aggiunge il Siri, fina ipocrisia per 
ingannare i pi oculati? I Romanisti, erettisi a giudici del-
le pi recondite intenzioni, di cui Dio solo ha la chiave, 
usarono ogni sforzo per far credere al mondo che il Sarpi, 
rigido cattolico in apparenza, fosse calvinista in cuore: 
and pi oltre il cardinal Pallavicino, accusandolo affer-
matamente uomo senza religione e vero ateo. Scaligero 
fece la stessa accusa al cardinal Bellarmino.
Ma tutte le calunnie de' curiali tornarono impotenti a 
sviare le conseguenze dell'interdetto, pi funeste alla mo-
narchia de' papi delle innovazioni di Lutero. Queste scal-
varono alcuni rami della vecchia pianta, cos che parve 
rinvigorire il tronco; ma Fr Paolo vibr un colpo di scure 
che mortific le radici, e cagion quella lenta consunzione 
per la quale ha intristito e si va ora morendo il papato. 
L'interdetto produsse in quel secolo una sensazione 
difficile a descriversi, e distrusse il pregiudizio che non si 
potesse resistere alle leggi di Roma senza essere eretico: 
cattolici e protestanti furono egualmente sorpresi del 
nuovo modo di controversia, che senza toccare le 
questioni speculative, sa circoscrivere la disputa a' fatti 
positivi, ed esaminarli con profondit e con calma. Tali 
materie, essendo per lo pi trattate in latino, il popolo, 
massime in Italia, ne era affatto digiuno, o non ne aveva 
altra informazione tranne quella che davano i frati; ma il 
Sarpi usando la lingua volgare e uno stile piano, rese le 
sue dottrine universali, e i suoi libri furono nelle mani di 
tutti: luce nuova per una generazione giaciuta fin allora 
nelle pi profonde tenebre. Era un pessimo uso originato 
da profondi sdegni che le controversie religiose non si 
potessero trattare senza ingiurie; quindi le pi importanti 
questioni erano deturpate da uno stile impetuoso e 
fanatico, pi idoneo a concitare le passioni che a 
convincere la ragione; ma gli scritti di Fr Paolo robusti, 
spassionati, pieni di dignit, stretti al puro argomento in 
causa, abbelliti dalla stessa loro semplicit e da una 
facondia naturale e tranquilla, sostenuti da una critica 
affatto nuova e da osservazioni e scoperte impensate, 
segnarono una epoca nuova in quel ramo del sapere 
umano. Gli oggetti discussati da lui appartenevano tra 
quelli che pi interessavano la vita sociale, essendo 
continue le prepotenze de' cherici, le querele dei laici, e le 
liti tra il secolare e l'ecclesiastico intorno a' privilegi ed 
esenzioni delle persone di chiesa; quindi l'applicazione de 
'principii del Sarpi doveva produrre conseguenze infinite e 
col tempo mutar faccia, come fece, alla costituzione degli 
Stati cattolici. Infatti, smossa da lui la immensa materia 
del jus pubblico-ecclesiastico, s'incominci ad indagare 
con profondit l'origine di tante prerogative di cui ciascu-
no sentiva l'ingiustizia e che pure erano fatte credere di 
diritto divino e calate dal cielo. Fr Paolo, dovendo ribat-
tere i suoi avversari, si trov nella necessit di esaminare 
diligentemente molti punti di storia e di giurisprudenza, 
donde ebbe agio di notare la falsit delle vecchie decretali, 
molte manomissioni fatte dai curiali nei libri degli antichi, 
molti errori sparsi nel corpo del diritto canonico, le esage-
razioni de' suoi glossatori, e la insussistenza di alcuni fatti 
su cui facevano grande appuntamento i suoi avversari. I 
quali fortunati tentativi spianarono la via ad altri critici e 
giureconsulti, quali furono il Casaubono, il Vossio, il Gro-
zio, e quindi i Blondel, e i Pagi, e i Demarea, e i Tomma-
sini, e i Bossuet, e i Van Espen.
Per converso, l'autorit de' pontefici cominci a decli-
nare: per la prima volta furono obbligati a confessare che 
non erano infallibili, e a rivelare l'arcano fatale che non 
erano invulnerabili. Quindi svan la magia che gi da se-
coli abbagliava il mondo; e nello scorcio di pochi anni tut-
ti gli Stati cattolici, quale sopra un soggetto e quale sopra 
un altro, vollero imitare l'esempio de' Veneziani, e riusci-
rono: di modo che al fine del secolo XVII la potest ponti-
ficale non era pi temuta neppure dai piccioli governi. La 
repubblichetta di Lucca, che nel 1605 dovette piegare alla 
volont superba di Paolo V, trentacinque anni dopo si op-
pose vigorosamente alla volont non meno superba di Ur-
bano VIII. La corte di Torino, che pure aveva ceduto nel 
1605, si contenne assai diversamente nel 1613; imperoc-
ch il nunzio del papa avendo scomunicato il presidente 
Galeani per violazione di alcuni feudi ecclesiastici, il 
Consiglio ducale dichiar nulla la scomunica quand'anco 
venisse dal papa.
Ma pi fece la corte di Spagna, che pure vedemmo sot-
tomettersi debolmente alle imperiose domande di Paolo V. 
Nel 1610 il Consiglio di Castiglia mise al bando gli Anna-
li del Baronio, il quale aveva maltrattata la corte di Spa-
gna e cercato di distruggere i privilegi del cos detto Tri-
bunale della Monarchia di Sicilia. Quest'atto di autorit, 
nuovo a quei tempi, e contro un'opera carissima alla Curia 
e da lei spacciata l'Evangelio della storia, e presa sotto 
l'immediata protezione della Congregazione del sant'Uffi-
cio, la quale aveva scritto a tutti gli uffici inquisitoriali d'I-
talia che invigilassero acciocch nulla si dicesse o si 
stampasse contro quegli Annali di Baronio: quest'atto, di-
co, riusc mortificantissimo alla Corte romana che invoc 
le raccomandazioni di quella di Francia, ma indarno.
Morto nel 1611 l'arcivescovo di Saragozza, il papa ne 
pretese le spoglie; e opponendosi le corti di Aragona, il 
decano di Saragozza promulg, a nome del pontefice, un 
interdetto sulla diocesi. Le corti, determinate a sostenere i 
loro diritti, se ne richiamarono con forza al Consiglio di 
Spagna, il quale band il decano, sequestr le sue rendite, 
e sequestr 40,000 scudi che giacevano per conto della 
Camera romana, rimise l'amministrazione delle spoglie al 
magistrato secolare, acciocch pagasse i debiti del defun-
to, e disponesse il rimanente secondo le leggi di Aragona; 
e infine comand al nunzio pontificio a Madrid che levas-
se l'interdetto, il quale ubbid: ma il suo auditore, che vol-
le fare opposizione, fu scacciato dal regno.
Quel Consiglio and pi innanzi. Per le leggi di Spagna 
nessun forastiero poteva ottenere beneficio o pensione ec-
clesiastica nello Stato; ma la corte di Roma, feconda di 
artifizi, a deludere la legge soleva conferir le pensioni so-
pra una prebenda della Spagna a qualche spagnuolo che 
risedesse in Roma, coll'obbligo di passarla in mano ad al-
tro favorito, solitamente italiano. Il Consiglio di Madrid 
fece intendere al papa che non voleva pi pensioni in capo 
di spagnuoli ed a profitto d'italiani; e aggiunse che fosse 
abolito l'uso delle spoglie, alle quali sarebbesi sostituito 
un annuo compenso; che il re dovesse nominar egli a tutti 
gli episcopati de' suoi regni, anco in Italia; e infine che 
tutte le cause ecclesiastiche, eziandio in seconda istanza, 
fossero giudicate non pi a Roma, ma in Ispagna. Tali 
domande riuscivano indigeste alla Curia, che in loro scor-
geva un tarlo funesto; pertanto cerc di cansarle, invent 
sotterfugi, tir in lungo, ma infine dovette comporsi con 
discapito suo.
A tenere in apprensione la corte di Roma, a cui fanno 
paura i grandi prelati, perch non pu dominarli, il re di 
Spagna aveva fatto prete il suo terzogenito, e conferitogli 
un'abazia nel Portogallo che rendeva 100,000 scudi o pi. 
Ci piaceva a Fr Paolo, perch costui, diceva: Assorbir 
col tempo non solo una gran parte delle entrate ecclesia-
stiche, ma ancora l'autorit; e come sar nella casa regia, 
poco dipender da Roma.
Correva gi voce che questo regio infante sarebbe stato 
aggregato all'ordine cardinalizio: il che sentendo Savary 
de Breves, ambasciatore di Francia a Roma, disse che in 
tal caso lo stesso onore sarebbe fatto ad un fratello del suo 
re. E qui pure Fr Paolo aggiungeva: Questo sarebbe otti-
mo, perch sarebbeno tre papi; ed  concetto da fomenta-
re.
Vent'anni dopo la sua morte, incominci la setta famosa 
de' giansenisti, di cui il Sarpi fu il vero precursore; i quali, 
partendo da' principii contrari ai gesuiti, quanto questi e-
rano condiscendenti a tutte le bruttezze umane, altrettanto 
e' furono di rigida morale; e quanto i gesuiti adulavano i 
papi, altrettanto i giansenisti ne limitavano gli eccessi e 
cercavano di ristaurare le antiche leggi della Chiesa turba-
te o corrotte dal curialismo romano. La lotta fra queste 
due sette dur pi di un secolo, e fin coi precipizi del ge-
suitismo, e conseguentemente con danno gravissimo della 
Curia.
Nel 1682 il clero gallicano ridusse a quattro proposi-
zioni le massime della sua Chiesa, che furono difese dal 
celebre Boussuet; il quale riprodusse con pi largo dise-
gno e con singolare erudizione tutte le dottrine del frate 
veneziano. Abbench Luigi XIV rinunciasse in sguito a 
quelle proposizioni, elle rinverdirono un secolo dopo, e la 
corte di Roma fu poi obbligata a riconoscerle e a sanzio-
narle nel concordato francese del 1801. E per con molto 
senno diceva papa Benedetto XIV: Abbiamo fatto tanto 
schiamazzo per le quattro proposizioni del clero gallica-
no; ma oramai dovremo chiamarci felici, se i principi vor-
ranno contentarsi di quelle.
Infatti, dopo la guerra per la successione della casa 
d'Austria, surse un gran moto nella vita sociale de' popoli, 
e tutti i principi gareggiarono a riformare i guasti ordini 
de' loro Stati: furono tarpate le ali al sant'Offizio; furono 
ristretti, poi aboliti i diritti di asilo; fu meglio regolata la 
materia beneficiaria; furono limitati gli acquisti alle mani 
morte; furono soppressi o limitati i privilegi de' cherici, 
alle scomuniche fu data risposta colle armi, e le bolle di 
Roma non ebbero pi alcun valore.
Fino dal 1676 il cardinale Noris scriveva: Poche bolle 
passano verso l'Adriatico per le massime lasciate nel te-
stamento di Fr Paolo; ma verso il 1760 le ceneri del 
grand'uomo parvero rianimarsi, e parve che il suo spirito 
invadesse tutta Venezia, e quindi si propagasse nella Italia 
ed oltre i monti: le riforme introdotte dalla Repubblica fu-
rono tra le pi ardite che si tentassero a quei tempi: e toc-
cavano i beni delle chiese, i privilegi e le immunit dei 
cherici, il diritto di asilo, la inquisizione del santo Offizio, 
i conventi, le feste e l'eccesso delle messe e delle indul-
genze, e i guadagni delle bolle ed altri oggetti preziosi alla 
grandezza romana. Quasi in quel torno i gesuiti furono 
scacciati dal Portogallo, dalla Spagna e dalla Francia, e 
pochi anni dopo fu soppressa la loro societ, Verso il 1780 
incominciarono le radicali riforme di Leopoldo granduca 
di Toscana, e di Scipione Ricci vescovo di Pistoia e Prato, 
il quale non fece che ridurre in pratica i precetti del famo-
so Servita. Confrontando colle opere di questo le Memorie 
del celebre e virtuoso prelato, vi si riscontra la massima 
conformit d'idee, e non di rado il vescovo di Pistoia non 
fa che ripetere i pensieri del Sarpi, colle sue parole istesse, 
od ampliandole.
Ora il papato si trova alle ultime agonie: in 40 anni pe-
ricol cinque volte la sua esistenza. Nel 98 fu atterrato 
dalla rivoluzione di Francia; nel 1800 i re confederati pas-
seggiavano sulle sue rovine e nutrivano il pensiero di ren-
derle irreparabili, e ne furono distolti dalle vittorie de' 
Francesi: il papato, risorto nel 1801, fu nuovamente abbat-
tuto nel 1809; nel 1814 deve a Napoleone la sua esistenza, 
perch se continuava pi a lungo la prigionia di Pio VII,  
dubbio grave se la santa alleanza fosse per restituirgli tutti 
i suoi Stati. Nel 1817 due potenti principi d'Italia pattovi-
rono lo spartimento de' dominii pontificii, e fall la trama 
pei rivolgimenti ulteriori di quella provincia e pel bisogno 
risurto nei re di conciliarsi il sacerdozio; e ci nulla ostan-
te il papato, in bala dei sempre crescenti suoi errori, con-
tinua ad essere minacciato dal secolo retrogrado e dal pro-
gressivo.
In mezzo a tai pericoli, e nella abiezione in cui  tenuta 
da quelli che pur fingono di accarezzarla, Roma continua 
a nutrirsi d'illusioni e di orgoglio; parla e scrive della po-
test dei papi e della loro autorit sul temporale dei prin-
cipi, come avrebbe parlato e scritto a' tempi d'Innocenzo 
III; e sogna trionfi, e medita conquiste, e si applaude ad 
ogni isolata conversione di qualche individuo, intanto che 
disertano da lei le moltitudini: la Spagna e il Portogallo, 
gi cos devoti, ora scuotono il giogo; nel Belgio fermenta 
di nuovo il giansenismo, ma pi tollerante e pi socievole; 
si agita la Svizzera, le sfugge la Germania, e l'Italia in-
quieta desidera un essere nuovo. Centro al gran vortice 
delle opinioni  la Francia: quella Francia, ora senza reli-
gione e senza morale, e che pertanto anela all'una, e all'al-
tra onde riempiere i vacui dello spirito e i bisogni pi af-
fettuosi del cuore: ma all'et pensosa pi non basta un cul-
to che non ha prestigi tranne per gli occhi, e gi le vecchie 
non intese liturgie diventano ridicole, il vizioso celibato 
dei preti  uno scandalo, gli ordini monastici sono un ana-
cronismo sociale, la gerarchia  in contraddizione con tutti 
gli attuali sistemi politici, liberi od assoluti, il gesuitismo  
rinato per darsi il vanto di morire una seconda volta, e la 
societ vivente aspira a veder risorgere nella primitiva 
splendida sua bellezza il cristianesimo disordinato dalle 
passioni e dalla avarizia degli uomini.
Il papato ingrand finch fu popolare, finch fu gran-
dezza d'Italia; e cadde quando si associ coi re e perdette 
le persuasioni de' popoli, quelle persuasioni che erano la 
sua forza: quindi invano egli delira il ritorno del medio 
evo, tempi di libert e di vita che non potranno pi ripro-
dursi favorevoli a lui se non colle medesime circostanze. 
Il papato  decrepito, ed ogni rivolgimento sociale  un 
canto funebre che lo accompagna alla tomba. Ma potrebbe 
ringiovanire? Sarebbe un fenomeno straordinario, ma non 
impossibile; e potrebbe fare questo miracolo un pontefice 
che, conoscendo il suo secolo e la sua posizione, retroce-
desse di un salto il cammino erroneo che gi lungo tempo 
percorsero i suoi antecessori, e raccogliesse intorno a s la 
grande famiglia cristiana, sperperata e divisa, e si facesse 
l'interprete de' pensieri de' popoli. Dico cosa nuova ma ve-
ra: i liberali, continuazione del partito guelfo tanto utile a' 
papi, ed ora al papato nemici, sarebbero i primi a schierar-
si sotto le sue insegne; e quelli che ora discreditano la bol-
la e gli anatemi di Pio VII contro i Carbonari diventereb-
bero i campioni della bolla e degli anatemi di Giovanni 
XXII contro gli occupatori della Italia.
Le accennate considerazioni non hanno, a dir vero, una 
relazione immediata colla vita di Fr Paolo; ma le portai 
come illustrazioni o conseguenze dei grandi principii da 
lui stabiliti. Io penso che la vita degli ingegni straordinari 
debba essere considerata sotto il doppio aspetto dei vecchi 
errori che dovettero vincere e delle future verit che pro-
nosticarono, a fronte di che sono poca cosa le azioni loro 
misurate dal tempo e causate dalle vicissitudini umane. 
Mangiare, bere, dormire, riprodursi, moversi o riposare 
sono comuni a tutti gli animali; avventure pi o meno biz-
zarre, sono accidenti della fortuna, e la vita che pi ne ab-
bonda non  che il romanzo di un uomo, se gli effetti che 
ne risultano sono meramente individuali. Ma pensare  
propriet celeste, ed  nel pensiero e ne' suoi effetti che 
consiste la immortalit del genio. Perch sarebbe immor-
tale se non fossero immortali le sue creazioni? La vita fi-
sica di Galileo, di Newton, di Vico non importa pi a sa-
persi, e forse importa meno di quella di un contadino; sa-
rebbe umiliante od anco odiosa quella di altri; e la gretta 
istoria personale di Dante non ci presenterebbe che un tra-
stullo volgare delle fazioni; ma l'uomo portentoso che crea 
una letteratura, o che raccoglie in s i pensieri di tutto un 
secolo e gli trasfonde ne' secoli avvenire,  un raggio lu-
minoso di un gran sole;  un anello della catena scientifica 
che annoda gli esseri umani al senno di Giove. Ed  perci 
che in questi miei racconti mi sono pi volte dilungato in 
episodi che a taluni parranno superflui, ma che io stimo 
bene coordinarsi coll'assunta materia. Se m'ingannai, avr 
aggiunto un noioso libro di pi ai gi tanti che abbondano, 
e il torto sar tutto mio.
CAPO DECIMOQUINTO
(1607). I gusti di un popolo sono una conseguenza im-
mediata del clima e delle sensazioni continue prodotte in 
lui dagli oggetti che abitualmente lo circondano, e la edu-
cazione civile e la barbarie li modificano in meglio o in 
peggio, ma non distraggono il tipo originale stabilito dalle 
leggi stesse della natura, che sono immutabili: quindi, 
come tutte le instituzioni, cos anco la religione deve pie-
gare le sue forme esterne a seconda de' varii gusti 
nazionali.
La natura in Italia  ricchissima, ma non cos generosa 
che non convenga forzarla a dare le sue ricchezze;  
splendida, ma non tanto romanzesca che solletichi la fan-
tasia ad animarla colle sue creazioni. Perci l'Italiano, a-
vendo contratta l'abitudine di tutto assoggettare a calcolo 
materiale, non vorrebbe patire il tedio di cercare fuori del 
mondo una divinit misteriosa quando pu agevolmente 
procacciarsene una palpabile e pi domestica, alla quale 
attribuendo una parte delle sue passioni, gli pare che possa 
meglio indurla ne' suoi desiderii, usando i mezzi che pi 
commovono i potenti, preghiere e doni.
Il cristianesimo, propriamente parlando, non  che il de-
ismo dichiarato dalla rivelazione; tra l'Ente Supremo, uni-
co oggetto di adorazione, e l'uomo, non ammette divinit 
intermedia: ma questo culto cos semplice esige per essere 
concepito una profonda applicazione della mente, da cui 
aborrono le moltitudini, le quali, giudicando il governo 
del mondo invisibile da quello che vedesi nel mondo ma-
teriale, divisero la terra fra varii iddii, come  divisa fra 
varie nazioni, e supposero negli Dei variet di occupazio-
ni, e gerarchie e gradi infimi o supremi come nel mondo. 
La mitologia del moderno politeismo, figlia di freddi pen-
samenti monastici, cede a gran pezza alle antiche inge-
gnose finzioni, onde poeti e filosofi velarono con belle al-
legorie reconditi arcani della natura o misteri di religione; 
perch il gusto dei popoli nelle et di mezzo non era un 
gusto vergine come in quelli della antichit, i quali dallo 
stato di natura erano coi sussidi della religione e della po-
esia avviati verso la civilt, ma grossolano per stupidit di 
genio e depravato da reliquie multiformi di tradizioni, 
quali potevano essere in una societ scomposta e inselva-
tichita da nolenti vicende, e in cui, a misura che impallidi-
vano le cognizioni e dileguavano le lettere di una genera-
zione civile, subentravano disordinate e confuse le memo-
rie e i costumi di cento generazioni barbare. Ivi dunque 
vivendo gli uomini nella povert e nello stento, e in uno 
stato di guerra continuo, senza agricoltura, senza arti, sen-
za i comodi della vita e i diletti della libert, circondati 
ovunque da solitudini, prostrati dalle pestilenze e dalle 
fami, atterriti dai portenti detta natura di cui ignoravano le 
cause, manc ogni calore alla immaginazione, ingelid il 
pensiero, e, incapace di seguire le sublimi inspirazioni del 
cristianesimo, si abbass ad una servile imitazione del 
vecchio politeismo. Furono quindi mutati i nomi alle divi-
nit, ma restarono i loro attributi; cos in Roma la Bona 
Dea fu convertita in Santa Maria Aventina, Venere vitto-
riosa in Santa Maria alla Fossa dipinta, Iside in Santa Ma-
ria in Equirio, Vesta in Santa Maria delle Grazie, Minerva 
in Santa Maria sopra Minerva; Apollo fu mutato in 
Sant'Apollinare, Marzia in Santa Martina; e furono cano-
nizzati San Bacco, San Quirino, Santa Romola e Redem-
pta, Santa Concordia, Santa Ninfa, cos detta la ninfa Ege-
ria, San Mercurio; il Panteon, tempio dedicato a tutti i 
Dei, fu dedicato a tutti i santi; a Minerva, Dea degli scien-
ziati, fu sostituita Santa Caterina, a Lucina Sant'Anna, a 
Vulcano Sant'Elgio, a Diana Sant'Uberto, ai Dioscuri 
Sant'Ermo, a Pane San Vendelino, a Marte San Giorgio, ad 
Esculapio San Luca; non parlo degli Iddii che presiedono 
alle malattie; non degli Dei particolari ad ogni popolo cri-
stiano, dei Patroni di ogni citt o villaggio, dei Lari a cui 
ogni casa ed ogni individuo presta una privilegiata devo-
zione. Siccome il diritto di canonizzare i santi apparteneva 
al volgo,  ben da credere che abbia canonizzato dei santi 
piuttosto ridicoli: per esempio il monte Socrate, presso a 
Roma, gi consecrato ad Apollo, fu mutato egli stesso in 
un Sant'Oracte che poi divent Sant'Oreste; e di una fog-
gia di tabarro di Sant'Albano detta amfibolo, fu fatto un 
Sant'Amfibolo vescovo e martire.
Questi piccioli disordini indussero da prima i vescovi, 
poscia i papi, ad arrogarsi esclusivamente il diritto di pa-
tentare i santi, e di assegnar loro il grado di santit e di 
venerazione che si meritano, ossia di creare divinit popo-
lari. Nel 993 Giovanni XV fu il primo papa che esercitas-
se questo diritto nella canonizzazione di Sant'Uldarico ve-
scovo di Augusta; poi nel 1179 papa Alessandro III decre-
t che nessuno debba essere tenuto e venerato per santo, 
quand'anco faccia miracoli, senza l'autorit del romano 
pontefice.
Oltre a questa divisione degli attributi divini rimessi ad 
uomini innalzati agli onori della apoteosi, la religione ro-
mana, consigliata da un gusto pi raffinato, accett dal 
paganesimo gli abiti sacerdotali, i riti, le solennit, le 
pompe tutte che riguardano il culto esterno: tutto ci che 
possono fornire le arti del disegno o della musica, tutto ci 
che pu dilettare la squisitezza de' sensi, ed esilarare lo 
spirito, fu associato al cattolicismo a tal che culto cattolico 
e culto delle belle arti sono quasi sinonimi.
Gl'Italiani si sono come identificati a questa maniera di 
religione: gli uomini colti vi trovano quello che  vero, e 
le moltitudini quello che piace; ma gli uni e gli altri l'ap-
provano conforme al gusto nazionale: e qualunque possa 
essere il sistema religioso che governer i nostri discen-
denti da qui a venti secoli, io oso dire che le sue forme e-
sterne saranno a un dipresso le medesime di quelle di a-
desso e di quelle che gi furono venti secoli innanzi.
Poste in non cale queste considerazioni, i protestanti, 
massime i riformati di Ginevra, giudicarono che l'interdet-
to fosse principio ad una rivoluzione religiosa in Italia, e 
un varco aperto alle conquiste della loro setta. Senza di-
sputare coi teologi se il papa o Calvino abbia ragione, io 
penso, per le ragioni sopraddette, che il culto del secondo, 
arido e metafisico, non potrebbe mai prosperare in Italia; e 
meno di tutto lo poteva a Venezia, dove la religione alla 
Vergine e ai Santi, e le consolazioni del purgatorio, e le 
solennit dei riti erano condizionati al modo di vivere di 
quel popolo; e quand'anco la Repubblica si fosse separata 
dal papa, il suo sistema religioso sarebbe pur sempre re-
stato il medesimo.
Con tutto ci i calvinisti immaginavano che Venezia di-
venterebbe il contro altare del papato in Italia, e gi pare-
va a loro di vedere arsi o spezzati i simulacri e calpestate 
le reliquie, e che Fr Paolo sarebbe il profeta di nuovo 
culto, e suoi discepoli i senatori, e il popolo tutto odio 
contra i preti e frati. Fra loro si congratulavano, si scrive-
vano lettere, facevano pronostici; e la smania di far prose-
liti, essendo una febbre di tutte le religioni nuove, massi-
me quando lo spirito di propaganda  concitato dal pensie-
ro di nuocere a setta rivale, vi furono zelanti uomini, i 
quali corsero da Ginevra a Venezia sfidando i pericoli del 
sant'Offizio che poteva coglierli in flagranti nei paesi per 
cui passavano; e senza lasciarsi disingannare dallo stato 
diverso delle cose si pascevano tuttavia di bizzarrie, ed 
ogni facezia che udivano contro il papa, ogni motteggio 
contro la sua Corte erano raccolti da loro con entusiasmo, 
e considerati come infallibili segni di cadente cattolici-
smo. Il celebre Giovanni Diodati, ministro di Ginevra n'e-
ra cos persuaso, che in quell'anno 1607 pubblic a bella 
posta una nuova edizione della sua Bibbia, elegantemente 
tradotta in lingua italiana, sperando d'introdurla in Venezia 
a profitto della sua comunione.
Queste cose si sapevano a Roma, e tenevano molto agi-
tata la Corte. Le lodi de' protestanti a Fr Paolo erano pei 
curiali altrettante prove che egli inclinava all'eresia, e che 
intendeva seriamente a introdurla in Venezia. Ad impedire 
il qual danno ricorsero ai consueti artifizi. Pensavano che, 
uscito vincitore di lotta cotanto difficile, il suo amor pro-
prio da quel lato potesse essere pago; e che continuando 
essi nel loro sistema di seduzione, sarebbono riusciti a 
carrucolarlo a Roma, dove o il Sarpi si ritrattava, e la Cor-
te otteneva un pieno trionfo; o persisteva, ed ella ne traeva 
una luminosa vendetta. Speravano eziandio che a forza di 
avvilupparlo in pratiche secrete, avrebbono raggiunti i 
mezzi di renderlo sospetto al governo, e di difficoltare la 
sua posizione in modo che, da qualunque lato si volgesse, 
fosse egualmente perduto.
Le qualit personali e la parte onorevole che aveva rap-
presentato il cardinale di Gioiosa, ci lasciano credere ch'e' 
fosse ignaro di codesti tortuosi intrighi, ed operasse di 
piena buona fede e per amore della concordia, quando 
prima di abbandonar Venezia fece intendere al Sarpi, per 
mezzo dell'ambasciatore Dufresne, che nutriva desiderio 
di parlargli avendo alcune cose adirgli in particolare; ma il 
frate che era penetrativo, e indovinava presso a poco in-
torno a che si aggirerebbe il colloquio e le conseguenze 
che poteva produrre, ne inform subito il Collegio, il qua-
le rimise alla sua prudenza il risolvere. Ed e' fece conside-
rare che essendo egli un semplice frate, e trovandosi a 
fronte un cardinale, di cos gran nome, ad un abboccamen-
to in quattr'occhi, qualunque fossero i ragionamenti, non 
essendovi testimoni, era in arbitrio altrui di ampliarli o ri-
stringerli o commentarli a talento; per esempio, si sarebbe 
potuto spacciare ch'e' si fosse scusato, dicendo di avere 
scritto per forza e contro il suo parere, che avesse biasima-
ta la durezza del Senato, o che si fosse ritrattato, od altro 
poco conveniente al suo ed al decoro pubblico. Il Collegio 
decise non vi andasse.
E i curiali facendo sparger voce che a Roma volevano 
scomunicarlo, se non andava a giustificarsi. Fr Paolo fe-
ce una scrittura in cui raccolse gran numero di eresie for-
mali e dottrine perniciose insegnate nei loro libri dagli 
scrittori pontificii, vi appose a riscontro le sentenze della 
Scrittura, dei Concilii, dei Padri della Chiesa e degli stessi 
pontefici: aggiungendo che quanto a lui non era alieno dal 
comparire, a condizione che, lasciate a parte le espressioni 
vaghe di proposizione eretiche, erronee, scandalose, of-
fensive delle orecchie pie, le quali, buttate cos in globo 
significano niente; nella citatoria dichiarassero le propor-
zioni dannevoli, estraendole singolarmente da' suoi libri al 
modo ch'egli aveva fatto di quelle degli altri; e che gli fos-
se assegnato luogo in paese cattolico dove fosse accertate 
l'imparzialit del giudicio e impedita a' giudici la violenza. 
Del resto poco gl'importando con chi disputar dovesse, da 
chiunque gli fosse mostrato il suo errore, egli si protestava 
prontissimo a ritrattarsene.
Questa scrittura consegn a Francesco Contarini, che fu 
poi doge e che andava ambasciatore a Roma. Il Contarini 
la fece vedere confidenzialmente ora all'uno ora all'altro, 
finch per questa via indiretta giunse anco a cognizione 
del pontefice, il quale, non avendo voglia di mescolarsi in 
una nuova discussione di principii che poteva inferire a 
confronti svantaggiosi e sollevare una controversia forse 
pi pericolosa della antecedente, volle che per quel mo-
mento non se ne parlasse altro; e soltanto fu fatta correr 
voce che la scomunica era stata fulminata in secreto.
In questo mezzo andava nunzio del papa a Venezia Ber-
linghiero Gessi, vescovo di Rimini, poi cardinale ed uno 
dei sette sapienti che condannarono venticinque anni dopo 
il Galileo per la famosa eresia del moto della terra e im-
mobilit del sole. A lui il papa aveva dato istruzioni pru-
dentissime: A me pare, gli diceva, di poterle ricordare 
che convenga procedere con lenit, e che quel gran corpo 
voglia essere curato con mano paterna. Ma pure gli pre-
meva assaissimo di avere in mano il terribile frate, e gli 
raccomand caldamente di fare in modo che lui e Giovan-
ni Marsiglio e gli altri seduttori fossero consegnati al 
Sant'Offizio o almeno abbandonati dalla Repubblica e 
privati dello stipendio. Ma il nunzio trov cos spinoso il 
negozio che volle neppure tentarlo.
Saggi altra via. Chiese al Collegio un abboccamento 
con Fr Paolo, dicendo essere cos convenuto coll'amba-
sciatore Contarini. Il Collegio volle prima udire il Sarpi, il 
quale mostr essere non minori inconvenienti in questo 
caso che in quello del Gioiosa. Ci nondimeno, volendosi 
compiacere il nunzio, trattarono i savii la formola del col-
loquio, le cose da evitarsi, quelle a cui si poteva risponde-
re; ma sursero tante difficolt perch non potevano indo-
vinare ci che passasse per la testa a monsignor Gessi, che 
finirono a concluder niente.
Non perci la Corte si scoraggiva, ma ogni qualvolta 
dovessero andare o passare per Venezia prelati di qualit, 
a tutti dava commissione di cogliere qualche pretesto onde 
vedere il Sarpi, e tastarlo, e tentare di fargli abbandonare il 
servizio della Repubblica, sempre mettendogli innanzi la 
clemenza del papa, gli onori che poteva dar Roma, il peri-
colo de' suoi fulmini, la volubilit dei governi, e la vanit 
del patrocinio accordatogli che poteva mancare coi tempi 
e cogli interessi. I pi dovettero visitarlo nella sua cella; 
pure alcuni and egli a trovare, invitato, a casa loro quan-
do estim che non correva alcun rischio; ma a tutti appar-
ve sempre dello stesso parere. Anco il cardinale Pinelli, 
inquisitore generale a Roma, gli fece scrivere dal procura-
tore dei Serviti, esortandolo che col andasse dove sareb-
be bene accarezzato, e terminerebbe la sua causa con sod-
disfazione propria e della Repubblica. Ma il frate, che co-
nosceva le arti, non si lasci prendere.
Intanto lo zelo, il disinteresse e la prudenza con cui si 
era comportato ne' passati negozi, gli meritarono la pi 
ampia confidenza del governo. Il quale, volendo da prima 
rimunerare quelli che pi fedelmente lo avevano servito, 
aggiunse 100 ducati ai 100 cui gi godeva Fr Fulgenzio, 
e al Sarpi furono pure aumentati gli stipendi, ma di quanto 
lo ignoro: se non che all'uffizio di teologo essendogli ag-
giunto quello di consultore in jure, si pu supporre che al-
tri 200 ducati almeno gli fossero assegnati. E fugli aperto 
l'adito ai secreti archivi, materia gelosissima a Venezia, 
dove non mettevano i piedi se non i cancellieri e segretari 
di Stato vincolati al secreto da severi giuramenti. Gli ar-
chivi di Venezia erano a quei tempi, e sono ancora adesso 
le preziose reliquie che ne rimangono, un vasto emporio 
di cognizioni storiche e il pi dovizioso che ancora si co-
noscesse. L giacevano depositate come in occulto santua-
rio, oltre agli atti del governo interiore e le sue relazioni e 
transazioni cogli esteri, le osservazioni fatte sui luoghi da-
gli ambasciatori, residenti e consoli che la Repubblica 
spediva in varie parti, e memorie di viaggiatori, e storie 
arcane, e lettere di diplomatici; tal che affidata al Sarpi 
quella immensa suppellettile di documenti statuali, si 
messe con ardore a studiarli e a farne indici e sunti, che, 
disposti in ordinate rubriche secondo l'ordine de' tempi e 
delle materie, gli servirono a rispondere con ammirabile 
celerit e precisione di fatti e circostanze a tutti i quesiti di 
vario genere che gli furono proposti da poi.
Ha di l a non molto fu distratto da quei lavori, peroc-
ch la Curia, non potendo averlo vivo, si prov di averlo 
morto.
CAPO DECIMOSESTO
(1607). Tosto dopo seguito l'accomodamento, Traiano 
Boccalini, scrivendo al Sarpi e congratulandosi seco lui 
della prudenza con cui si era maneggiato in quell'affare e 
come avesse, procurando un buon accordo, sventate le ac-
cuse dei maligni di volersi erigere in capo-setta, chiudeva: 
Deve vostra paternit rammemorarsi di aver offeso con 
la lingua, con la penna e coi consigli un papa, un collegio 
di cardinali, una corte di Roma e una sedia apostolica; e se 
tutti questi le perdonano, sin da' gentili si abbraccier l'E-
vangelio. Non si addormenti di grazia; ch la corte a qual 
prezzo si sia vorr torre ai Veneziani il suo appoggio. Il 
braccio de' preti  lungo, perch dappertutto hanno l'in-
gresso, e un colpo  primo dato che inteso. Parlo con fran-
chezza perch l'amo, e la sua vita  necessaria al mondo e 
preziosa agli amici.
Il Boccalini, che era in corte di Roma, parlava di ci 
che vedeva ed udiva, ma Fr Paolo non ne fece alcun ca-
so. Vennero altri avvisi. Gaspare Scioppio, cui egli conob-
be a Ferrara, era stato a Roma ed aveva avuto secrete con-
ferenze col papa e coi primi di quella corte relative a cose 
di protestanti di Germania, ed ebbe commissioni per il 
Sarpi, cui, passando per Venezia, and a trovare. E dopo 
ragionamenti di politica e di filosofia e particolarmente 
intorno a quella degli stoici, di cui Scioppio aveva pubbli-
cato l'anno prima un trattato, lo ammon, che stasse in sul-
la guardia; che il papa aveva lunghe le mani; che avrebbe 
potuto, volendolo, farlo ammazzare; ma che il suo pensie-
ro era di averlo vivo. Poi gli and insinuando, essere il 
meglio che col pontefice si riconciliasse, e si offer media-
tore.
Rispose il Sarpi: Avere difeso una causa giusta; rincre-
scergli che il papa, bench a torto, se lo recasse ad offesa. 
Paolo V avere giurati i patti dell'accomodamento che lui 
pure comprendevano,  non essere mai per credere che vo-
lesse mancare alla fede pubblica. Le insidie nella vita 
macchinarsi contra principi e personaggi grandi, non con-
tra un umile frate; ma ove pure fosse vero, rimettersi al 
tutto ai decreti della Provvidenza; e se lo pigliassero vivo, 
della sua vita non essere cos padrone il papa che non lo 
fosse prima lui, e piuttosto che far cosa indegna, essere lui 
per toglierlasi. E lo ringrazi dell'avvertimento.
Lo Scioppio due giorni dopo, accusato da un suo con-
nazionale di avere scritto satire contro la Repubblica, fu 
sostenuto in carcere per breve tempo, indi mandato ai con-
fini. A ragione Bayle, riportando le ultime surriferite paro-
le, osserva che Fr Paolo seguiva la dottrina degli stoici, i 
quali in certi casi ammettevano lecito il suicidio. Io non sa 
se il Servita estendesse la teoria a tutti i casi contemplati 
da Zenone; ma parmi che la Chiesa non la condanni quan-
do si tratta di salvare il proprio onore, non potendosi fare 
altrimenti.  vero che a questa parola onore si attaccano 
idee tanto varie: alcune ponno essere sostanziali, ma altre 
sono forse chimeriche; per esempio, santa Apollonia ver-
gine e martire, che non era una giovinetta ma una vecchia, 
e non colle tenaglie, ma con un pugno le furono tratti i 
denti (se ne aveva ancora), si butt in un rogo senza moti-
vo, s soltanto per far vedere che non temeva il morire. 
L'azione  lodata dagli scrittori ecclesiastici, e la pia sui-
cida fu canonizzata; ma io loderei pi volentieri quella 
dama romana, la quale, piuttosto che lasciarsi contaminare 
dal tiranno Massenzio, si uccise. Ci nulla ostante san 
Giovanni Crisostomo loda moltissimo Sara che per salva-
re il marito si giacque con Abimelech, e ne propone l'e-
sempio alle altre donne. Molti casuisti ritengono lecito il 
suicidio in varii casi; per me lo biasimo in tutti, tranne l 
dove l'uomo, in potere d'altrui, teme per forza di tormenti 
di dire o fare cosa ingiusta alla sua coscienza. E questo 
parmi che fosse il pensiero di Fr Paolo.
Si accumulavano gli indizi. L'ambasciatore Contarini 
scriveva al Consiglio dei dieci, a' 29 settembre, che un 
certo Rutilio Orlandini veniva a Venezia per commettere 
un delitto. Quest'Orlandini era stato prima frate nel con-
vento di San Paolo a Roma, ma essendo uomo terribile e 
scandaloso, fu scacciato dal convento, e se ne and egli 
stesso, dopo avere derubato a forza sulla pubblica strada 
due monaci del monastero di Farfa. Si fece soldato della 
Repubblica: accusato d'intelligenza per dar Rovigo a' pon-
tificii, fu imprigionato, poi espulso. And a Roma, si die-
de alla vita del bandito, dello sgherro e dell'assassino, al-
loggiando in casa del duca Orsini di San Gemini; ch a 
quei tempi le case dei grandi godevano il privilegio di da-
re asilo alle pi vili schiume rigettate dalla societ. Questo 
bel mobile cercava compagni per un certo effetto che do-
veva fare a Venezia per ordine, com'ei diceva, dei padroni 
di qui, cio di Roma, e pel quale gli erano stati promessi 
55,000 scudi. Aveva ottenuto dal papa (cos egli o il suo 
denunciatore, ma pi probabilmente dalla Penitenzieria) 
una assoluzione che mostr ad alcuni amici, fra i quali ad 
un Flavio di Sassoferrato, che rivel ogni cosa al Contari-
ni. Diceva ancora di avere parlato col papa: ci forse non 
era vero; ma era verissimo che andava spesso da un Fuc-
cioli, segretario della consulta, al quale, appena giunto 
nell'anticamera, era tosto introdotto. Prima di partire da 
Roma gli furono pagati 170 o 180 scudi da una banca, cui 
sciup immediamente fra donne e bagordi; a Ferrara gli 
furono pagati altri 8000 ducati, forse per stipendiare o 
premiare i compagni. Cos scriveva l'ambasciatore; ma 
queste cifre di 55,000 e di 8000 mi sembrano esagerate, 
quando non sia errore del manoscritto di cui mi servo: nel 
documento originale si legge forse 5000 e 800. Comunque 
sia, la lettera dell'ambasciatore non pot essere giunta a 
Venezia se non se qualche giorno prima del succeduto as-
sassinio di Fr Paolo. L'Orlandini, appena capitato sul ter-
ritorio di San Marco, fu arrestato e condotto nelle carceri 
dei Decemviri, dove probabilmente il boia avr strozzato 
una vita gi contaminata da tanti delitti.
Non  chiaro quale fosse la missione di cosi terribile si-
cario; ma il Sassoferrato assicurava che doveva essere un 
ammazzamento, o, come appare dal suo racconto, il ratto 
di una persona: e aggiunse ancora, essere a Venezia pi 
altri emissari spediti da Roma, che, sollecitati da larghe 
promesse, intendevano a simili imprese. Fatto  che anco 
gli inquisitori di Stato ebbero avvisi diversi e non manca-
rono di ammonire Fr Paolo; ma l'imperturbabile Servita 
si ostin sempre a crederle voci popolari e da non farne 
conto, parendogli impossibile che la corte di Roma voles-
se macchiarsi di un delitto omai inutile. Lo confermava in 
questa incuria la sua tendenza al fatalismo, essendo solito 
dire che nulla possono gli uomini contro quello che  de-
stinato da Dio; quindi le precauzioni che prendeva erano 
piuttosto per compiacere altrui che s. Vittorio Siri affer-
ma di aver udito da Fr Fulgenzio che il Consultore si fa-
ceva accompagnare da un frate armato di moschettone 
scavezzo, e che si era provato a vestire una cotta di maglia 
sotto gli abiti, cui poscia dismise non ne potendo soppor-
tate lo incomodo peso. Il fatto non  inverosimile; ma  
poco credibile in bocca del Siri, scrittore pi abbondante 
che giudizioso, e troppo facile ad ammettere i racconti del 
volgo. E n' forse uno questo, nato da poi, che fu visto 
come di tante pugnalate tirate al Sarpi, tre sole nel capo 
ferirono. Fr Fulgenzio, cui il Siri cita a testimonio, non 
ne fa alcun cenno; e dice solamente che Fr Paolo si face-
va di solito accompagnare da lui, da Marino, frate laico 
suo servitore, e da un altro compagno animoso e di spirito. 
E gi da pi giorni nell'andare al convento si erano incon-
trati con certe fisionomie sinistre che si fermavano ad os-
servarli, e poscia pareva che si parlassero sottecchi e per 
cenni misteriosi. Fr Fulgenzio ne avvert il Consultore, il 
quale diceva essere ubbe, e che quelli non badavano a lo-
ro.
Correvano li 5 di ottobre, a 23 ore d'ltalia (circa le ore 5 
pomeridiane). Fulgenzio e l'altro frate compagno, per caso 
fortuito, erano ito per altra strada, sperando d raggiungere 
Fr Paolo al palazzo ducale prima che tornasse a casa; ma 
trattenuti da varie circostanze non giunsero a tempo. Gran 
folla essendo accorsa al teatro di San Luigi per l'opera 
nuova, la contrada di Santa Fosca, dov'era il convento dei 
Servi e le altre dei contorni, non vedevano la solita fre-
quenza. E intanto Fr Paolo se ne tornava col solo Fr 
Marino e in compagnia d'Alessandro Malipiero, patrizio 
di et quasi decrepita; e giunto al ponte che  verso le 
Fondamenta, non lungi dal convento, o fosse per l'angu-
stia del luogo o per altrui studiato impedimento, Malipiero 
andava alcuni passi avanti, e Fr Paolo fu improvvisamen-
te assalito da una banda di assassini, de' quali uno afferr 
tra le braccia Fr Marino, un altro mise le mani addosso al 
patrizio, e cos ingombrato il passaggio del ponte, uno di 
loro tir a furia quindici o venti stilettate al Sarpi che gli 
crivellarono il cappello e il collare del vestito, e tre sole 
ferirono: due nel collo, e la terza, passando nell'orecchia 
destra, usciva dalla vallicella, che  tra il naso e la destra 
guancia, e traforato l'osso, vi rest il ferro conficcato den-
tro. Fr Paolo cadde come morto. Alcune donne che vide-
ro lo spettacolo dalle finestre, gridarono aiuto: i sicari, ve-
dendo accorrer gente, spararono gli archibusi per atterrire, 
e si salvarono colla fuga; Fr Marino, appena pot strigar-
si, se la diede a gambe; e Malipiero colle persone accorse, 
si avvicin al Sarpi cui credeva morto, gli cav il pugnale 
dalla testa, e trovato che tuttora viveva, il fece immedia-
tamente trasportare al convento.
Sparsasi la nuova, le sollecitudini e l'interessamento de' 
Veneziani per il Sarpi sono appena credibili. I senatori, 
adunati a consiglio in quell'ora, si levarono, e corsero qua-
si tutti al convento per informarsi di propria bocca. I De-
cemviri, restati soli sella sala del Senato, si costituirono in 
tribunale, e colla solita prontezza diedero ordini perch 
fossero arrestati gli assassini. Il teatro fu quasi vuoto di 
spettatori; una folla immensa circondava il monastero dei 
Servi; ed essendo corsa voce che i sicari riparassero dal 
nuncio del papa, la plebe furibonda accorse al suo palazzo 
per abbruciarlo, e il vescovo di Rimini avrebbe veduto 
una cattiva burla quella sera se i Dieci non mandavano to-
stamente soldati in suo soccorso, e se i principali magi-
strati, mescolandosi col popolo, non l'andavano amman-
sando con dolci parole, e dicendo che Fr Paolo era tuttora 
vivo. Le grida e le imprecazioni contro i papalisti salivano 
alle stelle, e tapino colui che si fosse trovato ivi in quel 
mezzo. Insomma una curiosit inesplebile nelle persone di 
ogni et e d'ogni ceto, una compassione, uno sdegno solo. 
Il vescovo di Rimini e i suoi famigli stettero pi giorni 
senza uscire di casa, tanta paura avevano di essere massa-
crati.
Il governo mand denari al convento, acciocch a tutto 
e prontamente si provvedesse. Come di grave affare di 
Stato ne furono avvisati tutti gli ambasciatori e residenti 
della Repubblica; ne fu dato parte a tutte le corti; furono 
chiamati i pi esperti medici e chirurgi. L'Acquapendente, 
professore a Padova, e Adriano Spigelio, celebre chirurgo, 
ebbero ordine di non partirsi dal convento, fintanto non si 
vedesse ove inclinava il male, se a vita o a morte, che pur 
di questa vi era molto pericolo. Sarpi avrebbe voluto che 
bastasse il solo Luigi Ragoza, giovane chirurgo assai pra-
tico e nel quale aveva molta fede; ma dovette uniformarsi 
alla volont del governo, e dodici almeno furono i deputa-
ti alla cura di un uomo, alla vita del quale la Repubblica 
attaccava la pi alta importanza.
La sua presenza di spirito non lo abbandon un istante, 
e quella istessa sera, sentendo dove eravi il pugnale, il 
volle in sua mano, e tastandolo disse: Non  limato; vo-
lendo inferire che le ferite avrebbono scabrosit di pi dif-
ficile guarigione. Appena medicato, and l'Avogatore di 
Comune per esaminarlo; ma egli disse che non aveva ne-
mici, e che siccome perdonava a chi lo aveva offeso, cos 
pregava il Consiglio dei dieci a non voler farne dimostra-
zione alcuna: ed essendogli annunciato che gli assassini 
erano stati presi, se ne mostr inquieto e addoloratissimo, 
perch, diceva, potrebbono rivelare cosa che fosse di 
scandalo al mondo e di pregiudizio alla religione.
Alla mattina seguente, trovandosi per la gravezza delle 
febbri in pericolo di vita, si mun di tutti i sussidi di reli-
gione, e chiam a s i frati a cui fece scusa de' suoi man-
camenti, e pregolli che lo raccomandassero a Dio. Infatti 
la malattia dur pi mesi, e per alcune settimane incerta e 
minacciosa, e talmente l'infermo fiaccato per naturale de-
bilit e per la perdita del sangue che per ben 20 giorni 
stette in letto senza potersi muovere, e neppure alzare una 
mano. Ad aggravarlo si aggiunse la moltiplicit dei medi-
ci; imperocch alcuni, vedendo le sue labbra illividite, so-
spettarono di arma avvelenata, e gli amministrarono teria-
che ed altri antidoti usati a quel tempo, che finirono in una 
infiammazione; altri, parendo loro che le ferite avessero 
seni, misero mano a' ferri e tagliarono: e l'infermo, udendo 
sentenze ora di vita ora di morte, dovette lasciarsi marti-
rizzare e sottoporsi a tutti i supplizi che virt o capriccio 
suggerivano. In mezzo a questi travagli non veniva meno 
il suo umore faceto. Una sera l'Acquapendente nel medi-
carlo disse, non avere veduto mai una ferita pi strana: e 
Fr Paolo, celiando, rispose: Eppure il mondo vuole che 
sia data Stylo Roman Curi. Unica parola uscitagli dal-
la bocca o dalla penna su quest'affare.
I medici ebbero ordine di ragguagliarne ogni giorno il 
Collegio, e il Senato medesimo mandava spesso un secre-
tario per saperne nuova. Nel dicembre si trov in istato di 
potere di nuovo applicarsi allo studio, bench non appieno 
guarito e che risentisse alla testa gravezza e dolori; anzi ne 
port per lungo tempo, stantech l'osso della mascella es-
sendo stato rotto, e facendo ascessi per mandare scheggie, 
rinnovava le infiammazioni con febbri violenti, di forma 
che nel luglio del 1608 fu quasi in pericolo di perdere 
l'occhio destro. Nondimeno guar perfettamente. L'Ac-
quapendente in ricompensa fu creato cavaliere, e presenta-
to di una tazza d'argento del peso di 40 ducati (oncie 30 
2/3 circa, peso di marco) fatta fondere appositamente col-
lo stemma di San Marco scolpitovi. Gli altri chirurghi eb-
bero ricompense in proporzione.
I Decemviri, non avendo potuto conseguire l'intento di 
metter le mani addosso ai grassatori, li fulminarono con 
un bando dei pi terribili. Chi li prendesse o vivi o morti, 
se era il capo di quella masnada (e ciascuno di loro faceva 
il nome) si avesse l'enorme taglia di 4000 ducati e 2000 
per gli altri, con aggiunta di altre grazie. Se venivano pre-
si, comandava che fossero condotti al luogo del delitto, ed 
ivi monchi della siano destra, poi tratti a coda di cavallo 
fino alle colonne di San Marco, fossero decapitati, poi 
squartati. Bando capitale a chi non li palesasse o li na-
scondesse nel dominio veneto. La qual sentenza fu spedita 
per celeri messi al conte o governatore dell'isola di Lesina, 
al Provveditore dell'armata, all'ambasciatore a Roma e in 
generale a tutti i Rettori delle provincie, acciocch faces-
sero le pi attente indagini e procurassero di avere i rei.
Ci pel passato. Pei sospetti e pericoli avvenire, un de-
creto del Senato 27 ottobre in cui il Sarpi  qualificato 
soggetto di prestante dottrina e di bont esemplare, molto 
benemerito della Signoria nostra e a noi grandemente ca-
ro, prometteva a chi, presentandosi il caso di nuova ag-
gressione, si levasse in aiuto di lui, e senza rispetto di per-
sona o di luogo gli assassini ammazzasse, 2000 ducati per 
ogni assassino ucciso e 4000 per ciascuno preso vivo; 
2000 ducati a chi denunciasse macchinazioni contro la vi-
ta del Sarpi, e lo stesso premio congiunto alla impunit, 
concedeva ai complici che la congiura rivelassero.
Nel decreto si erano lasciate correre a bella posta le e-
spressioni di persona o persone di qual grado o condizio-
ne si voglia od altre simili che parevano adombrare un'o-
scura minaccia agli attentati dell'Inquisizione di Roma, e 
la ferma risoluzione nel governo di dare al boia chi che si 
fosse o nunzio o cardinale o vescovo o prete o frate che 
ardisse provocare il suo sdegno; e a maggior speditezza e 
spavento autorizzava il pubblico con larghi premii a farne 
giustizia sommaria.
Tanti e cos minaccevoli provvedimenti sembrava che 
dovessero omai rendere impossibile ogni ulteriore postura 
a danno del temuto ed odiato frate; ma il rovello della 
vendetta negli uni, l'abitudine al delitto negli altri, e l'esca 
di pi larghe promesse, fecero s che il pericolo corso non 
fosse l'ultimo della vita di questo grand'uomo. Ci nondi-
meno il decreto del Senato gridato pubblicamente dal 
banditore, affisso colle stampe, e diffuso per tutte le pro-
vincie, congiunto all'amore che a Fr Paolo portavano i 
Veneziani, produsse un mirabile contrapposto all'acerbit 
con cui lo perseguitavano i fanatici. Riferisce il Fontanini 
di avere udito raccontare da alcuni vecchi che quando quel 
frate passava la popolosa contrada di Merceria, i mercanti 
ti schieravano a guardia sulle botteghe, e gridavano alla 
gente: Fate largo a Fr Paolo.
Il senato sino dai 9 ottobre, cio quattro giorni dopo 
successo il ferimento, aveva decretato 100 ducati da spen-
dersi nella malattia del Sarpi; a' 27 dello stesso mese gli 
aggiunse una pensione annua di altri 400 ducati affinch 
potesse mantenersi una gondola e provvedere con ogni 
modo alla propria sicurezza; i savi del Collegio ebbero 
comandamento di provvederlo, a spese pubbliche, di co-
modo alloggio sulla Piazza di San Marco, attiguo al pa-
lazzo ducale; e gli fu data facolt di abitarvi col suo amico 
Fr Fulgenzio, e con qual altra compagnia pi gli piaces-
se: e per sopperire ai narrati dispendi e alle promesse ta-
glie fu fatta eccezione a una legge dei 24 marzo 1567 che 
proibiva di spendere il denaro pubblico ad uso di privati. 
Ma il Sarpi modestamente ricus i 400 ducati, e non es-
sendo stato possibile di fargli abbandonare il convento, 
furono aggiunte alla sua cella alcune camere e mobili do-
ve potesse agiatamente studiare, tener libri, conservar car-
te, dar posto conveniente al suo scrivano e agli altri che lo 
servivano, e fu praticata una fabbrica per cui uscendo dal 
suo alloggio e passando per un corridoio e una scala se-
creta, montava in gondola senza vedere la strada o i recinti 
comuni del chiostro. Non volle mai far uso della licenza 
concessagli di farsi accompagnare da persona armata: di-
stinzione di gran momento, conceduta raramente, in casi 
particolari, e a sole persone qualificate. Fu consigliato an-
cora ad avere una cucina propria, ma volle continuare a 
cibarsi nel refettorio. Infine nulla fu pretermesso per con-
servare giorni tanto insidiati, e alla Repubblica tanto pre-
ziosi.
Commosso il Sarpi da tante pie cure, ne rese grazie al 
Collegio colla seguente lettera:
Serenissimo Principe. Le beneficenze dei principi ver-
so i suoi servitori per lo pi superano i meriti di chi le ri-
ceve, e e sono superiori alle loro speranze; ma la munifi-
cenza della Serenit Vostra verso di me ha sorpassato 
quanto mai avessi potuto desiderare. Io non ho aspirato 
pi oltre che ad essere onorato col titolo di servitore della 
Serenit Vostra, ed Ella non solo mi concedette questa 
grazia, ma in appresso vi aggiunse moltissimi doni e au-
menti ancora due volte in poco tempo, finalmente per cu-
mulo de' suoi benefizi si  compiaciuta di condiscendere a 
credere che io vivo contento delle grazie fattemi. Del qua-
le favore, riputandolo io il maggiore che conseguire potes-
si al presente, ne rendo con tutto lo spirito quelle riverenti 
ed affettuose grazie che posso. Dovranno esser queste un 
testimonio, al mondo di quello ch' verissimo, cio, che 
servo per mio debito, con religione( ) e coscienza, e non 
per alcuna mondana speranza. Ma quanto si aspetta alle 
lodi colle quali piaciuto l' di onorare la mia umilissima 
persona, non riconoscendo in me alcuna pregevole qualit 
che le meriti, le ricevo per avvertimento di quello che 
dovrei essere e per ammonizione di quanto dovr fare; 
laonde cercher di formarmi secondo il modello esposto 
dalla Serenit Vostra in forma di lodi, per riuscire 
servitore non inutile a quest'augusta Repubblica ed 
all'Eccellenze Vostre.
E rese anco grazie a Dio dello scampato pericolo, di cui 
finch visse port nella mascella l'impressa, per visibile 
cicatrice, la memoria. Il famoso pugnale, cui il Malipieri 
avrebbe voluto per s, fu dal Sarpi appeso in voto ad un 
Crocifisso nella Chiesa de' Servi col motto Deo filio libe-
ratori. Ora  possieduto dal cavaliere Lorenzo Giustiniani.
Intanto per questo accidente Fr Paolo fu costretto a 
darsi ad una vita pi ritirata e guardinga. Non usciva pi 
dal convento se non per andare al Palazzo, e neppure a 
piedi, ma in gondola: sbarcava a Rialto; cos, poco pi gli 
restava per giugnere a San Marco che la contrada di Mer-
ceria, sicura per la frequenza di popolo, e che faceva vo-
lentieri per esercizio del corpo. Nell'interno lo assistevano 
quasi continuamente il converso Fr Marino, Fr Marco 
suo scrivano, e un frate Antonio altro scrivano e barbiere, 
di cui parler altrove. Tutti pagava generosamente, lar-
gheggiava col cuoco, col panattiere col canovaio e in ge-
nerale con tutti: versava a profitto del convento gli emo-
lumenti di cui godeva, e per la sua liberalit si acquistava 
amore e confidenza. And anco pi cauto nel ricever visi-
te, non ammettendo alcuno se non era persona conosciuta 
o accompagnata da amico.
CAPO DECIMOSETTIMO
(1607). Resta ora nei lettori la curiosit di conoscere 
quali fossero gli assassini, e da qual mano guidati: tratta-
zione che ho voluto riservare a questo capo, avendo io po-
tuto intorno a questo particolare raccogliere notizie scono-
sciute agli altri che scrissero di Fr Paolo.
I sicari furono: Ridolfo Poma veneziano;
Alessandro Parrasio anconitano, gi da due anni bandi-
to dalla sua patria per avere assassinato lo zio, e partecipa-
to ad altri misfatti, e ritiratosi a Venezia, in casa di certi 
mercanti Gottardi, parenti suoi e del Poma, ivi insegnava 
di scherma, nella quale molto valeva: aveva anco fama di 
essere spia salariata dell'inquisitore di Roma;
Michiel Viti prete bergamasco dimorante a Venezia, so-
lito a ufficiare nella chiesa di Santa Trinit: aveva incon-
trata qualche intrinsichezza con Frate Fulgenzio, cui an-
dava spesso a visitare nel convento sotto colore di farsi 
instruire di casi di coscienza e di altri punti di teologia e di 
religione;
Pasquale da Bitonto, parente anch'esso del Poma, e 
Giovanni da Firenze, banditi da varii luoghi, e soldati in 
una compagnia al servizio della Repubblica;
Ettore di Ancona, nipote del Parrasio, del quale, quan-
tunque non parli il bando del Consiglio dei dieci, si trova 
cenno nel carteggio dell'ambasciatore Contarini. Pi altri 
di cui ignoro il nome.
Corse allora fama e dura tuttavia che l'orrida congiura 
fosse maneggiata dalla corte di Roma: io, senza affermar 
nulla, esporr ingenuamente quanto ho potuto ricavare dai 
dispacci di Francesco Contarini, ambasciatore veneziano a 
Roma, a cui era stata data dal governo la commissione di 
fare le pi diligenti ricerche; da alcune lettere di Agostino 
Dolce, residente della Repubblica a Napoli; e dalle lettere 
intercette, che Ridolfo Poma scriveva alla Sua famiglia, o 
riceveva da lei.
Innanzi tratto devo notare alcune fallacie del Grisellini, 
ch' e' ricopi parte dalle Istorie di Augusto de Thou, amico 
invero del Sarpi, ma che non pot nulla cavargli di preciso 
intorno a quest'affare, sul quale si ostin ad osservare un 
inviolabile silenzio; e parte da alcune pretese notizie tra-
smesse dall'ambasciatore della Repubblica a Roma ai capi 
del Consiglio dei dieci e da questi al Senato comunicate. 
Secondo lui, autori dell'assassinio furono i gesuiti che ne 
commisero la cura al padre Possevino, il quale ottenne dal 
cardinal Borghese ampia facolt di usar quei modi che av-
visasse pi acconci. Pe' suoi maneggi, il sant'Offizio pro-
cess Fra Paolo, il papa lo scomunic pubblicamente con 
un suo breve, e non essendo comparso alla citatoria, fu 
qual ribelle e contumace sentenziato a morte. L'esecuzio-
ne fu affidata a Ridolfo Poma, del quale il Possevino si 
ebbe in pegno due figliuoli: l'inquisizione gli diede denari 
e lettera patente per lui e pei suoi cooperatori. Temo assai 
che siano altrettante invenzioni del Grisellini. Il documen-
to ch'ei cita non sembra abbastanza autentico, bench dica 
di averlo avuto dal conte Wrachien, consultore di Stato; 
indica nemmanco il nome dell'ambasciatore a cui attribui-
sce la scoperta di quell'intrigo: ma ponendola il Grisellini 
sotto l'anno 1612, l'ambasciatore dovrebb'essere Tommaso 
Contarini, tornato dalla legazione d'Olanda, e mandato 
l'anno innanzi a quella di Roma. Io non conosco il suo 
carteggio, ma pu ben essere che egli abbia raccolte quelle 
notizie siccome voci popolari che correvano, e come tali il 
consultore Wrachien le abbia somministrate al Grisellini, 
il quale poi le avr condizionate a modo suo. Intanto io vi 
rilevo le seguenti falsit: 1. Nissun breve di scomunica fu 
mai pubblicato, almeno in palese, contro Fr Paolo; anzi il 
governo veneto fece intendere al pontefice che una simile 
scomunica, ove non avesse altro appicco che gli scritti del 
frate intorno all'interdetto, l'avrebbe considerata come ri-
volta a sua propria offesa, mentre il Sarpi non aveva fatto 
altro che sostenere le ragioni del governo: fu appoggiato 
dall'ambasciatore di Francia. 2. La storia dei due figliuoli 
del Poma lasciati in ostaggio al Possevino; comech rac-
contata dal de Thou,  una favola: quando il Poma and a 
Roma, uno de' suoi figliuoli stava a Bitonto, l'altro a Pa-
dova. 3.  ben vero che in Francia correva la fama di 
processi secreti fatti dal sant'Offizio e di crocesegnati o 
patentati dai gesuiti per eseguirne le sentenze; ma Fr 
Paolo che doveva essere bene informato, dubitava di tai 
crocesegnati, ed osservava che n in Ispagna, n in Italia i 
gesuiti si brigavano d'inquisizione. Ci nondimeno, ag-
giunge, so che i curiali mi hanno fabbricato addosso un 
simile processo secreto, ed  con questo che difendevano i 
sicari che mi hanno assalito. Scommetterei che il Grisel-
lini ha da queste parole congetturato tutto il suo racconto.
Ridolfo Poma, negoziante di olii e simili generi, teneva 
fondaco a Bitonto nella Puglia, e distese relazioni in tutto 
il regno di Napoli. Vedovo, gli restavano sei figliuoli; 
quattro femmine e due maschi. Delle femmine, due erano 
monache, una in Padova, l'altra a Venezia; e due assai gio-
vinette restavano presso le zie, poi furono messe anch'elle 
come educande in monastero pei maneggi di don Onorato 
Imberti, vicario del vescovo di Padova e suo amico, il 
quale era anco maestro del minore dei due maschi, di 14 a 
15 anni, per nome Ruffino; il maggiore, Giambattista, 
ammogliato con tre figli, stanziava a Bitonto. 
Peggiorati i suoi affari e ridotto a fallimento, lasci Ve-
nezia fra il maggio e il giugno per andare a Napoli a ri-
scuotere alcuni suoi crediti. Ma giunto a Roma s'incontr 
con Alessandro Franceschi prete veneziano, gi suo sensa-
le, giovane, ambizioso, intrigante, e che, spinto a Roma 
dalla voglia di far fortuna, per darsi credito spacciavasi 
espatriato perch volle osservare l'interdetto, e frequenta-
va le anticamere del cardinal Borghese e di monsignor 
Metello Bichi vescovo di Soana ed auditore del papa, e 
che fu poi cardinale. Non ho potuto rilevare donde abbia 
avuto origine il progetto di assassinare Fr Paolo; ma  
probabile che Ridolfo abbia esposto al prete i suoi casi; la 
decaduta fortuna, il bisogno di ristorarla, la famiglia ab-
bandonata e tali altre strettezze; e che passando da un ra-
gionamento all'altro siasi venuto in proposito di quell'as-
sassinio come espediente facilissimo per fare una rapida 
fortuna. Siccome gli uomini diventano scellerati per gradi, 
parrebbe che il Poma, reputato persona onorata in Vene-
zia, o fosse gi instradato sulla via del delitto, o che l'avi-
dit dell'oro lo abbia talmente accecato da non lasciargli 
vedere i pericoli a cui esponeva s medesimo, i figliuoli, 
la madre e i pochi beni che ancora gli sopravanzavano:
Ma a quei tempi era volgatissima, difesa a Roma come 
dogma, e inculcata da preti e frati e con maggior cura da' 
gesuiti, la massima che chi ammazza l'eretico otteneva da 
Dio ampia perdonanza de' suoi peccati; talch il delitto, 
non che apparisse sotto le orrende sue forme, si vestiva 
agli occhi de' fanatici di un carattere religioso. Ne sono 
pieni i libri di Bellarmino, Becano, Mariana, Suarez, Tole-
to, Bonarscio, Azorio ed altri cento: ne furono vittima En-
rico III ed Enrico IV, il principe di Nassau, e poco manc 
che non lo fossero la regina Elisabetta, il re Giacomo e 
Duplessis Mornay, cui un eremita and per assassinare nel 
suo letto. Clemente VIII, pontefice tutt'altro che fanatico, 
concedette per un breve ad alcuni cittadini di Rieti di am-
mazzare gli assassini del loro padre: eccessi naturali in 
uomini a cui l'adulazione aveva persuaso di essere uguali 
in potere ed autorit a Dio. Ora non  pi da meravigliare 
se Ridolfo Poma, depresso, bisognoso, colla vergogna di 
un fallito, col desiderio di ripristinare la sua fortuna, circu-
ito da casuisti insidiosi e feroci, sedotto da splendide ap-
parenze, dalla facilit del disegno, dal merito che avrebbe 
acquistato presso la Chiesa, dall'avidit di grossi guadagni 
e dall'ambizione degli onori, si lasci allucinare al punto 
di diventare uno scellerato. Fra' suoi consigliatori e teologi 
v'ha fondamento di dover contare anco un provinciale de' 
domenicani di Venezia che allora si trovava in Roma, e 
che ebbe spessi colloqui con Ridolfo. I primi concetti 
sembra che siano stati presi col vescovo di Soana. Ridolfo 
si abbocc anco col cardinal Borghese; ma quali fossero i 
discorsi  difficile indovinare. Certo  che da quel tempo 
cominci a scrivere a Venezia cose grandi: che i suoi affa-
ri si avviavano a prospero indirizzo, che ben presto sareb-
be pi ricco di prima, che nel cardinal nipote aveva trova-
to un generoso protettore che gli aveva promesso di allo-
gare nobilmente in monastero le altre due sue figlie e in-
nalzare il suo Ruffinetto ai primi onori della Chiesa.
Quattro mesi consum il Poma ad affinare il suo dise-
gno: ed era, siccome gli veniva raccomandato, di pigliar 
vivo Fra Paolo, imbavagliarlo in un sacco, e metterlo in 
una barca e portarlo nello Stato ecclesiastico; e se non riu-
sciva in questo, toglierlo di vita. Sovvenuto di danari part 
da Roma verso il settembre, torn occultamente in patria; 
e sembra che il resto dei suoi concerti li facesse in Pado-
va, nel monastero dov'era sua figlia, con quel vicario Im-
berti che ho soprannominato e con altri preti e frati; e che 
pensasse di rapire il Sarpi cogliendo l'occasione che si re-
cava a visitare in quella universit i professori suoi amici 
come soleva.
Poma si era indettato col Parrasio e cogli altri compa-
gni, stipendi pel bisogno varii banditi, noleggi una peo-
ta con tre barcaiuoli, a cui diede ad intendere di voler pri-
ma andare a Loreto e poi in Puglia; bisognando di uno che 
spiasse, senza essere sospetto, i passi di Fr Paolo onde 
far conto del luogo di appostarlo, lo trov in Michiel Viti, 
sacerdote, dice monsignor vescovo Fontanini, fornito di 
religione e di piet. Ma non riuscendo il progetto di rapir-
lo nelle acque tra Venezia e Padova, perocch il Sarpi, 
ammonito dagli Inquisitori di Stato, non usciva pi dalla 
capitale, il Poma deliber di andar a consumare il suo de-
litto a Venezia. Ben prevedendo che il governo avrebbe 
confiscato ogni suo avere, prima di effettuarlo, fece pac-
chetto delle cose mobili e pi preziose che ancora gli re-
stavano, onde trasportarle nella fuga. Non disperava d'im-
possessarsi vivo della sua vittima, al qual uopo appost 
variamente i suoi satelliti, che allo sparo d'una pistola ac-
correre dovevano; ma quegli che doveva sparare manc di 
animo, e gli altri, pressati dal momento, ferirono Fr Pao-
lo nel modo che narrai; poi fuggendo si sbandarono per 
vie diverse per trovarsi a luoghi convenuti. La peota gli 
aspettava al lido; ivi s'imbarcarono Michiel Viti e il Poma, 
che cacciato dalla furia del popolo di cui da lontano si 
sentivano le grida, e saltando in naviglio tutto turbato, get-
t via il ferraiuolo, depose l'archibugio, e prendendo 
anch'egli il remo in mano e sollecitando i gondolieri e-
sclam: Poveretti noi, saremo tutti squartati; ed uno di es-
si, che forse era a parte, almeno in oscuro, del disegno, 
soggiunse: Signor, non dubiti, finch me vede mi. Appro-
dati altrove, levarono il Parrasio e gli altri; ma in que' pre-
cipizi non tutti poterono fuggire; anzi quello che manc al 
segnale, non fu raccolto nella peota, quantunque li suppli-
casse. Ond' che in quella sera medesima varii di loro fu-
rono arrestati, e rivelarono ai Decemviri quello che sape-
vano e il nome de' sozii. Poma, sbarcato ad un certo luogo 
dov'era pronto un cavallo, and a Padova a prendere il suo 
figlio Ruffino, e raggiunse i suoi compagni a Rimini. 
Questi, non potendo navigare la notte per avere il vento 
contrario, si erano fermati a terra e addormentati quando 
loro pass dappresso, senza vederli, la gondola del Consi-
glio dei dieci che gl'inseguiva; del che sbigottiti fecero 
forza per allontanarsi da quei pericolosi paraggi.
Giunti negli Stati del papa, si andavano gloriando su per 
le osterie di avere ammazzato Fr Paolo, e vantavano un 
passaporto del cardinale Giustiniani legato di Bologna, 
che loro permetteva di portare ogni sorta d'armi. Infatti 
erano muniti di pistole, di schidioni e di archibusi, e viag-
giavano in due carrozze. La brutta coscienza, essendo una 
cattiva compagna, appena udirono il bando terribile del 
Consiglio dei dieci che prometteva l'ingente somma di 
4000 ducati a chi ammazzava il Poma, e di 2000 per gli 
altri, furono compresi da tanta paura che deponevano le 
armi neppure a tavola. In un secolo divoto, e quando l'In-
quisizione prescriveva i libri, e perseguitava gli eretici, e 
puniva severamente chi frangeva i digiuni della settimana, 
tale funesto contagio producevano una religione venale e 
bastarda, leggi impolitiche ed inique, e molta ignoranza, 
che, guasta la morale pubblica e disordinati i costumi, l'as-
sassinio faceva ribrezzo a nessuno: il nobile e il plebeo vi 
si contaminavano egualmente, era in pi casi canonizzato 
dai teologi, e i governi fiacchi e crudeli ne usavano come 
di mezzi per soddisfare alla giustizia contro famigerati 
colpevoli che si sottraevano alla pubblica vendetta: non 
ricordando che punivano il delitto col delitto, e che met-
tendo a prezzo la testa di un malfattore, stabilivano un 
premio a ogni altro che voleva diventarlo. I barcaiuoli che 
avevano condotto i sicari di Fr Paolo, allettati dal premio 
e dalla impunit, saggiarono di sorprendere e di ricondurre 
a Venezia il prete Viti: altri, e in particolare gli osti, si do-
levano di non avere conosciuto pi tosto il bando, che a-
vrebbono voluto guadagnare le taglie. Ad Ancona, dove 
gli assassini andarono a rifuggire, correva gi voce che il 
Parrasio, a cui il delitto era abitudine, e in casa del quale 
tutti gli altri alloggiavano, non sarebbe ito molto che a-
vrebbe tolto di vita il Poma.
Il prete Franceschi, appena seppe che Ridolfo si trovava 
ad Ancona, gli mand per un Tedesco di lui servitore, re-
stato in Roma col prete, una cambiale di 1000 ducati che 
fu pagata da Gerolamo Scalamonti, agente del papa in 
Ancona: da qual mano provenisse questo denaro, lo igno-
ro. Si disse ancora che al Poma altra somma di denari fos-
se esborsata in Ferrara dal cardinale Spinola legato. Meri-
ta ancora di essere notato che tanto il Parrasio, come un 
tal Lodovico venuto con esso lui da Venezia, banditi am-
bidue capitalmente da Ancona, furono accolti non solo e 
lasciati girare liberamente in questa citt, ma che eziandio 
tutta quella geldra andava attorno munita di pistole, stilet-
ti, archibusi, comech proibitissimi negli Stati ecclesiasti-
ci: e questo si diceva farsi con espressa permissione del 
governatore di Ancona; anzi in Roma correva voce che 
fossero assicurati dallo stesso pontefice. Per il che sursero 
grandi mormorazioni, non parendo onorevole che si do-
vesse tanto manifestamente dar loro ricetto e sicurezza. 
Tutti convenivano che vi fossero mescolate persone di alto 
affare, ed il cardinale Borghese e il cardinale legato di 
Ferrara erano indicati tra i primi.
Ma questi o chiunque altri si fossero i promotori del 
misfatto, temendo la vergogna pubblica, bench mal sod-
disfatti ne' loro desiderii, blandirono quei ribaldi e gli so-
stennero colle promesse, acciocch in loro temessero il 
fatale secreto. Per il che interrogato in Ancona il Parrasio 
da chi fosse stato spinto a quell'eccesso, rispose, da inspi-
razione divina; e il Poma in una lettera che scrisse dappoi 
a un suo amico, diceva: Che non  uomo del mondo cri-
stiano che non avesse fatto quello che ho fatto io, e Dio, 
non il tempo lo far conoscere. Aggiungeva, tanto era i-
nebbriato di speranze, che bentosto sarebbe cos dovizioso 
da pagare tutti i suoi creditori a danari contanti, e pregava 
l'amico ad assumersi l'impegno di chiamarli con pubblica 
grida. Fece anco sparger voce di voler stampare che non 
ad istanza di altri, ma per servizio di Dio si era risoluto a 
quel modo.
Dopo un soggiorno di alcune settimane in Ancona, an-
darono a Roma, dove entrarono di nascosto, forse per non 
essere osservati dagli agenti dell'ambasciatore veneziano, 
e ricoverarono in casa del cardinale Colonna: quantunque 
il papa facesse divulgare che non voleva si fermassero 
nella citt neppure un'ora, e' vi stettero per pi d'un anno, 
prima occultamente, e poi girando dappertutto e sino nei 
luoghi pi frequentati e pubblici.  ben vero che il bargel-
lo gli andava ne' primi giorni cercando; ma per quello si 
vede, non per commissione pubblica, ma per particolare 
ingordigia di buscarsi la grossa taglia.
Quando il cardinale inquisitore Pinelli ebbe notizia del 
tentato assassinio, e che la voce pubblica ne incusava la 
Curia, disse al segretario della legazione veneta, che spe-
rava che i senatori e le persone giudiziose di Venezia non 
seguiterebbero una cos sinistra opinione, non si trovando 
esempio; n detto n fatto in secolo alcuno, che la Chiesa 
proceda con queste vie indirette e diaboliche. E tenete per 
certo che se sono stati tre a commettere il fatto, se ne ave-
r alcuno, se non tutti, nelle mani, e si sapr anco per al-
tre vie la verit.
 vero che la Chiesa non procede per queste vie diabo-
liche, ma ben vi procedono gli inquisitori; e vorrei sapere 
se il modo con cui furono trappolati a Roma e poi impic-
cati, Matteo Franco, Ferrante Pallavicino, Franceso Cela-
ria, il Carnesecchi, Fr Fulgenzio francescano, l'arcidiaco-
no Ribetti, l'abate Dubois e cento altri, sia modo pi bene-
volo del farli assassinare da mani sicarie; oltre a ci non 
tre, ma sei od otto o dieci erano i delinquenti, e tutti li po-
teva avere l'inquisitore se li voleva, e li lasci andare.
Per dissipare l'opinione che la Curia avesse eccitato 
l'assassinio del temuto Servita, fu stabilito in un concisto-
ro di cardinali di divulgare che Ridolfo Poma aveva volu-
to privarlo di vita non per altro che per l'odio grande che 
gli portava, imputandolo del suo fallimento. Ma veduta la 
gofferia, ripiegarono, facendo spargere che era stato per 
gelosia di donne: que' reverendi volevano essere un po' 
troppo liberali del proprio.
Il papa invece non ne fece il minimo cenno coll'amba-
sciatore veneto; ma con quello di Francia disse: dispiacer-
gli quell'accidente, non gi perch non desiderasse di ve-
dere Fr Paolo castigato; ma perch non voleva che fosse 
seguto il castigo per tale via, conciossiach non manche-
rebbero i maligni d'interpretare le cose in sinistro senso 
formando concetti a modo loro; e se ci era seguto per 
zelo di alcuno, lo teneva per zelo indiscreto e pazzo.
Ma o egli non era coerente a s stesso, o sapeva pi di 
quello che voleva dimostrare. Perocch, giunta in Francia 
la nuova di quell'attentato, e srtovi un orrore e sdegno 
grandissimo per la enormit del caso, e tutti sgridando e 
vilipendendo la corte romana, il papa disapprovando, 
com'egli diceva, il fatto, chiese l'interposizione di Enrico 
IV acciocch il governo veneto non andasse innanzi colle 
informazioni.
Turbava ancora il pontefice la somma concitazione che 
l'atto nefando aveva cagionato in Venezia in tutte le con-
dizioni di persone, e che gli faceva temere qualche disca-
pito della sua autorit e riputazione, peggiore del gi pati-
to. Lo turbava non meno il bando fulminato contro quei 
tristi, essendo fra di loro un prete; n sapeva a qual partito 
appigliarsi, il parlare, il tacere gli parendo egualmente 
pregiudicievole. Anzi un cardinale giunse a dire: Almeno 
avessero nominato nel bando Michiel Viti solamente, sen-
za qualificarlo prete e senza far menzione della chiesa do-
ve officiava!
Quel bando pesava molto sull'anima ai curiali: lo dice-
vano pubblicato a posta per ferire la dignit pontificia e la 
congregazione del sant'Officio, attribuendo titoli di bont 
e descrivendo con parole tanto onorevoli chi era incorso 
nelle scomuniche; che la Repubblica voleva essa decidere 
quello che non le appartiene ed usurparsi l'autorit del fo-
ro ecclesiastico; che il chiamare Fr Paolo persona di e-
semplari costumi oltraggiava la romana Corte che di lui 
pensava altrimenti; che vantandolo di prestante dottrina, si 
veniva ad inferirne che la sua fosse migliore di quella di 
Roma; e finalmente col dove il bando dice delle persone 
di qual grado e condizione si voglia, era un far credere che 
volessero tacitamente comprendervi l'istessa congregazio-
ne del sant'Offizio quando pretendesse intentare contro 
Fr Paolo.
A questi clamori si aggiungevano per Roma e nelle an-
ticamere de' cardinali le disputazioni, se il papa ancorch 
non vi avesse parte, doveva dar salvocondotto ai banditi. 
Le opinioni erano divise: i pi discreti e indipendenti 
mormoravano; i fanatici e le persone fervide e cortigiane-
sche sostenevano, esser obbligato a farlo per aver eglino 
tentato di ammazzare un eretico. Frate Bovio vescovo di 
Molfetta, quel medesimo che scrisse contro il Sarpi, stan-
do nell'anticamera del cardinale Borghese sentenzi senza 
scrupoli che si poteva in buona coscienza ammazzarlo; ed 
avendogli taluno considerato che non peranco era chiarito 
e pubblicato eretico, soggiunse: Basta che tale sia tenuto 
a questa Corte.
Qualunque poi fossero le opinioni, dice l'ambasciatore 
veneto che in generale tutti desideravano, quelli ancora 
che disapprovavano il delitto, che Fr Paolo fosse restato 
ucciso.
Pare nondimeno che il pontefice sentisse in s certa 
vergogna che nella sua capitale alloggiassero esseri contro 
cui suonavano le maledizioni di tutta l'Europa; perch, 
qualunque sieno le opinioni parziali degli uomini, il delit-
to  sempre delitto. Per la qual cosa egli aveva ordinato al 
suo nuncio in Napoli d'intavolare alcune pratiche con quel 
vicer, perch cinque sgraziati fossero accolti e sicurati 
nel regno; e vantando la Corte non so quali ragioni su certi 
beni nella terra di Bari intorno a cui era disputa tra i due 
governi, affine di mascherare il patrocinio che la Camera 
apostolica accordava agli assassini, convennero di asse-
gnar loro provvisoriamente 1500 scudi all'anno su quei 
beni. Il vicer, come spagnuolo e fautore de' gesuiti, con-
sent volentieri i salvocondotti; ma la povert dell'erario in 
quel paese ricchissimo, frutto delle spagnuole dilapidazio-
ni ed insaziabile avidit degli amministratori, non permise 
che fosse dato adempimento al resto della convenzione. 
Ci non ostante il Poma us della congiuntura per trasfe-
rirsi a Napoli onde poter realizzare, se poteva, i suoi credi-
ti; ma la sua vita era cos poco sicura, che una volta egli e 
il Parrasio, giunti presso a Gaeta, furono avvisati di sicari 
appostati per ammazzarli, onde spauriti tornarono indie-
tro; n di allora in poi uscivano di casa o si commettevano 
in viaggio se non colle pi grandi precauzioni e col mag-
giore secreto.
(1608). Alessandro Parrasio veggendo che gli effetti 
non corrispondevano di lunga mano alle promesse e alle 
speranze, aveva interessato monsignor Napi acciocch gli 
ottenesse dal cardinale Borghese un premio conveniente al 
prestato servigio, e non avendone riportato che buone pa-
role, si lasci sfuggire alcune indiscrete espressioni. Fu 
messo in prigione: si disse che quello fosse un pretesto; 
ma la cagion vera, per levargli alcune carte. Fatto sta che 
anco in prigione fu trattato cortesemente, e dopo quaranta 
giorni rilasciato, consegnatigli 200 scudi per mezzo del 
cardinal Tonti, auditore del papa e suo confidentissimo, e 
fatto uscire dallo Stato con ordine di non tornarvi senza 
commissione del pontefice; egli poi aggiungeva che il 
cardinale Borghese lo aveva caricato di promesse ed offer-
te. And a Napoli. 
Il Poma, che pure vi era, non avendo potuto riscuotere i 
danari che si prometteva, e in continuo pericolo delle col-
tella, ritorn pi che in fretta a Roma nel solito rifugio di 
casa Colonna. I sussidi che riceveva da questo e da quel 
cardinale e sottomano anco dalla Camera apostolica, era-
no venuti meno. L'indegnazione del delitto e le sgrida di 
tutta l'Europa si facevano sentire anco a Roma, e ammo-
nivano quella Corte ad essere pi cauta. I pi prudenti e 
consideratori arrossivano che si fosse prestata una cos 
lunga ed aperta protezione a quei tristi: gli altri gli abban-
donavano a poco a poco, o gli nutrivano di promesse. I 
gesuiti, quantunque favorissero il Poma, andavano scal-
tramente a rilento nel somministrargli denaro: a Napoli gli 
promisero di accettare suo figlio; ma poi, vergognando di 
ammettere nella loro societ la progenie, bench innocen-
te, d'uomo cos infame, non lo accettarono. Gli fecero al-
tre promesse, e non le mantennero. Altronde il colpo era 
mancato; il delitto, inutile; non paga la vendetta: bisogna-
va almeno evitare l'ignominia di avervi partecipato.
Tutti quei ribaldi vivevano una vita affannosa, precaria, 
piena di pericoli( ) e di miserie. I tre barcaiuoli incalzati da 
povert, dal rimorso e dalla disperazione, e allettati dal 
generoso premio, offersero all'ambasciatore Contarini di 
ammazzare il Poma, o le occasioni di farlo ammazzar lui; 
partito che non parve conveniente al suo decoro. Altri 
s'indettarono col residente di Napoli per ammazzare o il 
Parrasio o Pasquale da Bitonto; infatti di l a qualche tem-
po riuscirono in quest'ultimo. L'implacabile Consiglio dei 
dieci concertava per avere la testa dell'odiato Poma, e gi 
la nuova della sua interfezione si era sparsa in Venezia. 
Poma poi e Parrasio si fecero nemici per insidie che si 
tendevano a vicenda, e le figliuole del primo e i suoi amici 
gli scrivevano da Venezia, se ne guardasse e non uscisse 
pi da Roma; che avevano per certo, volerlo il Parrasio 
ammazzare. Dolorosa punizione di uomini delinquenti 
che, flagellati dalla mala coscienza, avevano sempre di-
nanzi l'immagine del loro delitto e gli spaventi del suppli-
zio.
A questi miserevoli strazi si aggiungeva nel Poma lo 
stato infelice della sua famiglia in Venezia, ridotta a cos 
estrema povert, che non trovava soccorso neppure nei pi 
prossimi parenti; egli stesso in Roma viveva penosamente 
di giorno in giorno, cibato pi di speranze che di pane, 
spogliandosi mano a mano di ogni cosa pi necessaria, o 
mendicando qualche tenue soccorso da' pi caldi sosteni-
tori. Confessa egli medesimo che pass uno dei pi rigidi 
inverni senza veder fuoco. Infelice, disperato, bestemmi i 
santi, si vot al diavolo, ne fece una immagine, la pose 
sovra un altarino, e disse che da lui solo sperava conforto. 
Inspirazione diabolica gli fece immaginare nuovi delitti: 
pensava di raccogliere una masnada, di armare con essa 
una barca, di andare nelle acque del Po, di scorrere i con-
fini veneziani ed intercettare qualche ricco carico di merci 
o di danari che da Venezia alle province e viceversa di 
continuo viaggiavano. Gli fu suggerito di ritentare l'im-
presa contro Fr Paolo. Forsennato al segno di correre un 
pericolo evidente e morire tra supplizi orribili, accett il 
partito e vi si adoper col massimo impegno. Il proposito 
era di averlo assolutamente vivo e trarlo a Roma, sce-
gliendo un giorno di solennit in cui tutti i preti e' frati an-
dassero in processione, di forma che il popolo sviato al-
trove, e il Sarpi trovato in convento con poca custodia, sa-
rebbe stato agevole rapirlo e metterlo in una gondola. Il 
Franceschi, caduto anch'egli in tanta povert che dovette 
scrivere a sua madre perch gli mandasse alcuni fazzoletti, 
e un giorno fu costretto a impegnare un paio di maniche di 
broccato per un giulio (mezzo franco), fu il solito intro-
mettitore presso il vescovo di Soana; e a incoraggire il 
Poma comparve di nuovo quel provinciale domenicano, di 
cui ho parlato di sopra.
Da quel punto il prete Franceschi torn di nuovo a fre-
quentare la casa del vescovo, usciva seco in carrozza e ne 
riceveva danari. Giunto a Roma Giambattista Poma, figlio 
di Ridolfo, lo introdusse a lui. Il vescovo lo accolse gra-
ziosamente e gli rimprover con belle parole che suo pa-
dre non avesse altre volte saputo assestare negozio di tan-
to momento. Giambattista lo scus versando la colpa sugli 
esecutori, e deplor la sua ruina, la perdita della patria, 
delle sostanze e de' figliuoli. Il resto del colloquio fu cu-
stodito gelosamente; ma  chiaro che si aggir sul nuovo 
disegno del Poma; perocch Giambattista disse al prelato, 
che suo padre aveva intenzione di arrivare sino a Ferrara; 
e per sicurt, nel viaggio, della sua vita insidiata da tante 
parti, esser necessario che gli fosse data licenza di portar 
arme anco per gli uomini di sua compagnia. La licenza fu 
promessa, e monsignore, nel congedarlo, lo incoragg ed 
esort a fidare in Dio.
In quel medesimo tempo due altri preti di Venezia, To-
nino della chiesa di Santa Stae e Leonardo di Santa Mar-
cuola, incontratisi un giorno col Sarpi e salutatolo, comin-
ciarono a ragionare tra s del modo di ammazzarlo, e che 
era facile. Convenuti tra loro, Tonino and a Roma, s'in-
contr col prete Franceschi, gli parl del suo disegno, e 
prometteva di avvelenare il Servita col mezzo di sua ma-
dre che serviva in casa di una vedova parente del Sarpi, 
cui egli andava spesso a visitare; ovvero di pugnalarlo di 
sua mano, appostandolo sotto la scala. Era cos sicuro del 
proposito, che correndo allora il mese di maggio, dava pa-
rola di eseguirlo per agosto; eppure diceva che per non in-
sospettire sarebbe tornato a piedi e mendicando. Intanto 
domandava 60 scudi, non pel viaggio, ma per apparec-
chiarsi, dopo il fatto, i mezzi pi spediti alla fuga.
Da alcune lettere intraprese dal Consiglio dei dieci, da 
alcune informazioni da lui chieste a Roma, e da rivelazio-
ni di un Alessandro de Magistrati, suo emissario, pare che 
altra congiura di veneficio contro il Sarpi trattasse il car-
dinal Gaetano con un Croce, genovese, medico del nunzio 
a Venezia. Era in Roma un dimenare continuo tra i preti, 
un continuo macchinar congiure, udire o proporre proget-
ti, tentar uomini malvagi, prometter denari; i confessiona-
ri, la corte, le anticamere, le taverne, i conventi, erano di-
ventate altrettante conventicole dove i ministri dell'altare 
trattavano colla pi vile ribaldaglia al fine di riuscire una 
volta a far ammazzare Fr Paolo. Forse non esiste esem-
pio di altro uomo che abbia accumulato sul suo capo tanti 
odii, e infuso a' suoi nemici un cos violento desiderio di 
vendetta.  certo almeno che la corte di Roma, gli odii di 
cui sono inespiabili, non ha mai odiato con tanta intensit 
e costanza alcun altro suo nemico, neppure Lutero e Cal-
vino.
Il Franceschi confort nel suo proposito prete Tonino, e 
ne parl, siccome egli disse, col cardinale Borghese. Que-
sto non sembra credibile, tutto al pi avr parlato con 
qualche suo cameriere, e pare nemmeno che ne riportasse 
alcuna risposta. Infatti, prete Tonino non sembrava tal 
uomo in cui i persecutori del Sarpi potessero deporre 
grande fiducia; nondimeno ricevette dodici zecchini, e 
continu col Poma la sua trattativa.
Bene consta che lo stesso cardinal Borghese siasi fatto 
introdurre in casa e abbia parlato con un Alvise Crisantich 
di Almissa, uffiziale schiavone, disertato con un suo servi-
tore dagli stipendi di San Marco, di gran cuore, e da porsi 
ad ogni sbaraglio, purch fossevi da guadagnar denaro. 
Era venuto da Napoli col figliuolo del Poma, e si era unito 
a questi per l'impresa di rubare sul Po. Ma per Crisantich 
era tutt'uno: avrebbe volentieri commesso una pirateria da 
cui potesse ritrarre buon bottino, avrebbe del paro assassi-
nato Ridolfo Poma, come n'ebbe il pensiero, per buscarsi 
la taglia dei 4000 ducati; e avrebbe poi assassinato anco il 
Sarpi per buscarne altrettanti dal cardinal Borghese. In-
somma era un mobile buono per tutti. Prete Tonino era 
partito per Ancona ond'essere a mezzo di stabilire preven-
tivi concerti col prete Leonardo restato a Venezia, e pare 
che persistesse nella idea di uccidere il consultore di pro-
pria mano, quando ai compagni mancasse il colpo di ra-
pirlo vivo. Ma intanto che operavano queste empie mac-
chinazioni, e che continuava il Poma gli apparecchi per la 
novella impresa a cui partecipavano come volontari tre 
frati de' Minori Conventuali, Tomaso di Zanon, uno de' 
barcaiuoli che aveva aiutato il Poma a fuggire da Venezia, 
indettatosi col segretario della legazione veneta, lo andava 
corrucolando per trarlo nella rete e darlo con tutta la gel-
dra in mano de' Veneziani. Gli assassini imbarcherebbono 
a Ferrara, Tommaso doveva guidarli, e siccome viaggia-
vano di notte e nessuno di loro era pratico dei luoghi, cos 
egli approderebbe a tale o tal riva dove appostassero nu-
merosi soldati della Repubblica. Tutti coloro erano dispe-
rati e sarebbonsi battuti sino all'anima, ma Tommaso pen-
sava di bagnare la polvere in modo che non potesse pi 
fare l'ufficio, cos che sarebbero diventati una preda facile. 
Questa trappola era condotta con tanta secretezza ed ac-
corgimento che non poteva fallire, nutrendo il Poma la 
migliore fidanza nel suo piloto; ma nel meglio della ese-
cuzione, cio quando stavano omai per partire, soprag-
giunse un caso imprevisto, onde affatto mutarono le cose.
(1608). Ai primi di novembre, per ordine del pontefice, 
fu intimato al Poma sgomberasse lo Stato ecclesiastico. 
Egli si era lagnato pi volte dell'abbandono in cui lo la-
sciavano: Io ho ruinato casa mia, diceva un giorno, ho 
perduto tante migliaia di ducati, e vengo burlato, e si fa 
niente di me. Ora rinnov le sue querele e disse che non 
sarebbe partito se non lo soccorrevano. Gli furono offerti 
200 ducati, e di mettere Ruffino suo figliuolo in un semi-
nario di Roma. Non si content, grid, si lasci sfuggire 
parole indiscrete, e minacci persino, dicono, la persona 
del pontefice. Il bargello lo and a trovare, la sbirreria cir-
cond il palazzo Colonna, entr dentro senza cerimonie. 
Poma e i suoi fecero resistenza: si venne alle archibugiate; 
egli e suo figlio Giambattista e un suo nipote restarono fe-
riti, presi, messi in carrozza e portati in carcere: il figlio e 
il nipote di l a qualche tempo furono lasciati andare, e 
Ridolfo, toltegli tutte le sue carte, fu condotto nella fortez-
za di Civitavecchia, dove fin arrabbiatamente i suoi gior-
ni.
I Colonna si risentirono di questo poco rispetto portato 
ai privilegi di asilo del loro palazzo; ma pare che il bargel-
lo abbia fatto assai pi che non gli era stato comandato, 
anzi diceva pubblicamente che se venivano condannati 
voleva dimandare la taglia promessa dal governo veneto: 
ma invece fu destituito dal suo impiego, e uno sbirro, in-
colpato di avere scaricate le armi, fu messo in prigione.
In questo mezzo Alessandro Parrasio, tornato ad Anco-
na, mandava a Roma un suo fratello per domandare qual-
che soccorso. Diceva che dei 200 scudi promessigli quan-
do fu fatto partire da Roma, il cardinale Tonti gliene aveva 
pagati 20 soltanto. Ci non sembra vero, perch egli stes-
so disse a Napoli che aveva ricevuto 200 scudi. Il papa 
mand ordine al governatore di Ancona di arrestarlo e 
mandarlo a Roma: cos anco il Parrasio termin la sua vita 
in carcere.
II prete Michiel Viti, che si trovava allora ammalato in 
casa Colonna, appena rimesso alquanto, part alla volta di 
Ancona tapino e miserabile, coll'intesa di cercar rifugio in 
casa del Parrasio; ma poco appresso fu arrestato, ricondot-
to a Roma e chiuso nella torre di Nona, poi nel castello di 
Civitavecchia, dove mor disennato.
Il prete Alessandro Franceschi, tutto cencioso e misero, 
disparve da Roma, n saprei dire come abbia finito; ma  
verisimile che essendo a parte di molti intrighi e comuni-
cazioni importanti, lo abbiano fatto sparire anch'egli dal 
mondo senza essere Enoch.
Degli altri sicari uno fu decapitato nella rcca di Peru-
gia, quel da Bitonto fu assassinato da' stipendiati grassato-
ri. Mi  ignota la sorte dei due preti Tonino e Leonardo, 
del vicario Imberti e del provinciale domenicano; ma il 
Consiglio dei dieci, informato di tutti i loro passi, era 
troppo severamente implacabile per non colpirli del suo 
sdegno; e il minor male che possa essere a loro sopravve-
nuto  la galera o l'esilio. De' rimanenti assassini e com-
plici, i caduti in potest de' Decemviri non videro pi la 
luce, gli altri vagabondarono una vita piena di rimorsi e di 
spavento e la finirono nella miseria o sul patibolo. La 
vendetta di Dio si fe' sentire persino sui figli degli assassi-
ni. La numerosa famiglia del Poma restata a Venezia tra-
scin giorni penosi tra la povert, l'odio ed il disprezzo; 
una sua figlia consunta di affanno mor etica in convento; 
le due educande furono mantenute dalla carit delle mo-
nache e dai sussidi di alcuni fanatici finch il loro padre fu 
in grado di alimentare le speranze del fanatismo, ma dopo 
che quelle speranze svanirono, non avendo elle chi pagas-
se le pensioni, furono licenziate e lasciate in propria bala. 
Ruffino, che tanto gli era caro e che sempre condusse con 
lui, part col fratello per Napoli, poi per la miseria di en-
trambi, lasciato in abbandono, fra gli stenti e la fame di-
venne pazzo, e condottosi a Venezia mendicante e mezzo 
ignudo fu oggetto di un crudele ludibrio ai fanciulli ed alla 
plebaglia.
Ora sar il lettore curioso di sapere i motivi di quella 
improvvisa risoluzione del pontefice. Era giunto in Roma 
il cardinale Mellini, stato in Germania legato del pontefice 
per assistere all'incoronamento dell'imperatore Ridolfo e 
trattare faccende spettanti agli interessi della Santa Sede, e 
narr a Paolo V lo scandalo de' cattolici e le satire de' pro-
testanti avverso la Corte che concedeva una cos manife-
sta protezione a gente stimata da tutto il mondo esecrabile. 
Paolo V, che sentiva altamente di s e della dignit della 
sua Sede, si riscosse, e comand risolutamente che fosse 
smorbata la citt di que' scellerati. Del Parrasio si colse il 
pretesto che era rientrato senza licenza negli Stati della 
Chiesa; e quanto al Poma, non si voleva da prima che e-
spellerlo, ma poi fu giudicato migliore consiglio di tenerlo 
ben guardato.
CAPO DECIMOTTAVO
(1608). Ho detto altrove, che morto il patriarca Matteo 
Zane, gli fu dal Senato sostituito Francesco Vendramin, 
cui il papa non volle riconoscere; e sopraggiunte le turbo-
lenze dell'interdetto, l'affare rest pendente finch fu ri-
preso nel 1607, e conchiuso ai 20 febbraio del seguente 
anno. Pretendeva il pontefice che il Vendramin andasse a 
Roma per esservi esaminato: materia di lungo carteggio 
fra i due governi. Dal veneto interpellato Fr Paolo, rispo-
se: Che il papa non pu fare alcuna eccezione, quando il 
vescovo abbia i requisiti voluti dai canoni; non pu addur-
re ragionevolmente l'esempio del Zane, perch fu un caso 
eccezionale, e neppure fu esaminato secondo le regole 
stabilite dalla bolla di Clemente VIII, ma solo per forma; 
la patriarchia essere un jus patronato della Repubblica, 
confermato dal tempo e dall'incontrastabile possesso rico-
nosciuto dai pontefici. Conchiudeva che, stante questo, il 
papa non potendo de jure ricusare il patriarca proposto dal 
Senato, l'esame non riusciva di alcun pregiudizio ai diritti 
della Repubblica, e si poteva benissimo lasciare che gli 
facesse quanti esami voleva.
Questo scriveva Fr Paolo prima dell'ottobre 1607, on-
de si vede che non era peranco tanto avverso a Roma, che, 
a procurare una perfetta concordia fra i due governi, non 
inclinasse a compiacerla in tutto che non compromettesse 
le ragioni della sua patria. E se la Curia avesse saputo 
moderare il proprio fanatismo, avrebbe potuto, se non af-
fezionarselo, almeno non renderselo quel formidabile ne-
mico che lo prov poi sempre per diciassette anni; e lo 
spirito di cui, sopravvivendo alla persona, continu a per-
cuotere colla invisibile sua forza la Santa Sede, tendendo 
a ridurla a quel solo spirituale che i curialisti chiamano un 
niente.
Ma quando appunto si trattava questa contesa del patri-
arca, accadde l'assassinamento del consultore, e il Senato, 
pieno di sdegno per l'alta ingiuria, si mostr inflessibile 
agli accomodamenti; e dichiar di voler persistere nella 
conservazione de' suoi diritti; finch, per interposizione 
della Francia, concordarono lo stesso mezzo termine come 
nel Zane. Ma la Corte, per connivenza del patriarca mede-
simo, manc agli accordi; e alla mala fede aggiungendo 
l'insulto, fecelo esaminare da un gesuita: strano ripiego 
per conciliare gl'Ignaziani colla Repubblica. Paolo V, ac-
cortosi della indecenza, a rimedio onor il Vendramin 
quanto pi pot, e gli consegn un Breve che esonerava 
d'ora in poi i patriarchi di andare a Roma. Sotto il velo 
delle blandizie era un'astuzia romana, intendendo che 
quella esenzione non era un diritto della Repubblica, ma 
una concessione del papa. Il Senato si querel dell'uno e 
dell'altro; finse gradire il Breve, ma protest l'inviolabilit 
de' suoi diritti, e che per l'avvenire, il papa voglia o non 
voglia, nessun patriarca sarebbe mai pi andato a Roma: e 
cos mantenne.
Finita appena una questione, la Corte romana, scaltra e 
tenace delle sue massime, ne suscit un'altra, chiedendo 
che a levare ogni reliquia delle passate discordie e stabili-
re una piena e sincera pace, proibisse il Senato le opere 
pubblicate in quella occasione e ne impedisse lo smercio. 
Domanda insidiosa a cui ove fosse accondiscesa, Venezia 
confessava implicitamente di avere avuto torto. Ne fu 
commesso l'esame a Fr Paolo, il quale in un consulto, 
che  a stampa, fece sentire la finezza dell'artifizio, i pre-
giudizi che avrebbe portato ai diritti della Repubblica, e le 
conseguenze perniciose che ne avrebbe tirato la Corte in 
suo favore. Espose le massime sostenute in quei libri con-
formi alle ragioni messe in pratica dalla Repubblica, e le 
mise a confronto colle massime contrarie sostenute dai cu-
riali di cui fa un lungo estratto usando le precise loro e-
spressioni.
Il quale catalogo di solenni eresie spacciate come arti-
coli di fede dagli avvocati della Curia, e pi di tutti dal 
Bellarmino, torn funesto alla gloria di quest'ultimo; im-
perocch il cardinale Passionei, avendolo riprodotto a 
tempi di Benedetto XIV, quando si trattava la beatifica-
zione di quel gesuita, ci bast per escluderlo dalla aristo-
crazia celeste.
 ancora da sapersi che verso il 1600, sotto il pontifica-
to di Clemente VIII, era stata eretta una congregazione di 
cardinali e teologi deputati alla correzione dei libri cio a 
dire a levare dai rituali e dalle opere de' pi riputati autori 
che scrissero di diritto canonico tutte quelle espressioni 
che non tornavano giovevoli alla Curia, e sostituirvene al-
tre pi accomodate. Ora Fr Paolo nel suo discorso fa os-
servare che dal solo libretto intitolato Practica Papiensis 
del Ferrario, furono levati pi di dieci luoghi che difende-
vano la libert e autorit temporale dei principi.  noto a 
tutti, dice, che papa Leone IV circa l'850 compose un'ora-
zione in cui si diceva: Deus, qui Beato Petro Apostolo tuo 
collatis clavibus regni clestis, animas ligandi atque sol-
vendi Pontificium tradidisti etc. (cio: Dio che nel conferi-
re le chiavi del regno de' cieli al tuo apostolo Pietro, hai 
dato al papa la facolt di legare e di sciogliere le anime 
ecc.). E cos  stato letto nella Chiesa da quel tempo fino 
al nostro per 750 anni, e stampato anco in tutti i messali e 
breviari. Adesso, dopo il mille seicento, il cardinale Baro-
nio  stato l'autore di levare il vocabolo animas, e vuole 
che si dica assolutamente ligandi atque absolvendi, etc., 
pretendendo con questo di estendere quella potest alle 
cose temporali; poich con la parola animas non poteva 
abbracciare se non che le cose spirituali, e cos hanno co-
mandato che si stampino tutti i messali e' breviari, il che si 
eseguisce. Quando sar passato qualche anno, guai a chi 
dir che il vocabolo animas vi fosse; sar subito notato 
per eretico. Finisce con dire che la domanda potrebbe es-
ser giusta, se i pontificii proibissero anch'essi i libri scritti 
da loro, ma sostenendoli per ortodossi, e quegli degli altri 
per eretici non possono essere giudici in causa propria:  
piuttosto materia da rimettersi ad una conferenza di per-
sone dotte e pie, a scelta reciproca; il qual partito, ove 
piaccia ai contrari, si pu accettare.
Questo partito fu dalla corte ricevuto come un nuovo 
affronto, il papa ne fu irritatissimo, e i cortigiani non sa-
pevano pi contenersi. Il nunzio Gessi nel settembre si 
present al collegio, parl risentitamente contro i libri in 
causa e contro Fr Paolo, e che quei libri erano eretici, e 
che bisognava risolversi a non pi tenerli; e infine mostr 
una lettera, non so di chi, per la quale pretendeva che cos 
era stato raffermo per lo passato. Il collegio rispose con 
una solenne negativa. E il diverbio and tant'oltre che il 
nunzio, sdegnato, nel partire disse: Se pensate volerla co-
s, potete richiamare il vostro ambasciatore. Gi le cose 
inclinavano a manifesta rottura: Fr Paolo forbiva le armi, 
e non era scontento di vendicare colla penna il sanguinoso 
affronto ricevuto l'anno innanzi.
Cos continuando i rancori, Roma e Venezia si querela-
vano a vicenda: quella di continue immunit violate, que-
sta di sempre rinascenti ingiuste pretese. I preti e i frati 
che avevano parteggiato per la Repubblica, alcuni dotti, 
altri licenziosi, tementi tutti i rigori del sant'Uffizio, al-
tronde esacerbati da incessanti persecuzioni continuavano 
le ardite loro prediche; e bench il Senato non se ne ac-
contentasse del tutto, s'infingeva e lasciava fare affine 
d'incuter paura alla corte e farle paventare una separazio-
ne. E quella, quantunque di ci temesse non poco, e non 
ne dissimulasse i pericoli e le conseguenze, cieca per am-
bizione e per desiderio di vendetta, andava esacerbando 
gli umori. Le pareva un bel tratto se poteva mettere la dif-
fidenza tra il governo e quei cherici, e una bella soddisfa-
zione per lei se poteva indurre i principali a fuggire a Ro-
ma e farli ritrattare. Il nunzio Gessi ebbe ordine di spende-
re danari e promesse all'avvenante della qualit della per-
sona. Intanto che esso e i suoi agenti si maneggiavano di 
dentro, i gesuiti di fuori movevano ogni pietra, e pi parti-
colarmente il padre Possevino, cui l'et pi che settuage-
naria non aveva punto ammollito quello spirito intrigatore 
onde si distinse nell'affaccendata sua vita.
Durante ancora la controversia, scrivendo lettere sopra 
lettere, mandando mezzani e danari, era riuscito a far fug-
gire alcuni frati che si erano chiariti in pro della Repubbli-
ca; e a' 17 ottobre del 1606 scrisse da Bologna al padre 
Capello, uno dei sette teologi, esortandolo con istile pieto-
samente ipocrita a fare lo stesso, offrendogli asilo, prote-
zione, sicurezza, comodi ed onori. Il Capello pi franco, 
fece stampare la lettera del Possevino, e vi aggiunse, in 
data del 3 novembre, un'assai vigorosa, ma pi modesta 
risposta, dove ribatte le ragioni del gesuita e giustifica le 
proprie, e il procedere della Repubblica. Ma tosto dopo 
finita la lite, citato a Roma, sicuro della sua innocenza( ), e 
fidando nei patti dell'accomodamento, vi and, malgrado 
l'et sua vecchia e le dissuasioni degli amici: fu arrestato, 
soggettato a processo, e colle minacce pretendevano una 
ritrattazione, e vantarono anco di averla ottenuta. Fatto  
che il Capello fu tenuto prigione per qualche tempo, ma 
trattato con dolcezza, che i papali vollero far mostra di 
mansuetudine. Il Capello, essendo vecchio e amico di ri-
posato vivere, fece una abbiura secreta, dopo la quale fu 
liberato, e gli fu assegnata una provvisione pe' suoi biso-
gni a ricompensa di quanto perdeva in Venezia.
Ci fu stimolo ad altri preti e frati d'imitarlo, perocch 
la Curia offriva sempre agli ambiziosi speranze di avan-
zamenti che Venezia non dava. Ma meno incauti del Ca-
pello, e di lui pi avidi, patteggiarono col nunzio i guada-
gni della fuga. Fra quelli di maggior fama furono Fr Ful-
genzio Manfredi francescano e l'arcidiacono Ribetti.
Fulgenzio fugg agli 8 agosto del 1608, ben provveduto 
di danari e salvocondotto da monsignor Gessi. In Roma fu 
accolto quasi in trionfo, ebbe trattamento splendido, e 
lunghe e famigliari udienze col pontefice. Gli fu proposta 
pubblica abbiura, e non consentendo, si contentarono, per 
mostrare indulgenza, di una secreta.
L'arcidiacono gi vecchio, molto riputato in patria, 
provvisionato dalla Repubblica, ma spaurito dalle minac-
ce, e guadagnato dalle promesse e dai modi cortesi con cui 
veniva trattato Fulgenzio, si lasci anch'egli indurre alla 
fuga ai 3 dicembre 1608. Fu accolto in Roma con eguale, 
anzi maggior festa, per la qualit del grado, di Fr Fulgen-
zio. Ebbe impiego in corte, provvisione di 500 ducati ed 
altre larghezze: tutte arti usate al fine di adescare Fr Pao-
lo. Al qual uopo, i curiali sparsero per Venezia che quelle 
fughe gradivano alla Repubblica, contenta di sgravarsi 
degli stipendi e degli incomodi del patrocinio; onde a 
smentirli il Senato aggiunse altri 200 ducati di pi alle 
pensioni di cui godevano gi i restati. Fr Paolo ricus di 
accettarti.
Tal cosa saputa a Roma, fece scorti i curiali che dal lato 
dell'interesse non avrebbono mai potuto prenderlo. Torna-
rono a quello dell'amor proprio. Intanto che a Parigi il 
cardinale Barberini, poi papa Urbano VIII, diceva che ac-
quistava l'indulgenza chi ammazzava Fr Paolo, e che a 
Roma si cospirava per acquistare una tal indulgenza, altri 
astuti, fingendo la sua difesa, facevano suonar alto l'ingiu-
stizia di Clemente VIII di non averlo fatto vescovo o car-
dinale, e che fu gran male l'avere trascurato uomo di tanto 
merito. Le quali cose ripetevano in Venezia i secreti agenti 
del nunzio, e parlavano della stima per lui del cardinal ni-
pote (ne portava sulla faccia le prove), ed anco del ponte-
fice, di cui lodavano la bont e la giustizia; biasimavano il 
tentato assassinio; dicevano, la Corte non averci avuto 
parte, ma pure che il Sarpi doveva sempre temere di qual-
che fanatico. Vantavano la cortesia con cui erano accolti 
Fr Fulgenzio e l'Arcidiacono, gli onori ricevuti, la cle-
menza con loro usata, e se Fr Paolo voleva imitarli, mol-
to pi poteva aspettarsi, e lui solo con quella andata pote-
va stabilire una piena concordia tra la Repubblica e la 
Corte. Ma il frate che era stato a Roma, e non era meno 
scaltro di loro, conosceva il senso delle parole.
Intanto che usavano le apparenti gentilezze per acca-
lappiarlo vivo, abbiamo gi veduto che non ommettevano 
le macchinazioni occulte per farlo assassinare; e poich 
l'esperienza di due anni d'insidie di ambe le specie, mostr 
che nella prima non era pi da sperarsi, risolsero di sfoga-
re almeno la loro vendetta su quelli che ebbero la imbecil-
lit di fidare nelle promesse romane. Fr Fulgenzio fran-
cescano fu improvvisamente arrestato, consegnato all'In-
quisizione e impiccato a' 5 luglio 1610. A' 27 novembre 
dello stesso anno, l'arcidiacono, invitato a pranzo da mon-
signor Tani, cameriere intimo del pontefice, e tornato a 
casa, fu soprappreso da colica accompagnata da violente 
dissenteria e dolori acutissimi che in poche ore lo tolsero 
di vita; e il Tani, alcuni anni dopo, caduto in disgrazia del-
la Corte, mor anch'egli per veleno ministratogli; altri pi 
oscuri furono abbandonati nella miseria e sorvegliati dal 
sant'Offizio, di cui per lo pi finirono ad esser vittima. 
Marco Antonio Capello, a cui era stata tolta la sua provvi-
sione, ammaestrato da questi esempi e temendo anco per 
s, ricorse al ripiego di difendere nel 1616 la causa del 
papa contro il re d'Inghilterra, il che gli concili benevo-
lenza. Egli era ancora vivo nel 1625 quando pubblic un 
assai dotto trattato sulla Pasqua di Ges Cristo.
Premeva molto alla Curia di aversi anco Giovanni Mar-
silio; n avendo potuto, riusc finalmente a farlo avvelena-
re. Io non so come il Grisellini ne accusi il gesuita Posse-
vino, morto in Ferrara a' 26 febbraio 1611, quando il Mar-
silio mor a' 3 marzo del seguente anno.
Per legame di storia ho anticipato questi avvenimenti: 
ora torno al filo.
Fr Paolo metteva, e non immeritamente, una specie 
d'orgoglio nei successi dell'interdetto e nei modi con cui 
era stata conchiuso, e lo rodeva il vedere come i curiali 
diramasser a penna o a stampa, con clandestino artifizio, 
scritture in cui la verit era radicalmente offesa, e che tor-
navano in onta alla Repubblica. Ad istruzione de' suoi a-
mici di Francia che ne lo avevano richiesto, aveva steso 
un commentario delle cose occorse, e stava per mandarlo; 
ma in pari tempo incalzava acciocch il Senato si prendes-
se a cuore l'onor pubblico, offeso dalle menzogne de ge-
suiti; e tanto disse, finch nel mese di giugno fu presa la 
deliberazione di pubblicare una particolare e veridica isto-
ria dell'interdetto; e a Fr Paolo ne fu commessa la cura. Il 
quale, ripreso in mano il suo manoscritto, vi lavor con 
tanta sollecitudine che al mese di ottobre l'opera era gi 
compiuta,e la intitol Istoria particolare delle cose passa-
te fra la Repubblica veneta e il pontefice Paolo V negli 
anni 1605, 1606 e 1607, divisa in sette libri. Lo scopo 
dell'autore essendo di dare una circostanziata relazione de' 
negoziati complicati, varii e lunghissimi, occorsi in quel 
memorabile avvenimento, la narrativa  semplice ma so-
verchiamente diffusa, e non sempre dilettevole.  certo 
che ai contemporanei dovettero piacere moltissimo quelle 
minute particolarit di maneggi diplomatici intorno ad 
un'affare che interess tutta l'Europa; ma a noi, lontani pi 
di due secoli, riescono fastidiose, e ameremmo piuttosto 
di vedere le cose di una medesima natura raccolte in 
gruppo, e, dove non  essenziale, abbandonato l'ordine 
cronologico, e seguto quello delle materie. Il lettore non 
deve cercare in essa dipinture di caratteri istorici; il solo 
che vi campeggia, ed  tratteggiato maestrevolmente,  
quello del protagonista, il papa; vi sono altri tratti lumino-
si e degni del Sarpi; ma nel totale  ben lontana da quella 
perfezione a cui hanno un giusto diritto altre opere di lui. 
 per da avvertirsi che molti difetti, e forse i pi, non so-
no sua colpa. Avendo egli scritto per comando pubblico, 
dovette conformarsi alla variet delle teste quante erano 
nel Collegio, e qui ampliare una cosa e l un'altra; e si ve-
de ancora che non  lavoro di una sola mano. Infatti egli 
stesso ci avverte che molte cose furono aggiunte dal suo 
amico Domenico Molino, specialmente la lunga e noiosa 
trattazione dei negoziati fatti dalla Repubblica coi Grigio-
ni e gli Svizzeri che il Sarpi aveva narrato in poche parole. 
Del resto questa istoria, oltre al fornirci le pi copiose no-
tizie intorno ai fatti dell'interdetto, ha il merito della vera-
cit, che non gli fu mai conteso neppure dai Romani: e ve-
ramente il Sarpi, quand'anco non fossevi stato indotto da 
propria ingenuit di natura, vi era obbligato dalla fre-
schezza dei casi, essendo vivi tuttora gli autori di quel 
dramma ecclesiastico. Conchiude con un'appendice sui 
patti dell'accomodamento conforme appieno a quanto ho 
letto nelle deliberazioni del Collegio e Senato, dove il 
Sarpi dimostra che i Veneziani non vollero mai riconosce-
re nel pontefice alcuna autorit d'intervenire negli atti di 
governo; non vollero accondiscendere a sommessione al-
cuna, intendendo di non avere fallato, e che nissuna asso-
luzione fu chiesta o data. Il Senato non credette opportuno 
per allora che si pubblicasse a stampa, ma permise che di-
vulgasse per manoscritto, che aveva per que' tempi un'aria 
misteriosa e di minaccia. La primi edizione comparve a 
Venezia, con data di Lione nel 1624, un anno dopo la mor-
te di Fr Paolo.
(1609). Ma passarono in Francia molti esemplari a pen-
na, e di col a Roma; dove appena veduti, il papa se ne 
accese di sdegno, i curiali ancor pi; l'inquisizione cit di 
nuovo Fr Paolo e a sfogo di stolta vendetta, voleva farlo 
ardere in effigie; ma si oppose l'ambasciatore di Francia. 
Succedevano rappresaglie a Venezia, e pareva che da pic-
cioli pettegolezzi fosse per riuscirne una rottura peggiore 
della prima. Un frate neg l'assoluzione ad un patrizio, 
perch si confess che aveva letto il libro del Querini: i 
Dieci lo bandirono, pena la forca se tornava. Il povero fra-
te dovette umiliarsi, supplicare, domandar perdono: fu 
confinato in un convento. Il nunzio se ne querel, ma i 
Dieci per risposta procedettero collo stesso rigore con altri 
confessori che invece di medicare le colpe spirituali, vole-
vano spiare i secreti dello Stato e metter screzio nelle co-
scienze de' cittadini. Alcuni preti furono imprigionati per 
essere complici della fuga dell'arcidiacono; altri per altri 
motivi: pi di 40 abitarono il carcere in men di due anni, e 
nel 1610 salivano a 100. Prima dell'interdetto se ne conta-
va uno in dieci anni: questi sono i guadagni, diceva il Sar-
pi, della corte di Roma dopo i moti suscitati da lei. Un 
prete convinto di delitto capitale fu mandato alle forche; 
un abate Cornaro, di casa patrizia, assal una gondola, fece 
saltare il marito in acqua, si rap la moglie, e dopo lo stu-
pro fugg nello Stato ecclesiastico: fu condannato a morte 
in contumacia. I Decemviri coglievano ogni destro per 
provare essere risoluti a mantenere i loro diritti. Si arrab-
biavano a Roma, il nunzio non sapeva che farsi.
Non osando comparir egli in iscena, ebbe l'astuzia di far 
muovere il vicario patriarcale; il quale pretese per diritto 
di dover intervenire agli esami degli ecclesiastici proces-
sati dal Consiglio dei dieci. Interrogato Fr Paolo, rispose: 
Veramente esservi tale consuetudine pei processi degli 
Avogadori nella Quaranzia, ma che non si poteva estende-
re ai Decemviri, tribunale supremo; ed era neppure da 
ammettersi la novit, perch sarebbe stato il primo anello 
di altre pretese. Se il Vicario, diceva, sar ammesso per 
grazia, col tempo pretender di esservi per diritto; e se 
prima fu per gli esami, dopo vorr anco per la sentenza, e 
in ultimo finiranno i cherici con voler esser i soli giudici. 
Era anco pericoloso pel secreto, quando si trattasse cosa 
che volevasi tenere occulta. Conchiudendo che la inter-
venzione del Vicario supponeva quella del foro ecclesia-
stico, e questa quella del papa, cosicch l'autorit del tri-
bunale sarebbe diventata nulla, e surrogatavi quella dei 
preti.
Svanito un disegno ne suscitavano un altro, simili a co-
lubri che si piegano e ripiegano per tutti i versi, e si ma-
neggiano col capo e colla coda. Un cherico condannato a 
morte, dicevano non pu essere suppliziato, se prima il 
vescovo non lo ha degradato degli ordini sacri: nuovo ap-
picco per intromettersi sordamente nelle cause di crimina-
le e inciampare il libero andamento della giustizia secola-
re. Anco questa difficolt fu proposta a Fr Paolo, che ri-
spose: La degradazione essere un trovato moderno a simi-
litudine de' capitani che degradavano i cavalieri e i soldati, 
per stabilire l'idea di onore che non si fa morire il soldato, 
ma un uomo comune; secondo la legge canonica non esse-
re necessaria. Pure potersi permettere se il vescovo vuole 
farla; e non volendo, il giudice non debbe restare dalla sua 
sentenza; a quello stesso modo che non resta se il reo non 
vuole confessarsi, o non vuole confessarlo il prete, quando 
 chiaro che la confessione  pi necessaria della degrada-
zione ecclesiastica.
Altro soggetto di controversia insorse tra il finire del 
1608 e il principiare del seguente anno. I preti e i frati, 
onde allettare colla pompa delle luminarie molto concor-
so, e buscarsi pi larghi guadagni, avevano fatto prevalere 
il pessimo costume di protrarre nelle feste solenni fino a 
tarda notte gli uffici vespertini: onde le chiese erano di-
ventate conventicole di amoreggiamenti tra meretrici e 
giovani dissoluti, e scuole di corruttela alle vergini, e tea-
tri di schermaglie, dove spesso i rivali venivano alle armi. 
Il governo proib quelle divozioni, e comand che le chie-
se al tramonto fossero chiuse. Il papa, lodando quel prov-
vedimento di polizia, lo biasim come contrario alla liber-
t ecclesiastica, e sostenne che il magistrato era incorso 
nella scomunica. Poi diceva che voleva impugnare quella 
novit, se non altro, perch Fr Paolo non potesse dir pi 
che la tolleranza del papa era diventala un diritto nei seco-
lari. Ma Fr Paolo se ne rideva, dicendo: Bella libert da 
preti quella che tende a profanazione della Chiesa!
Nella quaresima del 1609 Fr Fulgenzio servita, predi-
c con grande applauso e concorso meraviglioso, contan-
dosi fino 60 patrizi in una volta; e perch, omesse le di-
spute dogmatiche e i racconti di leggenda che per un mal 
vezzo o per ignoranza od avarizia de' predicatori volgari 
comunemente si usa, trattava in ispezial modo la morale, e 
puntava forte sugli insegnamenti della Scrittura, il nunzio 
se ne dolse, dicendo che quel frate era infetto di eresia e 
voleva che fosse impedito. Anco il papa, querelandosi 
coll'ambasciatore veneto, disse che stare attaccato alla 
Scrittura  lo stesso che diventare eretico.
Frammezzo a questi piccioli avvenimenti e a questi 
sdegni reciproci la vita del consultore, nel marzo del 1609, 
corse un nuovo pericolo. Alcuni frati del suo Ordine furo-
no i macchinatori. Sorpreso il carteggio e portato a Fr 
Paolo, ei voleva, s per propria mansuetudine e s per de-
coro di religione, che un tanto atroce proponimento fosse 
messo a tacere. Ma Fr Fulgenzio, compreso nello stesso 
pericolo, o che almeno lo supponeva, non ebbe tanta pa-
zienza, e port le carte agli inquisitori di Stato. Se dob-
biamo credere a lui, erano implicati nella congiura il papa, 
il cardinale Borghese, il generale dei Serviti, e pi altri 
prelati e cardinali. Per il papa non  verosimile, ma pu 
ben essere che gli altri ed anco il cardinal nipote, dico il 
Borghese, spendessero la sua parola. Maneggiatore per 
parte di quest'ultimo era un Fr Bernardo di Perugia suo 
intrinseco e assai famigliare; corrispondente di Fr Ber-
nardo era un Fr Gianfrancesco pure di Perugia, ma che 
dimorava nel convento de' Serviti a Padova; esecutore del 
misfatto doveva essere frate Antonio, barbiere, scrivano e 
molto domestico di Fr Paolo. Si promettevano scudi 900 
alla mano e 12,000 ad opera finita. Tre erano i progetti: o 
che frate Antonio lo assassinasse egli stesso, e ne aveva 
frequente l'opportunit, perch il Sarpi per quel suo inco-
modo all'intestino retto si teneva assai mondo, e ogni otto 
giorni si faceva radere da quella parte, e in tal caso il frate 
non aveva che a tirargli un buon colpo di rasoio; ma non 
gli bast l'animo. Perci gli proponevano per secondo di 
avvelenarlo, al qual uopo gli avrebbono mandato da Roma 
un eccellente cordiale; ma questo neppur piacque. Frate 
Antonio voleva bene favorire il delitto, ma non commet-
terlo; e gli premeva di salvare la pelle, senza di che nulla 
fruttavano i 12,000 scudi. Si venne dunque all'ultimo pro-
getto di levare le controchiavi delle camere di Fr Paolo, e 
il religioso Gianfrancesco avrebbe egli introdotto di notte 
due o tre sicari a finire la festa.
Frate Antonio era gi da qualche tempo sorvegliato, 
perch s'intratteneva con sospette fisionomie, a colloqui 
misteriosi, e il Sarpi gli diede anco qualche ammonizione; 
pertinace nel male, continu il suo disegno; ma gli accad-
de che nel consegnare i modelli in cera delle chiavi, si la-
sci, senza avvedersene, cadere di tasca alcune lettere, e 
furono le vedute e lette dal Sarpi, da Fr Fulgenzio e poi 
dagli Inquisitori.
Gianfrancesco e il suo complice furono chiusi nelle 
carceri decemvirali. Il Sarpi adoper le pi calde suppli-
che, fino a mettersi in ginocchio innanzi al Consiglio dei 
dieci per ottenere il loro perdono; e l'inesorabile tribunale, 
mosso dalle sue preghiere, sentenzi Gianfrancesco alla 
forca, con riserva, se rivelava ogni cosa, che sarebbe dan-
nato a un anno solo di prigionia e al bando perpetuo, 
Gianfrancesco accett il partito, confess, consegn il suo 
carteggio, scritto in cifra e nascosto nel suo convento a 
Padova, cos che i Decemviri vennero in chiaro di tutta 
quella abbominevole trattazione, nella quale, dice Vittorio 
Siri, si trov apertamente compromesso il cardinale Lan-
franco, segretario del papa. Di questa congiura, parlando 
Fr Paolo in una lettera del 30 marzo 1609, usa queste no-
bili e moderate espressioni: Io ho fuggita una gran cospi-
razione contro la mia vita, intervenendovi di quelli propri 
della mia camera. Non ha piaciuto a Dio che sia riuscita; 
ma a me ben molto dispiace di quelli che sono prigioni. 
Per questa cosa non mi  grata la vita, che per conservare 
veggo tante difficolt.
Lessi nella epistola di San Giacomo che la fede senza le 
opere  cosa morta; e se talun dice io ho la fede e tu hai le 
opere, uom pu rispondergli, mostrami la fede tua senza 
opere, ed io mostrerotti la mia dalle opere mie. Se la mo-
rale del Nuovo Testamento non fosse spesso contraria a 
quanto insegnano i teologi, sarebbe qui il luogo di fare un 
parallelo istorico tra un frate ed un papa. No 'l far dun-
que, limitandomi a porgerne la materia al lettore, ed avvi-
sandolo che, ove inclinasse a confronti e fosse per senten-
ziare a favore del frate, non dimentichi che era eretico ed 
ipocrita.
Un Bartolomeo Lanceschi, di Siena ciurmatore e ventu-
riero, capitato a Parigi, si spacci nipote di Paolo V. Tene-
va magnifico alloggio, ricco treno, tavola sontuosa e 
splendida corte. Aveva danari, gli spese, e trov credito a 
prestanzarne altri. Accreditavano le menzogne un domeni-
cano ed un altro complice. Il nunzio lo seppe, se ne quere-
l al re Enrico IV, ne scrisse a Roma. Il papa ne concep 
tanto sdegno che riscrisse al re pregando che fosse punito 
di morte il furbo che disonorava la sua cassa. Non credeva 
Enrico che meritasse tanto, ma il Santo Padre instando ca-
lorosamente, sollecit il processo, mand memorie e ac-
cuse, aggrand il fatto, dicendo che l'impostore era mago, 
alchimista, e che aveva molti partigiani, e che era sovve-
nuto dai nemici della Santa Chiesa, e che col sangue solo 
e' poteva lavare un tanto delitto. Insomma tanto disse e fe-
ce, che il povero Lanceschi a' 22 novembre 1608 fu im-
piccato; de' due complici, il secolare fu dannato alla gale-
ra, il domenicano chiuso in un convento del suo Ordine.
Ma la nuova cospirazione contro Fr Paolo non serv ad 
altro che a sempre pi alterare gli umori in Venezia, e a 
confermare il governo nella risoluzione di reprimere ad 
ogni costo la licenza ecclesiastica. Laddove in Roma lo 
sdegno della vendetta sempre pi si aspreggiava dagli 
stessi frustanei sforzi per conseguirla; e se prima dell'in-
terdetto i curiali dicevano che a Venezia i preti erano a 
peggior partito che non gli ebrei sotto Faraone, s'immagini 
il lettore che dovevano dire dopo tanti preti impiccati, o 
carcerati, o banditi, o propulsate pretese, e leggi nuove sui 
cherici, e aggravi sui loro beni, e il rigore di una mano di 
ferro che li frenava, e da cui indarno tentavano di svinco-
larsi. Suonavano alto le accuse contro il papa, cui taccia-
vano di debolezza nel passato negozio, e poco mancava 
non lo dicessero eretico. Almeno lo incolpavano di avere 
avvilito nella polvere il gran manto di San Pietro, e disco-
perto l'arcano che faceva audace e potente la Curia roma-
na. L'animosit della quale contro la Repubblica, scrive-
va l'ambasciatore Contarini,  cos fatta, che non vi  car-
dinale, eccettuato il Delfino per essere veneziano, che 
formi una parola in favore di lei. Tutti vogliono carrucola-
re il pontefice in nuovi e pi fastidiosi accidenti dei passa-
ti. Attizzano il popolo con calunnie e modi artificiosi, s 
che il nome veneziano  diventato odioso. Paolo V 
anch'egli sentiva di amaro, e davvero parevagli d'essersi di 
troppo umiliato, e anelava a qualche azione luminosa che 
servisse a ristorare il suo credito, e a far sentire il peso 
della papale autorit sull'orgogliosa Repubblica. Quel Fr 
Paolo gli dava un gran fastidio, e non lo dissimulava: era 
uno spauracchio che gli stava dinanzi agli occhi e lo inse-
guiva come l'ombra del proprio corpo. Sono superbi, di-
ceva spesso coll'ambasciatore di Francia de Breves, per-
ch hanno quel frate loro teologo, ma far vedere che la 
sua dottrina  erronea, che non se ne intende, che  un sci-
smatico, lo dar all'Inquisizione, gli far fare il processo.
L'ambasciatore cercava di acquietarlo, ma in s rideva. 
Infine si appresent al pontefice un'occasione che parve 
opportuna ai suoi disegni, ma che poco manc non lo ver-
sasse in maggior precipizio.
Nel tempo che accadevano i narrati dissidi, moriva 
Francesco Loredano, abate di Santa Maria della Vagandiz-
za, ricco beneficio di 12,000 ducati all'anno, nel contado 
di Rovigo a' confini del ferrarese; Paolo V disse che era 
un boccone da nipote di papa, e senza neppure farne mot-
to al Senato, lo confer in commenda al cardinal Borghese, 
il quale gi a quell'ora possiedeva una rendita di 140,000 
scudi di camera (circa un milione di franchi, e a raggua-
glio di valori, il doppio); il che indusse Fr Paolo a un cu-
rioso confronto. Ai miei tempi, scriv'egli, PioV in 5 anni 
confer al nipote 25,000 scudi; Gregorio XIII in 15 anni 
confer ad un nipote 30,000, ad un altro 20,000; Sisto V 
(in 5 anni e mezzo) all'unico nipote 9000; Clemente VIII 
in 13 anni ad un nipote 30,000, ad un altro 20,000; e Paolo 
V in soli 4 anni ne confer 140,000. A quanto sommer col 
tempo? Lo sa Dio. Infatti si accrebbe di assai l'immensa 
fortuna di casa Borghese, perocch questo cardinal Sci-
pione possiedette egli solo pi di 200,000 scudi di rendita, 
investiti in pi di trenta beneficii. Cos a Roma si osserva 
il concilio di Trento. Dall'anzidetto confronto risulta un'al-
tra verit, forse un po' eretica, ma provata dall'evidenza 
delle cifre. Ed  che di cinque papi il meno santo fu il pi 
economo amministratore dei beni della Chiesa.
Torno alla Vagandizza. Oltre alla bruttezza del fatto, 
pieno di cupidit e di avarizia, vi era anche violazione di 
diritto, perocch la nomina dell'abate si apparteneva ai 
monaci Camaldolesi di Venezia, i quali, per un abuso pas-
sato in consuetudine, solevano dare quell'abazia in com-
menda ad alcuno de' loro monaci, purch suddito veneto, 
solo obbligo che avessero verso il governo. E infatti, sen-
za badare al papa, elessero abate e secondo i riti loro, in-
stallarono un padre Fulgenzio da Padova. Il papa gridava 
che i privilegi de' monaci erano ciancie, e fossero anco ve-
ri, egli era papa e poteva disfarli; che Fulgenzio era un a-
bate intruso, scomunicato da lui per essersi impossessato 
dell'abazia senza suo permesso, e che bisognava scacciar-
lo. Il governo veneto, per vero, si teneva estraneo alla con-
tesa, e solo fece intendere al papa, essere lui indifferente 
chi si fosse l'abate della Vagandizza; se al pontefice non 
piaceva Fulgenzio, un altro ne eleggesse, semprech fosse 
suddito veneziano, e del resto se la intendesse coi monaci. 
Ma l'orgoglioso pontefice, in un impeto di collera, a cui 
per sua mala ventura era di troppo soggetto, parlando 
all'ambasciatore Contarini, si lasci inconsideratamente 
fuggire di bocca: I Veneziani prima di domandar grazie 
devono meritarsele. Un altro avrebbe dissimulato 
quest'imprudenza, ma il Contarini amico al Sarpi, niente 
alla Curia, la scrisse tosto a Venezia, n vi volle altro per 
rimescolare la bile. Il Senato dichiar di voler sostenere la 
causa dei monaci. Molti senatori dicevano, non aver do-
mandato grazia ma giustizia; non aver bisogno di grazie, 
bene essi averne fatte al papa, ricorrendo a lui per cose 
che non sarebbe bisognato; che era un accattabrighe, che 
finita una questione ne tirava in campo un'altra; che quel 
suo detto era un'ingiuria, che i Veneziani non erano eretici 
per aver demeritata la grazia della Santa Sede, e che biso-
gnava finirla. Anco i meno caldi si sentivano offesi. Il 
pontefice si accorse della sua imprudenza; cerc, ma in-
vano, di dare un altro senso alle sue parole; incolp il 
Contarini di averle prese in sinistro, ed alteratele; e fin-
gendo di voler procedere coi metodi ordinari della giusti-
zia, chiam il generale de' Camaldolesi, lo invit ad espor-
re le ragioni de' suoi monaci di Venezia, ch egli ne rimet-
teva la causa alla decisione della Ruota romana. La quale, 
come era dovere, decise che i monaci non avevano alcun 
diritto, i loro privilegi essere caduchi, e che il pontefice, 
padrone di tutti i beneficii del mondo, poteva disporre an-
co di quello della Vagandizza. I monaci per promesse o 
minacce rinunciarono, ma il Senato stette fermo nelle sue 
ragioni, e non volendo che cos pingue beneficio passasse 
in mano di un estranio, ne sequestr le rendite. Egli  per 
altro singolare che i desiderii del papa trovassero questa 
volta oppositori anco in Corte. Veggendo come egli tutto 
dava al nipote, molti prelati, indispettiti dalla troppa felici-
t di lui, promovevano quella discordia e applaudivano in 
secreto alla resistenza dei Camaldolesi e del Senato; il che 
faceva ridere Fr Paolo, e dire: Cos anco l'invidia ha luo-
go tra i santi.
Suppongono gi i lettori che in questo negozio egli vi 
avesse una parte attivissima. Per pi di otto mesi di 
quell'anno 1609, fu egli occupato a scrivere ora a pro del 
governo, ora a pro dei monaci, a disterrare dagli archivi i 
documenti, a informare il Senato delle pratiche della giu-
risprudenza romana, e del modo d'incamminare la causa 
nel tribunale della Ruota; e poich le ragioni d quella a-
bazia, secondo il jus canonico, politico e feudale di quel 
tempo erano molto imbrogliate e soggette a controversia, 
egli ebbe licenza di consigliarsi anco con giureconsulti 
francesi, ed  su questo proposito che versano varie sue 
lettere scritte a Jacopo Leschassier. I molti suoi scritti sul-
la Vagandizza, comech sparsi di varia erudizione, sono 
per l'et presente di scarsa importanza, e fanno increscere 
che quell'uomo fosse obbligato a consumare il tempo e 
l'ingegno per oggetti di un interesse locale. Ci che vi ha 
di meglio,  una relazione istorica sulla origine, i progressi 
e l'abuso delle commende, dove spicca colla solita brevit 
quell'ampiezza di cognizioni che in simili materie egli 
possedeva: inedita ancora, e che pubblicata sarebbe una 
utile appendice alla sua storia dei beneficii ecclesiastici, di 
cui parler in appresso.
Il terribile frate, cui le offese avevano inasprito contro 
la Curia, sperava con questa occasione di vibrare un nuo-
vo colpo agli interessi romani, e mirava a niente meno che 
a insterilire le fonti sacre, da cui i pontefici traevano le 
immense loro rendite; non erano le indulgenze, non il pur-
gatorio, ma la collazione dei beneficii ecclesiastici che il 
Sarpi avrebbe voluto ridurre tutta in mano del governo ci-
vile, e al medesimo assoggettare il corpo ecclesiastico e i 
loro beni. In Francia, in Spagna, scriveva egli, l'onnipo-
tenza pontificale nella collazione dei beneficii  frenata da 
leggi: arbitraria  sola in Italia; ma se questa lite procede, 
spero bene di restringerla. Non pot effettuare i suoi pen-
sieri, ch i tempi non erano maturi; ma a lui sopravvissero 
le sue dottrine, e fruttificarono.
La Corte di Roma, a forza di premere la Repubblica, si 
era fatta odiosa e increscevole. La parte pi illuminata e 
pi coraggiosa dei patrizi e cittadini, stracchi di un giogo 
che li travagliava incessantemente, e di una corte avida, 
indiscreta e che copriva di religione i fini disonesti dell'in-
teresse, desiderava di emanciparsi da un imperio 
prepotente, a cui il passato non serviva di memoria e 
pareva sfidasse i propri precipizi, e con cui non era 
contingibile n pace n tregua. Il volgo ancora si era 
spregiudicato; a che, oltre i successi dell'interdetto, 
contribuirono le recenti leghe coi Grigioni eretici, e il 
frequente concorso di loro nella citt. Da prima quel nome 
di luterano o di calvinista gli era cos esoso, da stimar quei 
settari a ragguaglio dei Turchi; ma in appresso, trovandoli 
nella pratica uomini buoni, trattosi e pii, e udendo ripetere 
contro s que' medesimi nomi, cominci a persuadersi che 
eretico volesse significare tutti coloro che non patiscono 
le ingiurie dei preti. Cos i curiali per loro mal senno 
accreditavano quello che appunto screditare volevano. A 
s fatta credenza dava nella plebe fondamento quel sentire 
di continuo contrasti col papa e attentati contro il suo Fr 
Paolo. Scandalizzavano i primi, perocch la corte di Roma 
aveva sempre lo svantaggio di farsi la protettrice di quanto 
v'ha di pi iniquo; scandalizzavano i secondi, perch 
ammirandosi da ciascuno la virt e la piet del Sarpi, 
vedendo palliati di religione i tentati assassinii, si 
offendevano le opinioni pubbliche e la religione cadeva.
Non per mancavano i suoi partigiani alla Corte: molti 
consentivano con lei per interessi propri o dei congiunti e 
per le ottenute o sperate dignit della Chiesa, avendo qua-
le il figlio, quale il fratello, quale il cugino ecclesiastico; e 
stavano ancora con lei la solita inerzia, le vecchie abitudi-
ni, la ripugnanza alle cose nuove, e gli spiriti deboli o su-
perstiziosi che nei cherici vedono l'abito, non i costumi, o 
gli ipocriti a cui la piet  un'arte,
Ma Fr Paolo, tenace ne' suoi propositi e pratico de' go-
verni e pi ancora di quei di repubblica, sapeva i modi con 
cui per vie indirette si guidano le moltitudini a delibera-
zioni impensate ed anco inevitabili. L'acuto suo colpo 
d'occhio politico, discorrendo vastissimi spazii, vedeva la 
Spagna potente, ma bisognosa di pace; la Francia potente, 
ma bisognosa di guerra; il re d'Inghilterra inteso a contro-
versie teologiche; i principi d'Italia, fiacchi e non buoni a 
conservare la pace n a fare la guerra; il solo duca di Sa-
voia, forte nelle armi, ma incostante e pieno di astuzie, 
delle quali, a dir vero, aveva bisogno per destreggiarsi tra 
Francia e Spagna: ma il troppo noceva a lui e agli altri; il 
pontefice ambizioso, della grandezza pontificia e di quella 
della sua casa, non curante delle cose d'Italia; la carbone-
ria de' gesuiti (uso questa frase non trovandone una pi 
idonea a' significare quella setta) diffusa, potente, faceva 
prevalere la sua politica in quasi tutte le cose, e inspirava, 
per cos dire, i movimenti diplomatici e sociali di quel se-
colo: argine invero ai progressi della Riforma, ma inciam-
po alla civilt; corruttela, come tutte le sette, della morale 
pubblica, inquietudine dei popoli. In mezzo a tante contra-
rie passioni, la Repubblica veneta stava timorosa dei Tur-
chi, sospettosa degli Spagnuoli, in niuna concordia col 
pontefice, avversa al gesuitismo, sollecita della quiete d'I-
talia, ma incapace da s sola a procurarla e a tenere la bi-
lancia nella penisola. Enrico IV, che covava disegni di 
conquista, allettava il duca di Savoia promettendogli lo 
stato di Milano, e pressava la Repubblica perch anch'essa 
pigliasse parte alla guerra. Ci non garbava a Fr Paolo: 
Ei non vuole uguali, diceva, non inferiori, ma servitori. 
Averlo nemico non  bene; ma tanta amicizia quanta c' al 
presente, basta, finch le cose non vanno pi in l. Quan-
do poi si desse mano a quella caccia di Milano, allora sar 
forza dichiararsi o per Francia o per Spagna. Non gli pia-
ceva una lega colla prima per motivi di conquista in Italia, 
ricordando le sventure della Repubblica quando, per to-
gliere lo stato di Milano a Lodovico il Moro, si confeder 
con Luigi XII, conseguenza di cui fu la famosa lega di 
Cambrai che pose Venezia a due dita della sua perdita; e 
pi diffidava di Enrico per essere ambizioso e guerriero, e 
perch obbligato da molti fini a mantenersi bene edificati i 
gesuiti, non solo li favoriva nel suo regno, ma li racco-
mandava eziandio alla Repubblica.  la favola della vol-
pe, diceva lo scaltro frate, che avendo perduta la sua coda 
nella trappola, persuade le altre a moncarsela; e previde i 
futuri effetti di quell'impolitico favore, che durante i regni 
seguenti fu cagione di tante turbolenze alla Francia e in 
particolare di quella sgraziata bolla Unigenitus che cost 
la pace d'infinite coscienze, e pi di ottanta mila persone 
furono arrestate. Fr Paolo nutriva anco poca buona opi-
nione dei concetti di Enrico, ad eseguire i quali dovendo 
concorrere tanti elementi eterogenei, papa, gesuiti, cattoli-
ci, protestanti, e ciascuno con interessi occulti, era impos-
sibile che sortissero un felice disegno.
Comunque si fosse, non gli pareva sicurezza che in 
mezzo a tanti moti politici e trattazioni diplomatiche la 
Repubblica se ne stesse isolata, e nel caso di dover pren-
dere un partito si trovasse sprovvista di amici; e girando 
gli occhi dove trovarne di opportuni, gli parve che tali do-
vessero essere i protestanti, amici di libert, e perci del 
paro gelosi di Francia e di Spagna. Gli Olandesi, dopo una 
lunga guerra con questa ultima, erano riusciti a stabilire la 
propria indipendenza. Fr Paolo fece sentire ai primi del 
Collegio e del Senato, e agli altri suoi amici, tutti de' pi 
influenti nei maneggi dello Stato, l'utilit che ridondereb-
be da un'alleanza fra le due repubbliche, cos pel commer-
cio come nelle vicende di guerra o di pace; ma non essen-
do dignit della veneta di essere la prima, essa, antica e 
conosciuta, a far aperture e spedir ambasciatori a Stato 
nuovo e tuttavia precario, ebbe il frate commissione secre-
ta di predisporre le cose: ed egli ne scrisse a Filippo Du-
plessy Mornay, celebre calvinista, suo amico, assai poten-
te in Francia e in molta considerazione appo Barnevelt e il 
principe di Nassau, principali indrizzatori della nuova re-
pubblica. Da' quali, persuasi gli Stati generali d'Olanda, 
mandarono ambasciatore a Venezia Cornelio Vander 
Myle, genero del Barnevelt, accompagnato da un figlio di 
lui e( ) da sei altri qualificati personaggi. Questa novit 
non piaceva molto alla Francia, meno ancora alla Spagna, 
faceva gelosia al papa, e ne gridavano i gesuiti. Gli amba-
sciatori di quelle due potenze, il nunzio, i loro partigiani 
dimenarono assai perch l'olandese non fosse ricevuto, o 
per lo meno ricevuto senza onore; ma Fr Paolo e i parti-
giani suoi, pi potenti, ottennero il contrario. Sull'incer-
tezza, Cornelio si ferm lungamente a Parigi, ma infine 
assicurato, part e giunse a Venezia a' 13 novembre di 
quest'anno. Colle cerimonie che si usavano a' regii amba-
sciatori fu incontrato da' senatori, alloggiato in palazzo 
pubblico, trattenuto a spese pubbliche, datogli a compa-
gnia uno dei pi illustri patrizi, divertito con feste e spet-
tacoli all'uso veneziano, e regalato di superba collana; eb-
be udienza dal Collegio e dal Senato, e molte conferenze, 
ora pubbliche, ora private con Fr Paolo, al quale port 
lettere e complimenti del principe di Nassau, del gran 
pensionario Barnevelt che gli raccomandava suo figlio, e 
di altri signori d'Olanda e Francia: chiese anco una confe-
renza privata col doge, al quale voleva proporre in secreto 
patti di commercio e di alleanza; ma per gli ordini vene-
ziani non gli fu concesso. Gli espose a Fr Paolo che ne 
parl al Collegio, ma Vander Myle non avendo commis-
sione di trattarne pubblicamente, e il Collegio non poten-
do trattarli da s, furono rimessi ad altri tempi, e in parti-
colare a Tommaso Contarini destinato a corrispondere co-
gli Stati generali. Il frate promise di maneggiarvisi, e in-
fatti alcuni anni dopo fu conchiusa fra le due Repubbliche 
una lega difensiva che torn molto utile a Venezia. Corne-
lio part a' 10 del dicembre, essendosi due giorni innanzi 
trattenuto a lungo e segreto colloquio di affari pubblici col 
consultore.
Il quale, di questa ambasceria parlando: Non v'ha dub-
bio, scriveva, che il favore fatto da questa Repubblica a 
quella in ricevere il suo ambasciatore a par d'un ambascia-
tor regio  di molta riputazione per quella repubblica che 
nasce al presente. Ed in contraccambio, sebben questa non 
pu ricevere onore di l, pu ben ricever officii non meno 
necessarii cos nelle cose della navigazione, come in altre 
occorrenze. Certo  che se non fosse stato un ambasciator 
veneto in Inghilterra, ed un inglese in Venezia nelle passa-
te turbolenze, non si avrebbe avuto in favore quella di-
chiarazione del re, che forse fu tra le principali cause 
dell'accordo che segu onorevole per le cose pubbliche.
Intanto che trattava le narrate cose coll'Olanda, il vivido 
frate, attento a tutti gli accidenti politici, e al modo di uti-
lizzarli a pro della Repubblica, volse i pensieri ad un'altra 
regione.
In quell'anno 1609 era morto senza prole il duca di Giu-
liers, Berg e Cleves; e nacque gara tra i principi di Ger-
mania pei diritti di successione, donde si formarono due 
partiti: l'uno de' cattolici, sostenuto dalla casa d'Austria e 
favorito, sotto pretesto di religione, dal papa e dal re di 
Spagna; l'altro pi potente, spalleggiato dal re di Francia e 
dagli Olandesi, si componeva dei principi e citt libere 
protestanti, che allegando lo stesso pretesto si unirono in 
lega ad Halla, essendo capi di essa, come primi tra i pre-
tendenti, il marchese di Brandeborgo e il palatino di Neo-
borgo. In questa unione vide Fr Paolo una circostanza fa-
vorevole alla situazione della Repubblica, e si adoper 
perch ella vi prendesse qualche interesse. Sua massima 
era che pi dei Francesi si doveva pregiare l'amicizia di 
quei popoli tedeschi, perch pi leali ed estranei alla tor-
tuosa e ingannevole politica degli altri principi. Altronde, 
gelosi della loro libert e religione, le difendevano con co-
raggio, non avevano interessi in Italia, ed essendo poveri, 
l'amicizia colla Repubblica, che aveva denari e li poteva 
spendere, tornava utile ad entrambi. Tese adunque le sue 
fila per mettere i Tedeschi riformati in corrispondenza col-
la Repubblica; ma la lega di Halla, pei varii interessi di 
chi la componeva, essendosi dalle divisioni infiacchita, 
non ne ottenne alcun utile risultato. Il palatino, quasi nel 
medesimo tempo che vi era il Vander Myle, mand a Ve-
nezia Leonardo Butten con lettere al Senato, dove espone-
va le sue ragioni alla eredit di Giuliers e pregava di assi-
sterlo. Ma questa missione cos isolata non piacque n a 
Fr Paolo, n a' suoi partigiani, e Butten, mandato via con 
buone parole e proteste di amicizia, se ne torn disconclu-
so.
L'anno appresso 1610 (anticipo questo fatto per nesso 
di storia) il marchese di Brandeborgo e il palatino di Neo-
borgo, temendo per la seguita uccisione di Enrico IV e la 
debolezza in cui era perci caduta la Francia, che le due 
case austriache si unissero per opprimerli, mandarono a 
Venezia Giovanni Battista Linck a significare le ragioni 
della lega di Halla, i loro diritti alla eredit di Cleves, e 
pregare il Senato, non permettesse pei suoi Stati il passo 
di truppe spagnuole verso la Germania; ma il poco accor-
do che passava tra quegli alleati e la incertezza della poli-
tica europea trattennero il Senato dal pigliar parte in quei 
lontani dissidi; e Linck ebbe anch'egli belle parole, vaghe 
promesse, e null'altro.
Qui  il luogo di ricordare un aneddoto di cui parla Pie-
tro Daru nella sua Istoria di Venezia, ignorato da tutti 
quelli che scrissero del Sarpi, e cui egli trasse dal Magaz-
zino istorico del professore Lebret di Lipsia. Dice adun-
que che il Linck fece amicizia con un avvocato veneziano 
per nome Pessenti, il quale gli confid, esservi in Venezia 
un'associazione secreta di oltre mille persone disposte a 
separarsi dalla corte di Roma, che il numero aumentava 
ogni giorno, che vi erano da 300 de' pi distinti patrizi, ed 
erane alla testa i due serviti Fr Paolo e Fr Fulgenzio.
A sapere il vero, Linck si volse all'ambasciatore d'In-
ghilterra che dopo averlo accertato lo condusse a render 
visita ai due frati. Dopo i primi complimenti al Sarpi sulla 
sua fama oltre l'Alpi, gli dissero desiderargli che Dio be-
nedicesse i suoi sforzi. Rispose Fr Paolo, recarsi ad onore 
che il suo nome fosse pervenuto agli uomini che primi a-
vevano veduta la luce. Poi parl della poca armonia che 
passava fra i teologi, segnatamente intorno le parole Hoc 
est corpus meum. E Linck avendogli chiesto per qual mo-
do sperava di ottenere il successo del suo disegno, replic 
il Servita che sarebbe opera di Dio; doversi desiderare che 
la riforma si stabilisse nelle provincie tedesche contermini 
allo Stato Veneto, massime nella Carinzia e Carniola, pe-
rocch sono tra l'Istria ed il Friuli veneto; importare altres 
che i principi protestanti avessero pi intime relazioni col-
la Repubblica, e accreditassero agenti presso di lei i quali 
esercitassero il proprio culto, perocch le predicazioni de' 
ministri sortirebbero un ottimo effetto, aprendo gli occhi 
al popolo che nissuna differenza faceva tra luterani e ma-
omettani. Altre volte, aggiungeva, gl'Inglesi non erano 
qui considerati come cristiani, ma dopo che vi hanno un 
ambasciatore, le idee del volgo sulla loro religione muta-
rono. Le controversie colla corte di Roma non sono cos 
quietate che non restino ancora risentimenti di cui sarebbe 
facile di cavar vantaggio.
Fin qui l'aneddoto. Il Daru ha sospette due cose: l'auten-
ticit di esso e la buona fede del relatore. Io non guaranti-
sco n l'una n l'altra; imperocch se alcuni tratti del col-
loquio mi sembrano naturali a Fr Paolo, alcune altre cir-
costanze e del colloquio e di tutto il racconto insieme sono 
o inverosimili, o false. Per esempio, quella societ secreta 
di mille protestanti e quella confessione cos franca del 
consultore, riescono assai difficili allo storico francese, n 
io saprei digerirle meglio di lui; e so nemmanco come Fr 
Paolo potesse contare sulle prediche dei ministri riformati, 
sapendo egli meglio di ogni altro che in Venezia il culto 
pubblico de' riformati fu sempre impedito da leggi severe: 
potevano ben fare i loro esercizi religiosi, ma in casa, in 
luoghi appartati e a porte chiuse. I protestanti, dopo l'in-
terdetto erano molto prevenuti sul conto di Venezia, e spe-
rando di vederla o luterana o calvinista, si erano avvezzati 
a giudicarla dai loro pregiudizi, davano fede ai pi strani 
racconti, o ne inventavano, o li aggrandivano. Per quello 
riguarda Fr Paolo, maggiori ancora erano le loro preven-
zioni. Tutti volevano avergli parlato, e conosciutine le o-
pinioni e i pensieri; e intanto era pur questi il medesimo 
uomo cos occulto, artifizioso e dissimulatore che i curiali 
in tanti anni di assidue esplorazioni non hanno mai potuto 
penetrare: a giudizio degli uni era un frate dabbene che 
apriva il suo cuore al primo sconosciuto che gli capitava 
innanzi; a giudizio degli altri era un fintone doppio che 
velava i propri sentimenti con una profonda e non mai 
convinta ipocrisia. Fra le due contrarie opinioni questo  
certo che il Sarpi in fatto di teologia pensava liberamente, 
senza badare a cattolici o a protestanti; ma se in punti de-
licati e controversi veniva richiesto del suo parere, era so-
lito esprimersi per termini cos generali che o lasciava in-
tatta la questione o incerto quale fosse il suo parere. Cos 
pu essere che il Linck lo abbia interrogato sulle parole 
Hoc est corpus meum, pietra di paragone con cui si distin-
guevano i seguaci delle varie sette; e Fr Paolo avr rispo-
sto, seguendo l'usato suo stile, adducendo le opinioni degli 
uni e degli altri senza dire la propria. Sarebbe dunque me-
raviglia se un luterano, caldo per la sua setta, lo abbia in-
teso a modo suo, e aggiuntovi, per aggrandire il racconto, 
particolarit chimeriche? Per quante indagini io abbia fat-
to per trovare altrove indizi di questo aneddoto, sono riu-
scito a nulla; ma dagli altri di simil genere che ho potuto 
dilucidare, e che riferir in appresso, vedr il lettore che 
debba credere, e qual giudizio fare anco di questo.
Ripigliando indietro il filo della storia, prima ancora 
che l'ambasciatore olandese arrivasse a Venezia, le diffi-
colt principali tra questa e la Santa Sede si erano appia-
nate.
Enrico IV, capo di un popolo potente, uscito pur ora da 
una lunga guerra civile, e in conseguenza armigero, in-
quieto, e per soprassoma diviso di religione, a contenerlo 
di dentro pens al solito rimedio convenevole a' Francesi 
di guidarli a sfogarsi di fuori, e disegnava di prostrar l'Au-
stria e di cacciar dall'Italia gli Spagnuoli. A tal fine fece 
convenzioni varie con l'Inghilterra, l'Olanda, i principi 
protestanti di Germania, il duca di Savoia; ma gli abbiso-
gnavano anco Venezia ed il papa. I quali, divisi pei loro 
dissidi, ed egli affaticandosi per metterli in concordia, 
poich vide le contese rinascere l'una dall'altra, se ne stan-
c, dando torto ad ambe le parti; finch, pressato dalla ne-
cessit, ripigli seriamente la mediazione, e col mezzo de' 
suoi ambasciatori Champigny a Venezia, e Savary de Bre-
ves a Roma fece intendere al Senato che pensasse alla 
concordia, non fosse cos sofistico, prestasse la debita ob-
bedienza al pontefice e la pace con lui coltivasse; e al pon-
tefice, non cercasse brighe se non ne voleva, moderasse i 
suoi desiderii, considerasse i pericoli della Santa Sede, e 
quanto le fosse necessaria l'amicizia della Repubblica: che 
quell'insistere perch Fr Paolo comparisse a Roma, o il 
volerne fare abbruciare l'effigie era fatto enorme, riprove-
vole, massime dopo il brutto scherzo delle stilettate; e che 
non era decoro n giustizia il volersi egli far giudice in 
causa propria: contenesse la foga de' suoi cortigiani, im-
pedisse gli scandali che assai e troppo erano sortiti a de-
trimento della sua fama e della religione.
Il papa metteva in campo un mondo di querele: I Vene-
ziani non volerlo compiacere di un'abazia vacante, abusa-
re della sua bont paterna, spregiare il suo nunzio, impri-
gionare molti preti, far insomma cose che non farebbono 
gli eretici. Che pi? sclamava egli, stipendiamo tre o 
quattro teologi per scrivere contro di noi. Ma li castigher. 
E quel Fr Paolo? Ho fatto esaminare i suoi libri e vi ho 
trovato entro otto eresie formali. Fr Fulgenzio anch'egli 
ha predicato questa quaresima, non dir eresie, ma almeno 
nel senso di un vero scismatico. Il Senato non vuol proibi-
re i libri de' suoi teologi, e permette che si vendano pub-
blicamente; anzi so e son certo che hanno fatto venire as-
sai libri eretici fin da Ginevra. L'ambasciatore inglese e i 
suoi famigliari praticano alla scoperta coi principali patri-
zi, e con loro tengono discorsi di religione e parlano senza 
orrore di Lutero e Calvino. Oim! finiva il papa parlando 
coll'ambasciatore de Breves, una volta quella Repubblica 
viveva bene secondo le regole cristiane; ma adesso a poco 
a poco vedo che va a rischio di esser dannata. Io spenderei 
il mio sangue per ricuperarla; ma che fare, se essi non me 
ne danno il modo? Bisogna dunque prendere un'altra riso-
luzione e trar vendetta di tanti insulti e di cos ostinata di-
sobbedienza. Non nacqui tra l'armi, non so nemmanco 
maneggiarle, ma pure sono deciso di mettermi alla testa di 
un esercito, convinto in me stesso che Dio vorr favorire 
la sua santa causa. Queste cose, narra l'ambasciatore di 
Francia ne' suoi dispacci, le diceva con tanto calore che 
pareva fuori di s, e la collera gli fece forse dire pi che 
non voleva.
N ai Veneziani mancarono le lamentanze; dicevano 
che erano Stati dal papa ingiuriati con un detto pieno di 
dispregio; ch'e' voleva proteggere tutti i preti ribaldi, con 
scandalo del popolo e pregiudizio del buon costume e del-
la giustizia; che il suo nunzio e il loro patriarca usavano 
tutti i mezzi illeciti per mettere la discordia nella Repub-
blica; che con denari e provvisioni facevano disertare 
quelli che avevano scritto in favor del governo; che co-
mandavano ai confessori di non assolvere quelli che leg-
gessero i libri scritti in difesa di esso; che corrompevano i 
predicatori, che tentavano la fedelt dei sudditi e mille al-
tre cose simili.
Il papa diceva che sarebbe condisceso a tutto, purch 
proibissero i libri, e Fr Paolo obbedisse alla citazione del 
sant'Offizio. Il Senato ricusava assolutamente l'ultimo par-
tito; bene si contentava di proibire i libri, semprech il 
pontefice facesse prima lo stesso dei suoi. Pareva non vi 
fosse via di concordia, ma in sostanza ambidue la deside-
ravano; la Repubblica, timorosa, che da picciole cagioni 
nascesse qualche importuno turbamento all'assetto d'Italia, 
molto pi stante i continui preparativi di guerra che faceva 
Enrico IV, e il bisogno di attendere a questo assai pi im-
portante negozio, e il papa sapeva che quel re non avrebbe 
voluto assisterlo, n voleva commettersi alla discrezione 
della Spagna, perocch, diceva, il papa sarebbe diventato 
cappellano: gli davano anco non lieve apprensione quelle 
mene coll'Olanda, e l'imminente arrivo di un suo amba-
sciatore a Venezia; e le altre coi protestanti di Germania, e 
gli affari della lega di Halla e di Cleves cui maneggiava 
che non cadesse in mano di principi riformati. Con tutto 
ci lo pungeva continuo il rovello di aversi nelle unghie 
Fr Paolo. Bench le astuzie fossero tante volte tornate 
infruttifere, volle ancora farne la prova. Col mezzo del suo 
nunzio a Venezia fece figurare l'ambasciatore di Francia 
Champigny, il quale, assunto il carattere di paciere, fece 
dire al Consultore che il pontefice era disposto a voler 
buona amicizia colla Repubblica, a che solo ostava la cau-
sa colla Corte, e che bisognava risolversi ad un componi-
mento. Rispose il frate, che non poteva trattarne senza il 
consentimento del suo principe, e che a quello bisognava 
rivolgersi. Torn Champigny replicando, saperlo benissi-
mo, ma prima di trattarne in pubblico, volerne udire la sua 
opinione; che ne parlava da benigno chirurgo, voglioso di 
guarire quella vecchia piaga dell'interdetto. Alla sciocca 
proposta, rispose il Sarpi con acuto motteggio, velandoci 
sotto minaccia: che quando una piaga  incurabile e lega-
ta e coperta s che l'infermo la sente poco, il volerla sco-
prire, non avendo medicamento sufficiente per guarirla,  
un'irritarla e offender l'infermo. Pensasse bene, ed avver-
tisse che in luogo di far cosa grata al papa, non gli facesse 
offesa mortale.
Sicuramente che non dovette soddisfar molto questa ri-
sposta, ma Paolo V, non volendo esperimentarne la con-
clusione, si decise di metter fine a' litigi. Contarini era sta-
to richiamato, e fu mandato in sua vece Giovanni Moce-
nigo amico ai preti, grato alla Corte, e perci dal Sarpi 
chiamato papista. Scopo del Mocenigo si era di ottenere la 
tanto combattuta abazia della Vagandizza pel figliuolo di 
un suo amico, e perch ci conseguisse, sacrificare nel re-
sto le ragioni e il decoro del suo governo; ma in Venezia 
vi era chi conosceva i suoi disegni e sapeva attraversarli. 
Il Sarpi faceva di tutto perch l'accomodamento seguisse, 
a modo suo, cio onorevole a Venezia. Dopo proposte va-
rie, il papa si ridusse a questa: il Senato riconoscesse l'a-
bazia in commenda nel cardinal nipote, e questi paghereb-
be all'abate eletto dal Senato una pensione conveniente. 
Simonia per simonia. Ma il Senato non fu contento e con-
cord: restassero vive le ragioni dei monaci per lo avveni-
re, e per questa sol volta eleggerebbe egli l'abate com-
mendatario, e questi pagasse al Borghese una pensione vi-
talizia di 5000 ducati. Cos, salvi i diritti degli uni e appa-
gata l'avarizia degli altri, fu eletto Matteo Priuli.
Per le altre differenze, il miglior mezzo di accomodarle 
fu quello di non parlarne. Cos per i buoni uffici del re di 
Francia si mitigarono di nuovo gli sdegni tra Venezia e 
Roma; e bench sorgessero in appresso altri dissapori, non 
furono di alcuna conseguenza. Paolo V, tutto intento a far 
denari e ad arricchire la sua famiglia, non pens pi al 
Sarpi; anzi col tempo riusc (cosa meravigliosa per un pa-
pa) a concepirne qualche buona opinione.
Prima di chiudere questo capo, voglio narrare un altro 
aneddoto a prova del modo con cui da alcuni si scrive la 
storia, e come finora fu scritta quella di Fr Paolo. User 
le parole di Voltaire che lo cita e confuta in una nota al ca-
po 174 del suo Saggio sui costumi e lo spirito delle nazio-
ni. Daniel (gesuita francese) racconta una particolarit 
che appare molto strana, ed  il solo che la racconta. Pre-
tende che Enrico IV, dopo avere riconciliato il papa colla 
repubblica di Venezia, guastasse egli stesso l'accomoda-
mento comunicando al nunzio a Parigi una lettera intra-
presa di un predicante di Ginevra, nella quale questo prete 
vantava che il doge di Venezia e molti senatori erano pro-
testanti in cuore, e non aspettavano se non se l'occasione 
favorevole di chiarirsi; che il padre Fulgenzio, servita, 
compagno ed amico del celebre Sarpi, si adoperava effi-
cacemente in questa vigna. Aggiunge che Enrico IV col 
mezzo del suo ambasciatore, fece vedere quella lettera al 
Senato, togliendovi solo il nome del doge. E dopo che 
Daniel ha riferito il tenore di quella lettera in cui non  pa-
rola di Fr Paolo, dice non pertanto che esso Fr Paolo fu 
citato e accusato nella copia di lettera mostrata al Senato. 
Non nomina il pastore calvinista che l'ha scritta, e si os-
servi ancora che ivi si trattava di gesuiti, i quali erano 
banditi dalla Repubblica. In ultimo Daniel usa di questo 
ripiego che imputa ad Enrico IV, come una prova dello ze-
lo di lui per la religione cattolica. Ma singolar zelo di En-
rico sarebbe stato cotesto di mettere la discordia nel Sena-
to, il migliore de' suoi amici, e mescolare la parte spregie-
vole dell'imbroglione e del delatore al personaggio glorio-
so del pacificatore. Pu essere che siavi stata una lettera, 
vera o supposta, di un ministro di Ginevra, che essa abbia 
prodotto alcuni piccioli intrighi indifferentissimi ai grandi 
oggetti della storia; ma  affatto incredibile che Enrico IV 
sia calato alla bassezza di cui Daniel gli fa onore. II quale 
aggiunge che chi ha relazione con eretici, o  della loro 
religione, ovvero nessuna ne ha. Riflessione odiosa anco 
contra Enrico IV che fra tutti i suoi contemporanei ebbe 
pi di ogni altro relazioni con riformati. Sarebbe da desi-
derarsi che il padre Daniel ci avesse ragguagliato della 
amministrazione di Enrico IV e del duca di Sully, anzich 
entrare in queste inezie che mostrano pi parzialit che 
giustizia, e rivelano sgraziatamente un autore pi gesuita 
che cittadino.
Nel recitato racconto di Daniel evvi un fondo di verit, 
ma talmente sfigurato che non serba pi effigie della ori-
ginaria sua forma. Ecco il fatto.
Pendenti le narrate controversie, Fr Paolo aveva scritto 
lettere a varii amici di Francia, tra i quali alcuni erano cal-
vinisti, e le lettere per mezzo dell'ambasciatore Foscarini 
furono ricapitate. Ma una di esse, per non so qual via, 
pervenne in mano del nunzio a Parigi Roberto Ubaldini 
che la mand a Roma, e da Roma a Venezia. Veramente 
non conteneva cosa alcuna d'importanza, ma vi erano al-
cuni tratti pungenti contro la Corte, e altri dove, facendo 
qualche biasimo al Collegio, lodava al confronto il Sena-
to; ma sarebbe stato nulla di nulla se altre passioni non 
avessero dato valore all'accusa. La lettera fu presentata 
quando appunto si trovava in Venezia l'ambasciatore di 
Olanda; e quella missione, maneggiata particolarmente da 
Fr Paolo e dallo scaduto Collegio, spiaceva singolarmen-
te agli Spagnuoli, ai pontificii, a Champigny, e a quelli tra 
i patrizi che consentivano con loro. N i membri che com-
ponevano il Collegio attuale erano tutti favorevoli al con-
sultore; il quale, sopraffatto da cos inopinata tempesta, 
non fu mai tanto vicino alla sua perdita, e forse anco sa-
rebbe seguita se altri innumerevoli, tra i primi dell'ordine 
patrizio, complicati nella stessa causa, non avessero esti-
mato loro interesse di sostenerlo. Perocch, non potendo 
convincerlo di eresia, volevano accusarlo di delitto di Sta-
to; ma non fondandosi l'accuse sopra alcun fatto certo, s 
solamente sopra induzioni e sospetti suggeriti da animosi-
t, si dilatava troppo, e complicava soverchio numero di 
persone potenti: il doge non ne era esente. Il Consiglio de' 
dieci si mise in mezzo, ritir la lettera, diede per forma un 
rimbrotto a Fr Paolo, e impose silenzio a tutti; e il frate, 
fatto pi cauto, d'allora in poi non scrisse pi di sua mano, 
se non raramente, a persone eterodosse. Il re Enrico di 
questo pettegolezzo fu al tutto ignaro, e Champigny, che 
per favorire il nunzio vi si era assai maneggiato, mand 
tosto dopo a fare le sue scuse al consultore per mezzo 
dell'ambasciatore di Olanda, e chiedendogli un abbocca-
mento per giustificarsi, che lo sdegnoso frate gli ricus.
...
.
...
CAPO DECIMONONO.
.
(1609). Durante quei dissapori con Venezia, un caso pi 
importante angustiava la Santa Sede, del quale parler, 
perch ha qualche relazione colla vita del Sarpi.
Roma non aveva mai perduto di vista il possesso 
dell'Inghilterra, regno una volta a lei s fruttifero, e separa-
tosi, come  noto, per sconcia cagione di amori, per opera 
di Arrigo VIII, e compiuta la Riforma da suo figlio Eduar-
do VI. Sorelle di Eduardo furono Maria ed Elisabetta, 
quella nata da Caterina di Aragona, e perci propensa a' 
cattolici, questa da Anna Bolena, seguace de' riformati, e 
gli successero l'una dopo l'altra sul trono. Maria ripristin 
il culto di Roma, Elisabetta di nuovo lo abol, e Giacomo 
Stuardo suo successore volle tenere una via di mezzo; ma 
i cattolici, delusi nelle concette speranze, rimestarono e 
fecero congiure, tra le quali famosa fu quella delle polveri 
per far balzare in aria il re e il parlamento, e con un colpo 
solo sterminare innumerevoli che stimavano fautori di set-
ta contraria, La quale atrocit, in cui, come in altre, si me-
scolarono i gesuiti, rese odiatissimi i cattolici, abbench la 
parte pi sana di loro detestasse non meno dei riformati 
quella cospirazione orrenda. Cionondimeno il re, a miglior 
sua guarenzia (molto pi che Clemente VIII aveva istituita 
una congregazione di cardinali per dirigere gli affari 
dell'Inghilterra, per il ch poteva giudicare che quelle 
congiure prendessero le prime mosse da Roma), obblig i 
seguaci della fede romana ad un giuramento che  il fac 
simile di quelli che oggi si fanno dare tutti i principi dai 
loro sudditi. Cio, che sono principi legittimi, che il papa 
non ha alcuna ingerenza nei loro Stati, che non pu sco-
municarli o deporli o svincolare i sudditi dal giuramento, 
e che i sudditi riveleranno ogni congiura o cospirazione 
contra lo Stato. Paolo V pretese che quel giuramento era 
contrario alla fede cattolica e in perdizione delle anime; e 
a' 21 settembre 1606, durando ancora l'interdetto di Vene-
zia, scrisse a' cattolici d'Inghilterra un Breve acciocch 
non l'osservassero.
Ma quel Breve parve cos strano al pi dei cattolici i-
stessi, che per onore del papa lo credettero suppositizio, e 
indotti dalle esortazioni e dai maneggi di Giorgio Bla-
ckwell, nominato dalla corte di Roma, con facolt estesis-
sime, arciprete di tutto il clero cattolico d'Inghilterra e 
Scozia, quasi tutti prestarono il giuramento. Offeso il pa-
pa, l'anno appresso, a' 22 settembre, sped un altro Breve 
nel quale confermava il primo, e insisteva sulla non osser-
vanza del giuramento; e il cardinal Bellarmino, che aveva 
conosciuto l'arciprete, gli scrisse pure una lettera a' 28 del-
lo stesso mese ed anno, esortandolo a ravvedersi se non 
voleva essere dannato. Non perci l'arciprete si smosse, 
che anzi, a dispetto delle persecuzioni suscitategli da al-
cuni fanatici, persever nel suo proponimento, e coi con-
sigli e coll'opera indusse anco gli altri ecclesiastici ad imi-
tarlo; e rispose al cardinale che le pretese del papa e i suoi 
consigli non altro valevano che a ruinare quel residuo di 
cattolicismo che ancora sopravanzava in Inghilterra.
Il re Giacomo I, che aveva fama di bell'ingegno e di 
dotto teologo (cattivo pregio per un re), seguendo lo spiri-
to controversista del secolo, si credette in debito, trattan-
dosi di un affare di coscienza, di difendersi per un libro 
latino intitolato: Triplice cuneo per un triplice nodo, ossia 
Apologia del giuramento di fedelt contra i due brevi di 
Paolo V e la lettera del cardinal Bellarmino, pubblicato 
senza nome di autore colla data del 1607. Il Bellarmino, 
antesignano delle enormit papali, attacc il libro sotto il 
consueto suo pseudonimo di Matteo Torti. Il re ne pubbli-
c allora (nel 1609) una seconda edizione, dichiarandose-
ne l'autore, e aggiungendovi un'Ammonizione ai principi 
cristiani; in cui gl'invitava a mettersi in guardia contro un 
nemico comune, che l'uno dopo l'altro tutti assaliva, e l'in-
tento di cui era di assoggettarsi i popoli. Questo modo di 
guerra non soddisfaceva a Fr Paolo, il quale avrebbe de-
siderato una risposta, come e' dice, un po' pi regia: Che 
infelicit, sclamava, possiede il secolo presente! A me pa-
re un tempo di peste, che ogni male degenera in essa. Cos 
adesso ogni controversia  di religione. Possibile che non 
vi sia altra occasione di far guerra? E dicendo che nella 
commedia  applaudito quello che fa bene la parte sua, si 
meravigliava che il re, potendo difendersi colle armi, qua-
le a re si conveniva, logorasse il tempo a menar la penna, 
cui bisogna lasciare a chi non pu far meglio. Non  mio 
instituto di narrare il successo di questo libro, le confuta-
zioni e le difese che ne furono fatte, le traduzioni, le ri-
stampe, la voga che egli ebbe da una parte; dall'altra gli 
impegni del papa per farlo proibire, il dimenare dei gesuiti 
per arderne le copie, o confutarlo. Dir solo che il re Gia-
como, per tirare anco gli altri nella sua querela, ne mand 
un esemplare a tutti i principi amici, raccomandandolo 
con lettere espresse e facendo sentire l'ingiustizia del papa 
e le massime terribili ch'egli voleva instituire come artico-
li di fede. Ma il re di Francia lo diede al gesuita Coton per 
confutarlo, il duca di Toscana al suo confessore per abbru-
ciarlo, e il duca di Savoia, che voleva far la guerra co' sol-
dati e non con la penna, l'avrebbe accettato se era una 
cambiale, ma trattandosi di un libro di teologia lo ricus, 
il papa lo proib; e i Veneziani, fertili in ripieghi per gradi-
re al re e non disgustare il papa lo accettarono, e con un 
decreto onorevole il fecero chiudere, come dono prezioso, 
in una cassetta a chiave, sicch nessuno potesse leggerlo.
Ho recitate queste minuzie necessarie a far rilevare un 
errore di Gilberto Burnet; che nella vita di Bedello, par-
lando di Fr Paolo, dice che egli, durante l'interdetto, de-
sideroso di separare la Repubblica dalla Santa Sede, solle-
citasse il cavaliere Wotton a presentare il libro del re Gia-
como, sperando che avrebbe fatto colpo sull'anima de' se-
natori. Quel libro era in confutazione ai due Brevi del pa-
pa e alla lettera del Bellarmino; quest'ultima, come ab-
biamo veduto, portava la data 28 settembre 1607, cio gi 
sei mesi dopo conchiuso l'affare dell'interdetto. La prima 
edizione dell'Apologia, come che porti la data del 1607, 
non usc dalle stampe se non se nel 1608; e neppure fu 
questa che il re Giacomo fece presentare ai principi, ma, 
come ho detto, una seconda edizione del 1609, due anni 
dopo le controversie veneziane. Se il lettore ricorda le 
trattazioni che ebbe Fr Paolo con Wotton durante l'inter-
detto, vedr dond'ebbe origine il grosso equivoco di Gil-
berto Burnet.
Ecco poi quale giudizio ne porta Fr Paolo in una lette-
ra al Leschassier de' 23 gennaio 1610: Sarebbe stato bene 
che il re avesse trattato solamente ci che risguarda a' suoi 
diritti, e fossesi astenuto da materie teologiche, nelle qua-
li, volendo render ragione delle sue credenze; abbatte i 
fondamenti della fede, e fu cagione che sia andata fama 
che voglia al tutto pervertirla. Quanto alle cose nostre, so-
no da trattarsi diversamente. Noi non vogliamo mescolare 
il cielo colla terra, n le cose umane colle divine. I sacra-
menti, e tutto ci che a religione si appartiene, vogliamo 
che restino a suo luogo; bene crediamo di poter difendere 
il principato in quei diritti che li sono dalle Sacre Carte e 
dalla dottrina dei Padri acconsentiti.
Questo passo importante ci mostra che Fr Paolo nelle 
sue correlazioni coi riformati, era amico, come si suol di-
re, usque ad aram; cio che consentiva con loro in ci che 
riguarda una reazione politica e l'abbassamento della so-
perchia potenza papale, ma che non approvava le loro in-
novazioni dogmatiche.
Poich ho parlato di Burnet, raccoglier qui in un grup-
po alcune altre sue menzogne intorno al consultore, copia-
te ciecamente da Pietro Bayle, da Pier Francesco le Cou-
rayer e da altri, e maliziosamente credute da Bossuet e so-
zii. Dice adunque che Guglielmo Bedell apprendesse da 
Fr Paolo la lingua italiana, e a ricambio scrivesse per lui 
una grammatica della lingua inglese; che gli tradusse la 
liturgia della Chiesa anglicana, la quale al frate tanto piac-
que che disse volerla far adottare a Venezia; avergli detto 
ancora che ometteva molte parti della messa, e che usava 
la confessione per ritrarre i suoi penitenti dalle supersti-
zioni della Chiesa romana. Aggiunge che i forestieri, i 
quali visitavano Fr Paolo dopo le ricevute percosse, pri-
ma di essere ammessi, venivano frugati nei panni per ve-
dere se portavano arma nascosta, e che il solo Bedell era 
esente da s umiliante formalit; e che tornando in Inghil-
terra si condusse con seco Marco Antonio de Dominis, e 
port un esemplare dell'Istoria del Concilio Tridentino.
Burnet dice di aver udito queste e simili cose dallo stes-
so Bedell:  impossibile. Alcune sono falsit patenti, altre 
hanno un fondo di vero, ma Burnet o non ebbe buona 
memoria, o le alter a capriccio.
Sir Enrico Wotton fu ambasciatore del re Giacomo a 
Venezia dal 1604 fino a tutto il 1610, quando gli fu sosti-
tuito sir Dudley Charleton, Guglielmo Bedell, dopo ve-
scovo di Kilmore in Irlanda, era suo cappellano, uomo as-
sai dotto e pio, il quale strinse amicizia con Fr Paolo, a 
quel che sembra, non prima del 1607. Essendo ambo teo-
logi,  assai verisimile che i loro discorsi, specialmente 
dopo l'interdetto, si aggirassero su materie di erudizione 
ecclesiastica, della quale allora Fr Paolo principalmente 
si occupava.  credibile ancora che Fr Paolo si facesse 
tradurre la liturgia anglicana; ma non parmi che dovesse 
farne tanto le meraviglie, perocch quella liturgia, tranne 
che  in lingua inglese, non  in sostanza molto diversa 
dalla romana. Pu essere che ne abbia lodata la semplici-
t; ma il mettergli in bocca che la voleva far adottare per 
Venezia,  far poco onore meno alla sua ortodossia che al 
suo buon senso. Curioso di conoscer tutto, si fece tradurre 
dal boemo la confessione degli Hussiti, dal tedesco varii 
libri di protestanti, e s'ha perci da dire che voleva farli 
adottare a Venezia? Manco ancora poteva dire il Sarpi che 
ometteva tale o tal cosa dalla messa: la diceva ogni giorno 
in presenza de' frati e del popolo cattolico, e nessuno in 
tanti anni se ne avvide, e s che li teneva gli occhi addosso 
una razza di esploratori a tutt'altra portata che ad usargli 
indulgenza. Peggio ancora della confessione. Il padre 
Bergantini ha avuto la pazienza di rivoltare i registri pa-
triarcali dove stanno le licenze de' confessori, e non vi 
trov mai quella di Fr Paolo; il quale infatti non esercit 
quel ministero se non se ne' primi anni del suo sacerdozio. 
Pochi eziandio vorranno persuadersi che a uomo cos oc-
cupato avanzasse tempo per insegnare altrui la lingua ita-
liana, ch'egli stesso aveva studiato pi colla lettura che 
colla grammatica. E nemmeno saprei dire a qual uso ser-
vir dovesse quella grammatica della lingua inglese del 
cappellano Bedell, stantech il Sarpi (ce lo fa sapere lui 
medesimo) ignor sempre quella lingua, e dice che i libri 
se li faceva tradurre, e che trattando con persone inglesi 
ignare di altro idioma a lui noto, parlava per interprete. 
Tutto al pi pu essere che Fr Paolo si facesse dare un 
trattato della pronuncia, massime de' nomi propri; il che 
sembra apparire dalla Istoria del Tridentino, l dove par-
lando delle cose d'Inghilterra i nomi propri gli scrive sem-
pre al modo che si pronunciano e non secondo la barbara e 
irregolare ortografia di quella lingua. Mi induce altres a 
credere che da Bedell si facesse tradurre sunti o squarci di 
storie inglesi contemporanee agli affari del Concilio, da 
che molte notizie intorno all'Inghilterra non le pot avere 
d'altronde che dai libri inglesi non molto conosciuti di qua 
dal mare.
Dopo il successo ferimento non fu pi permesso ai fo-
restieri di visitare Fr Paolo, se non erano accompagnati 
da rispettabile e conosciuta persona. Bedell, come gi no-
to, non aveva bisogno di questo. Ma che quei forestieri 
fossero frugati, e che Fr Paolo avesse guardie alla sua 
cella, sono mere fantasie di Gilberto Burnet che ne aveva 
d'ingegnose e strane.
Egli  ben vero che Bedell port in Inghilterra varie 
scritture sarpiane, ma non l'Istoria del Tridentino, o il Di-
scorso sull'Inquisizione, e neppure che vi conducesse il de 
Dominis, il quale and in quell'isola sei anni dopo; l'Isto-
ria nel 1610, o non era incominciata o lo era appena, e il 
Discorso fu scritto nel 1615, cinque anni dopo la partenza 
di Bedell.  nemmanco da supporre che glieli mandasse 
dappoi, mentrech Fr Paolo medesimo ci fa sapere che di 
Bedell, dopo che lasci Venezia, non ebbe pi nuova. 
Donde quasi bisognerebbe conchiudere che la sua amici-
zia con lui non fosse cos intrinseca come Burnet ci vuole 
far credere, stante il costume del Sarpi di mantener sem-
pre qualche carteggio co' suoi amici lontani. Giovi per 
dire che lo stimava assai, e lo chiamava, a cagione del suo 
sapere, persona singolare. Ma non per questo s'ha a de-
durne, che da lui imparasse la teologia, come Burnet vor-
rebbe darci ad intendere.
Fra gli scritti sarpiani portati in Inghilterra da Bedell, 
avvene uno di cui colgo l'occasione di parlare, perch  tra 
gli smarriti del nostro autore. Il celebre Giacomo Augusto 
de Thou, autore di pregiata istoria del suo secolo, si era 
raccomandato all'ambasciatore Agostino Nani per ottener-
gli da Fr Paolo informazioni esatte su varie cose d'Italia e 
particolarmente di Roma e Venezia. Fr Paolo volle com-
piacerlo, ma le sue memorie prima di essere spedite, es-
sendo state mostrate al Collegio, furono per alcuni rispetti 
trattenute. Le quali, vedute poi da Bedell, ne volle copia, 
che il Sarpi concesse a patto che fosse in inglese e non in 
italiano, onde non compromettersi col governo. Intanto il 
de Thou, desideroso anch'egli di averle, ne fece scrivere 
ripetutamente a Fr Paolo; che fattogli sapere il caso oc-
corso, gli trasmise nel 1612 una lettera per Bedell affine 
che gliele comunicasse; aggiungendo, ignorare lui dove 
Bedell si trovava, ma che era facile esserne informato dal 
cavaliere Wotton, allora in Germania. Ma o non furono 
fatte le diligenze, o non si trov: fatto  che il de Thou non 
ebbe mai quelle memorie. Ecco quanto ho potuto racco-
gliere di vero intorno alle relazioni tra Fr Paolo e Bedell.
Molto pi di questo era amico a Fr Paolo Enrico Wot-
ton, uomo dotto, versato nelle scienze ed arti liberali, affe-
zionato alla Repubblica veneta, di moderati sentimenti, e 
cos nemico alle dispute di religione, che le chiamava 
scabbia della Chiesa e lo fece scrivere sul suo sepolcro. 
Dopo che lasci Venezia nel 1610 e pass ora in Germa-
nia, ora in Olanda, Fr Paolo mantenne ancora qualche 
corrispondenza epistolare con lui; il quale gli procur di 
Germania assai documenti e libri di controversia e di sto-
ria delle cose contemporanee o relative al concilio di 
Trento. Mandato nel 1617 con missione straordinaria a 
Torino, nel ritorno volle appositamente passare per Vene-
zia a rivedere i vecchi suoi amici e particolarmente Fr 
Paolo.
Gli scrittori veneziani trovano molto difficili queste a-
micizie con ambasciatori esteri e loro aderenti, e si fanno 
forti di una legge decemvirale del 1542 che proibiva, sotto 
severissime pene, a patrizi, segretari, consultori ed altre 
persone pubbliche di ritrovarsi con ambasciatori esteri o 
persone di loro servizio o confidenza. Ma  da sapersi che 
quella legge a' tempi di cui parliamo era poco osservata. 
Tutto al pi sussistevano questi rispetti verso gli amba-
sciatori spagnuoli; ma per gli altri, e particolarmente per 
quelli di Francia e d'Inghilterra non si faceva alcun caso, 
stante l'intrinseca amicizia che passava fra la Repubblica e 
quelle due potenze, e il genio benevolo de' loro inviati, 
segnatamente Urault de Maisse e Dufresne Canaye fran-
cesi, e Wotton inglese, i quali a Venezia portavano una 
sincera affezione, e si erano guadagnata l'amicizia de' 
principali. Onde anco il consultore teologo poteva senza 
pericolo o infrazione alle leggi conversare con loro. Forse 
quella tolleranza era un tratto di politica del governo per 
mostrare a quelle due potenze l'illimitata fiducia che po-
neva in loro; e alle altre l'intrinsichezza che passava tra 
quelle e la Repubblica. E si avverta ancora che Fr Paolo 
non corrispondeva di cose di Stato, n per lettere, n a vo-
ce con alcuno senza l'assentimento del Collegio. La citata 
legge fu poi tornata in vigore e fatta anco pi severa dopo 
la cospirazione del 1618, di cui parler al capo XXV.
A' 14 maggio 1610, Enrico IV re di Francia cadde as-
sassinato da Ravaillac, in conseguenza delle massime fa-
natiche di quel tempo; il qual caso riusc molto grave a 
Venezia, e in Fr Paolo promosse nuovo sdegno contro la 
Curia romana che avvalorava il regicidio, e contro i gesui-
ti che pubblicamente lo predicavano. Questa setta facino-
rosa spinse la sfrontatezza fino a pubblicarne l'apologia; 
imperocch in quell'anno medesimo il gesuita Eudemone 
stamp la difesa del suo correligionario Enrico Garnet 
complice nella congiura delle polveri; e il cardinal Bel-
larmino, pigliando a pretesto di confutare Guglielmo Bar-
clay, stamp il Trattato della potest del Papa, nel quale il 
regicidio  spacciato come una massima cattolica. Questo 
libro, uscito pochi mesi dopo l'assassinio di Enrico, fece 
dire al Sarpi: Io congetturo, non senza solidi fondamenti, 
che, udita la morte del re, sia stato preso il consiglio in 
Roma di far scrivere a bella posta questo libro, onde si 
appresenti qualche motivo a ricuperare la riputazione per-
duta.
Per la uccisione di Enrico svanirono i progetti di con-
quista della Francia, i timori delle due case austriache, e 
quel regno, abbandonato a debole governo, aveva pi bi-
sogno di essere lasciato stare che di molestare altrui. Ad 
Enrico era succeduto Luigi XIII suo figlio in et minore, 
sotto la tutela della regina Maria dei Medici; la quale, leg-
giera e vana e non idonea a reggere una generazione in-
quieta, aveva lasciato luogo a fazioni nella Corte di cui 
l'una parteggiava per Spagna e voleva pace, e l'altra tene-
va il contrario. E bench i gesuiti avessero fama di aver 
contribuito all'assassinio del re, colle loro arti potentissi-
me sullo spirito di donna superstiziosa e lusinghevole a-
vevano saputo talmente insinuarsi, che si erano quasi fatti 
necessari, e per loro la fazione Spagnuola si andava av-
vantaggiando.
La monarchia di Spagna, composta di popoli diversi e 
separati da idioma, instituzioni e costumi, con re molli e la 
somma delle cose abbandonata all'ambizione de' ministri, 
si aggirava in un circolo di viziosa politica, tendente a tut-
to invadere, a distruggere ogni libert, a stabilire il princi-
pio del potere assoluto e a farlo dominare all'ombra delle 
superstizioni religiose e della ignoranza. Le quali cose, 
essendo contrarie alle inclinazioni del secolo, ne derivava 
che la guerra, fortunata o infelice, era per quella monar-
chia sempre egualmente dannosa. Altro secreto verme lo 
rodeva: povert dell'erario, mala amministrazione, cattive 
leggi e saziet di popoli. Pure le giovava il prestigio della 
sua possanza e la debolezza quasi pari degli altri Stati, e 
soprattutto la vilt dei principi italiani, a cui ora si aggiun-
geva la bassezza non minore del regno di Francia. Eppure 
non pertanto temendo i cimenti armati, li evitava per s, li 
dissipava per gli altri, solo ristringendosi ad artifizi di una 
tortuosa diplomazia, a raggiri di Corte, ad astuzie o ma-
neggi di preti e frati. La Spagna, solita a coprire le sue 
ambizioni col velo della religione, aveva messo di moda 
questi strani diplomatici. Essendo i frati confessori dei 
principi e de' grandi, conscii di tutti gli arcani di Stato, se 
li comunicavano a vicenda di convento in convento per 
lettere o per messi, talch le cose dei religiosi erano diven-
tate i gabinetti dove si discutevano tutti li affari pubblici, e 
preti e frati galoppavano da una corte all'altra trattando 
guerre, paci, alleanze, matrimoni ed altri negozi di mo-
mento. Nelle quali cose eccedevano sopra gli altri i gesui-
ti, che, oltre all'essere nati nella Spagna, e l'essere stati 
spagnuoli i loro fondatori, ed esserlo tuttavia i pi nume-
rosi o i pi distinti loro membri, trovano nella condizione 
e nella politica di quello Stato un valevole appoggio alle 
loro ambizioni. Appieno conformi erano i concetti della 
Corte e della setta; allo stesso fine tendevano, e si servi-
vano degli stessi argomenti per coprirli. Intanto che l'una 
col pretesto della religione agognava il dominio materiale 
de' popoli, collo stesso pretesto intendevano gli altri a si-
gnoreggiare lo spirito e a stabilire una monarchia di nuovo 
genere, la quale ove avesse potuto prosperare avrebbe 
soggettato tutto l'Occidente alla teocrazia di una setta, e 
condotto il generale de' gesuiti a quella potest che si eb-
bero i papi nei secoli di mezzo, e abbassati i pontefici alla 
qualit di un loro subalterno. Ma come ai progressi della 
Spagna furono ostacolo perpetuo la Francia e i protestanti, 
cos questi lo erano del paro ai gesuiti; onde ecco i motivi 
della strettissima lega di questi con quella. E perch i ge-
suiti per lo spirito di corpo, pel genio operoso e intrigante, 
per l'educazione che davano ai giovani, e per la direzione 
che inspiravano alle coscienze, avevano mezzi potentissi-
mi onde propagare i loro principii, erano dalla Corte di 
Spagna considerati sommamente e favoriti, sicura di te-
nersi per loro il vantaggio nella politica europea. Il che fa-
ceva dire a Fr Paolo, che per abbattere l'influenza spa-
gnuola era necessario di bandire ovunque i gesuiti, e che 
lo Spagnuolo senza gesuiti era come la luttuga senza olio.
Ma poich la Repubblica aveva fissato per massima che 
a conservare la declinante libert dell'Italia, conveniva o-
stare ai disegni della Corte e dei ministri di Spagna, i par-
tigiani di questa, oltre ad averle giurato un odio di cui ve-
dremo altrove gli effetti, studiavano per ogni verso di av-
vilupparla in faccende che la distraessero.
Era fresca la rimembranza de' trascorsi dissidi tra Roma 
e Venezia; e bench il Senato inclinasse sempre pi alla 
concordia, e il papa, stanco di querele, amasse la quiete e 
intendesse i pensieri a dar stato e ricchezze alla sua casa, 
covavano tuttavia alcune secrete faville e le fomentavano i 
curiali e i gesuiti da una parte, e dall'altra non era senza 
colpa Fr Paolo e i suoi aderenti, sempre intesi ad offen-
dere le parti pi vitali della Corte pontificia; e si aggiunse-
ro fra mezzo i maligni uffizi di Alfonso della Queva, mar-
chese di Bedmar, ambasciatore a Venezia pel re di Spagna, 
venutovi sino dal 1607, dotto, scaltro, di finta religione, 
dissimulatore profondo e infensissimo alla Repubblica.
(1611). Con questi incentivi rinacque nel 1611 la conte-
sa di Ceneda, di cui ho memorato i principii al Capo VII. 
Leonardo Mocenigo, succeduto al suo cugino Marcanto-
nio, non assunse titolo di principe, ma quello neppure di 
conte, e semplicemente si fece chiamare vescovo di Cene-
da. Occulto artifizio, perocch il vescovo, come vescovo 
(cos allora) non essendo soggetto alla potest secolare; s 
solamente alla pontificia, poteva fare tutto che voleva sen-
za che il Senato vi s'intromettesse. Infatti pubblic nuovi 
statuti ne' quali, essendo omessi gli atti sovrani della Re-
pubblica, venivano implicitamente ad essere abrogati; e 
invece v'inchiuse atti di vescovi suoi predecessori, coi 
quali statuiva che nissuno n in prima istanza n in appel-
lo potesse ricorrere ad altri che al giudice ecclesiastico. E 
cos tornarono in campo le vecchie pretese, che Ceneda 
era feudo della Chiesa, e che non che i vescovi fossero di-
pendenti dalla Repubblica, era anzi la Repubblica vassalla 
dei vescovi. Il papa, come  naturale, si decise a favore del 
prete, e sostenne che Ceneda era sua.
Ci diede molto da fare al Sarpi, che a difesa dei diritti 
sovrani dovette rivangare quanti documenti e vecchie 
memorie pot raccogliere, e discutere quella materia con 
tutti i lumi che somministrava la storia; e sbrogliare le ra-
gioni e i fondamenti spesso contraddittorii del diritto ca-
nonico, feudale e municipale che nella confusione dei se-
coli passati troppo spesso si collidevano o s'intralciavano. 
Il trattato circa le ragioni di Ceneda che si legge a stampa 
non  che il primo abbozzo; ma tra le scritture inedite se 
ne hanno tre dove l'argomento  sviluppato in tutta la sua 
estensione: una sugli statuti di Ceneda pubblicati da Leo-
nardo Mocenigo; altra sul proclama di Giovanni Grimani 
vescovo di Ceneda nel 1541, abrogato dal Senato, e rin-
novato dal Mocenigo; una terza sulle pretese del papa che 
Ceneda fosse sua; e pi altre scritture e minute, s che tut-
te insieme riempiono un buon volume in foglio di perga-
mena. Non attedio il lettore a darne una analisi, perch 
oggetto a' d nostri di nessuno interesse. La cosa fin che 
persistendo la Repubblica validamente, il papa si ritir, 
con frasi equivoche, dalle sue pretensioni, e il vescovo 
dovette sottomettersi.
(1612). L'anno appresso si rinnovarono le liti di confine 
tra Veneti e Ferraresi, incominciate, sopite e non spente 
nel 1599.
Le alluvioni del Po, trascinando immense sabbie for-
mano banchi e isolette che per immemorabile consuetudi-
ne furono sempre riconosciute possesso della Repubblica, 
che poi le vendeva o affittava a pescatori. I Ferraresi, pre-
tendendo che appartenessero a loro, levarono i termini, 
stabilirono una gabella detto ancorario e obbligarono i 
sudditi veneti a pagarla. Il Senato mand il capitano del 
golfo con quattro galere, che scacci i gabellieri, atterr la 
gabella e restitu i termini di confine a' suoi luoghi; indi, 
siccome i navili pontificii negavano di sottostare ai tributi 
imposti da' Veneziani, ebbe ordine di staggire e mandare a 
Venezia quelli cui trovasse in grave flagrante, e rilasciare 
gli altri mediante qualche contribuzione. I tribunali ponti-
ficii di Ferrara e di Roma, colle consuete formole miste di 
spirituale e temporale, citarono il capitano e due altri uffi-
ciali della marina veneta a comparire; ma in modo cos 
equivoco, che Fr Paolo fu costretto a riderne. Concios-
siacosach invece d'indicare il nome e il grado e la patria e 
le altre specialit della persona, vi fu posto un N. N. con 
altri indizi che potevano essere applicati a mille, e in mille 
casi sempre significar niente quando alla Curia romana 
fosse giovato cos.
Nello stesso tempo i Ferraresi entrarono in su quel di 
Loredo veneziano, tagliarono boschi, s'impadronirono di 
pascoli, e piantarono capanne pretendendo ragioni sul ter-
ritorio. Il capitano del golfo mand soldati in quei boschi, 
in quei pascoli, ne scacci gli occupatori, ne arse i tuguri. 
I Ferraresi si armarono al ricupero e alla vendetta; il Sena-
to sped in sul luogo compagnie di cavalli e di pedoni, vi 
furono rapine e prigioni e danni da ambe le parti, finch i 
due governi, dopo pi di un anno di reciproche ingiurie, 
spedirono commissari ad un congresso nel villaggio delle 
Pappozze, dove le differenze furono composte.
Queste faccende continuarono le brighe a Fr Paolo, 
consultato ogni momento sui diritti della Repubblica e sui 
modi di sostenerli; alle quali si aggiunsero altre questioni 
idrografiche, perocch i Ferraresi pretendevano praticare 
un taglio nel Po pel quale andavano a toccare il territorio 
veneto, e i Bolognesi disegnavano congiungere al Po il 
Reno per un taglio che aggiungesse questo fiume col Pa-
naro, il che tornava in pregiudizio de' Veneziani. Contese 
poi di confini per possesso di acque o di pescagioni, per 
correrie degli uni sugli altri, rapine di bestiami, usurpa-
zione di pascoli o di boschi, e perci risse tra confinanti 
armati non ne mancarono mai per tutti gli anni dal 1610 al 
1617; e quando erano o Bergamaschi o Bresciani o Cre-
maschi o Veronesi coi loro vicini ducati di Milano o di 
Mantova, e quando i Vicentini o i Friulani o li Istriani col-
le borgate contermini dell'Austria o della Carinzia o della 
Croazia. Leggendo i quali piccioli fatti, cagionati da incer-
ti diritti feudali, da mal distinti confini, e le correrie e le 
prede e le rappresaglie, pare di leggere una storia di Tarta-
ri, Da essi pi che dalla descrizione delle battaglie si im-
para quali fossero le leggi e i costumi dei tempi.
La corte di Roma, sempre scaltrita a profittare delle co-
se minime, perocch sa che sono scala alle grandi, aveva 
tentato pi volte di padroneggiare i Greci sudditi veneti, il 
che l'avrebbe condotta ad ampliare la sua autorit sui cri-
stiani del Levante, fra i quali non  conosciuta o dubbia-
mente. Gi per intrighi orditi col governo di Napoli era 
riuscita ad obbligare i preti pugliesi di rito greco a farsi 
ordinare in Roma da un vescovo instituito dal papa, lad-
dove solevano prima recarsi a Venezia dove risiedeva pi 
libero altro vescovo del rito loro. Indi (nel 1612) conten-
dendo due Candiotti per causa matrimoniale, ed uno di lo-
ro, sostenuto dall'arcivescovo latino di Candia, avendo in-
terposto appello alla nunciatura di Venezia, parve al nun-
zio buona occasione da cogliersi onde pretendere al diritto 
di giudicare le cause de' Greci; ma trov un intoppo nel 
governo a cui ricorse l'avversario, difeso dai vescovi greci 
di Filadelfia e di Candia. Il consultore chiamato a discute-
re questa materia, la svilupp in varie scritture, di cui a 
stampa non si hanno che abozzi o squarci deformi, e che 
sarebbe a desiderarsi fossero pubblicate per intiero, con-
ciossiach contengano una molto erudita esposizione sto-
rica e parallela del jus greco e latino nella disciplina eccle-
siastica in genere, e nelle cause matrimoniali in particola-
re. I seguenti squarci, bench imperfetti varranno a darne 
un saggio.
Quando i cristiani occidentali ed orientali erano uniti 
in comunione, egli dice, tutta la Chiesa universale unifor-
memente sentiva che il principe fosse il primo dopo Iddio, 
principale nella Chiesa al quale per comandamento divino 
fossero tenuti di ubbidire non solo i secolari, ma ancora 
gli ecclesiastici, eziandio vescovi e patriarchi. Essi princi-
pi facevano leggi della disciplina ecclesiastica, le quali e-
rano ubbidite dai prelati e latini e greci senza nessuna con-
traddizione. Ad essi principi avevano ricorso i secolari ed 
i cherici quando erano gravati dai prelati, n in questo era 
mai posta alcuna difficolt. Successa la separazione della 
Chiesa occidentale e orientale, gli ecclesiastici latini entra-
rono in pretensione a poco a poco di essere esenti, e si an-
darono ritraendo dalla obbedienza de' principi. Ma i Greci 
perseverarono in questa parte nell'antica dottrina, ricono-
scendo i principi ed obbedendo alle leggi della disciplina 
ecclesiastica che alla giornata facevano, e ricorrendo a lo-
ro negli aggravi, il che hanno conservato fino con l'ultimo 
imperatore Costantino Paleologo; ed ancora dopo la cadu-
ta dell'Imperio fino al tempo presente, i cristiani di rito 
greco che hanno principe della loro medesima religione, 
lo tengono per superiore ugualmente agli ecclesiastici co-
me a' secolari, e ricevono legge da lui, e non pretendono 
esenzione alcuna, e fuori delle cose spettanti alla fede non 
fanno distinzione di cause spirituali e cause temporali, ma 
riconoscono il principe in tutte le cose, eziandio di quelle 
che toccan la disciplina ecclesiastica.
Sebbene la Chiesa latina ha tirato all'ecclesiastico tutte 
le cause matrimoniali con dire che sono spirituali, perch 
il matrimonio  sacramento, i Greci per hanno fatto di-
stinzione dal contratto alla benedizione sacerdotale, ed il 
contratto l'hanno avuto per cosa temporale.
Di qui  che quasi tutte le leggi del contratto matrimo-
niale che sono osservate dai Greci, sono state costituite 
dagli imperatori, e sono anco nel corpo delle leggi civili di 
Giustiniano imperatore in materia de' matrimoni, oggid 
osservate da' Greci.
Le leggi matrimoniali de' Greci sono in molti casi dif-
ferenti dalle latine, sicch sono appresso i Greci proibiti 
molti matrimoni appresso noi concessi, e molti dalle loro 
leggi concessi e da noi proibiti. Appresso loro  dannato il 
pigliare la quarta moglie. Il matrimonio fatto dalla figlia 
sotto i venticinque anni, che sia sotto la potest del padre, 
senza il di lui consenso, appresso loro  nullo. Qualsivo-
glia de' contraenti dopo consumato il matrimonio pu en-
trare nella religione, e l'altro che resta pu maritarsi. Ap-
presso noi sarebbe nullo, bench vi fosse il consenso di 
quello che vuole farsi religioso. Sono pi di venti casi si-
mili ove  notabile differenza, anzi contrariet.
Queste leggi matrimoniali dei Greci tanto differenti 
dalle nostre, nel tempo che la Chiesa greca e latina erano 
unite, sono state osservate dagli orientali, vedendo e sa-
pendo ci la Chiesa latina, e non perci dannandole, ma 
restando insieme in pace ed in carit cristiana. E di pi nel 
tempo del Concilio fiorentino del 1439, quando si tratt di 
riunire le Chiese de' Greci e de' Latini, fu proposto di con-
venire anco nelle cause matrimoniali, ed essendo a ci 
contraddetto da' Greci, finalmente fu risoluto dal papa Eu-
genio e dal Concilio di convenire nelle altre differenze 
senza fare nessuna menzione di questa.
Questa causa fu travagliata con molto ardore da ambe le 
parti, ma in onta agli impegni del nunzio e della Corte di 
Roma, il governo volle mantenere ai Greci la loro libert 
di culto, di che diede prova anco in un'altra circostanza.
Alcuni Greci, imprigionati per eresia dal sant'Offizio, 
erano riusciti a fuggire, a quel che pare, per connivenza od 
aiuto del governo medesimo o de' suoi magistrati. Gl'in-
quisitori ed il nunzio ne fecero scalpore, e chiedevano la 
restituzione de' fuggitivi e la prigionia di chi li aveva aiu-
tati a fuggire. Il governo, procedendo colla solita sua gra-
vit, interrog il consultore, il quale, come  da aspettarsi, 
opin che non si doveva fare n l'uno n l'altro. Ricord al 
Collegio un Breve di papa Pio V, ora santo, il quale di-
chiara scomunicato chi rompe i carceri del sant'Offizio o 
fa fuggire o tenta di fuggire; gravando il primo caso di le-
sa maest, degno di morte, di confisca de' beni, infami i 
discendenti suoi, incapaci di successione, di eredit, di 
donazione o legato od onore alcuno. Osserv quindi le e-
sorbitanze di esso Breve, e l'Inquisizione essere il mezzo 
con cui la Corte romana acquista autorit ed assoggetta 
alle sue leggi i popoli; e quanto sia necessario invigilarla e 
reprimerla e non menarle buono alcuna pretesa, e tenerla 
soggetta; perocch se adesso le si concede di agire contro 
gli autori della fuga, altra volta vorr agire contro il guar-
diano del carcere, poi contro il magistrato e finir col pa-
droneggiare ogni cosa.
I litigi colla Curia erano pressoch continui, instancabi-
le questa a farli scaturire l'uno dall'altro, e costante la Re-
pubblica a ribatterli. Fu di nuovo tirata in campo la gi 
mentovata bolla di Clemente VIII, sui cattolici che vanno 
in paesi di eretici, facendo rimprovero a' Veneziani che 
mercanteggiassero coi Turchi; a cui il Sarpi rispose ca-
vando fuori un elenco di Bolle papali che li licenziava a 
far mercanzia nei luoghi infedeli. Un eretico, come era Fr 
Paolo, avrebbe fatto meglio a ricorrere ai principii del di-
ritto politico, secondo i quali non tocca al pontefice a far 
leggi sulle relazioni e i commerci dei popoli; ma quella 
sua maniera di ragionare, mostra ch'egli, per sfuggire le 
complicate questioni, si serviva degli argomenti ad 
hominem quando potevano bastare al suo proposito, e in 
tal caso concedeva ai papi una molto maggiore autorit 
che non  consentita dai presenti giureconsulti.
Intanto che i curialisti tribolavano i Veneziani in un 
modo, questi li mortificavano in un altro, seguendo l'uso 
antico. L'Inquisizione aveva imprigionato un Castelvetro, 
nipote del famoso Lodovico Castelvetro. I Dieci, colto il 
pretesto di far cosa grata all'ambasciatore inglese, lo fece-
ro cavar di prigione senza dir nulla ai frati, e lo mandaro-
no via. Tanta paura incuteva questo tribunale, che neppure 
il nunzio ebbe coraggio di dirne una parola. Un teatino 
non volle assolvere un suo penitente, forse per qualche li-
bro cos detto proibito, i Dieci messero lui in penitenza: 
alcuni monaci di Padova, per motivi di feudo avevano 
stabilita una giurisdizione sui loro contadini, e il governo 
veneto gliela lev. Il vicario di Padova scomunic alcune 
monache per ragioni temporali; i Dieci lo bandirono: il 
papa impetr grazia, ma indarno; interess il duca di Mo-
dena, e fu lo stesso. Di tante offese e ripulse, ei si avvis 
di vendicarsene nella occorrenza di una promozione di 
cardinali, non comprendendo nessun veneziano: cosa, di-
ceva il Sarpi, per la quale merita di essere ringraziato.
I frati, per destare qualche reazione nel popolo, fecero 
ricorso alle solite frodi: subornarono alcune giovani pin-
zochere, che cominciarono a vantar estasi e rivelazioni e 
miracoli, e fino a sudar sangue pei peccati di questo mon-
do: gli sfaccendati furono in moto, increduli e divoti cor-
revano a vedere i portenti, la plebe ne parlava col solito 
stupore, e i gesuiti, che da lontano menavano quel nego-
zio, si compiacevano della riuscita; ma il doge fece chiu-
dere le santocce in un monastero, e scoperto l'artificio 
umano cessarono i prodigi.
In quest'anno medesimo apparve, colla data della Mi-
randola, un libretto col titolo: Squittinio della libert di 
Venezia, nel quale l'autore toglieva a provare, non sussi-
stere la libert originaria della Repubblica vantata dagli 
scrittori veneziani; ma che invece fu prima soggetta agli 
imperatori romani, poi ai re goti, poi agli augusti bizanti-
ni, e neppure fa al tutto indipendente dagli imperatori te-
deschi. Brevit di volume, scelta erudizione, molta pratica 
di storia e di giurisprudenza, assai fatti o punti di critica 
esposti e discussi con novit, diedero molta voga a 
quell'opuscolo, e fu letto avidamente. Per vero, stando alla 
massima del jus pubblico che il possesso di fatto negli uni 
e il consentimento negli altri costituiscono il diritto, poco 
doveva importare a Venezia lo Squittinio; e il ridestare 
que' rancidumi non era nell'autore che una pedanteria da 
leguleio. Ma la cosa non era cos. Prescindendo dall'orgo-
glio dei Veneziani che la loro Repubblica fosse nata libera, 
il che a stento si potrebbe difendere, in quella et si sup-
poneva che i diritti dell'imperio erano imprescrittibili, e 
che n forza di trattati, n longevit di tempo valevano ad 
estinguerli. Ci che, se fosse stato vero, quelli che allora si 
chiamavano imperatori romani, bench tedeschi, e spesse 
volte non avessero mai veduto Roma, avrebbero dovuto 
ampliare le loro pretensioni su tutti gli Stati dell'Europa; 
ovvero se questa imprescrittibilit di un diritto o di un 
possesso originario potesse mai aver forza, richieste a sin-
dacato le ragioni di tutti i monarchi, si troverebbe che 
neppur uno possiede legittimamente gli Stati che tiene. 
Eppure una cos assurda giurisprudenza pretendevano di 
mettere in voga alcuni pubblicisti alemanni, e i ministri 
spagnuoli per nuocere a Venezia, e molestarla tanto, sia 
pel suo dominio dell'Adriatico, come ancora per alcune 
sue terre del Friuli e della Dalmazia, altre volte appartenu-
te all'imperio o all'Ungheria. E infatti  opinione vulgata 
che quel libro fosse opera del marchese di Bedmar, di-
plomatico di squisita erudizione e di molta pratica nei go-
verni, e data in luce allora che vertiano differenze assai 
gravi della Repubblica coll'Austria e la Spagna, per cagio-
ne degli Uscocchi, per la navigazione dell'Adriatico, per le 
leghe di Venezia coi Grigioni ed Olandesi, pei soccorsi da 
lei prestati ora al duca di Mantova, ora a quel di Savoia, e 
per altre cose in cui ella avversava le mire delle due case 
austriache, a intendere le quali  necessaria qualche di-
gressione.
Venezia da tempi antichissimi si vantava sovrana 
dell'Adriatico. E veramente a chi considera la posizione 
sua, la distesa de' suoi possessi lungo il litorale, la necessi-
t che per difendersi aveva di dominare assolutamente 
quel mare, le spese enormi e le guerre che fece e che allo-
ra faceva per purgarlo da' pirati o tenerne lontano i Turchi, 
conviene confessare che la sua pretesa era ragionevole. 
Ma era nata e durava gi da pi anni una peste che intene-
brava l'Adriatico e ne interrompeva la sicurezza e il traffi-
co. Alcuni profughi, noti col nome di Uscocchi, pirati ar-
ditissimi e crudelissimi se mai ve ne furono, cacciati dai 
Turchi, si erano ricoverati in Segna, terra sull'Adriatico 
che apparteneva all'arciduca d'Austria, duca di Carinzia; e 
di l partendo, colle loro uccisioni e rapine travagliavano i 
naviganti. Da prima furono scopo de' loro risentimenti i 
soli Turchi; ma questi richiamandosi fieramente a Venezia, 
la Repubblica per tema di romperla con quel potente e pe-
ricoloso vicino, ordin a' suoi navili che facessero man 
bassa su quanti Uscocchi li capitavano; e li Uscocchi a 
vendetta assaltavano i carichi mercantili de' Veneziani, si 
buttavano sulle isole della Dalmazia e sulle terre dell'Istria 
che desolavano coi saccheggiamenti, colle uccisioni e col-
le fiamme. Il Senato se ne querelava coll'arciduca; ma un 
po' per mala volont di lui, un po' per l'avarizia de' com-
missari mandati sul luogo e de' governatori del paese che 
facevano a mezzo coi ladri, non si pot mai venire a con-
clusione, e intanto l'Adriatico diventava un paraggio infe-
sto ai cristiani e a' Turchi. Questi vennero all'armi; assalta-
rono l'Ungheria nel 1592: la guerra dur 14 anni con gra-
ve iattura dell'Austria che perdette parte di quel reame e il 
meglio della Croazia. Nel 1602 Giuseppe Rabatta, genti-
luomo d'integra fama, fu dall'arciduca mandato a Segna 
per metter ordine ai pirati. Fu giustamente severo; alcuni 
mand al patibolo, altri trasport in altri luoghi; ma egli fu 
assassinato per le brighe di quelli che nella rovina degli 
Uscocchi trovavano un fine alla loro ingordigia. Tornaro-
no da capo i ladri, e durarono le rapine fino al 1612, fin-
ch si cerc di metterci un nuovo riparo; ma cos debole 
che non ebbe alcun effetto. I Veneziani, temendo lo sde-
gno dei Turchi, ch erano corsi fin sul loro territorio ed 
arsero alcuni villaggi, fabbricarono la fortezza di Palma-
nova nel Friuli, e si diedero con pi calore che mai ad usa-
re la forza cogli Uscocchi; e non giovando coll'arciduca n 
le ragioni, n le minaccie, vennero a guerra che dur fino 
al 1617: e siccome per le brighe di Spagna i principi d'Ita-
lia avevano inibito alla Repubblica di assoldar uomini nei 
loro Stati, essa fu obbligata a rivolgersi ai Grigioni e agli 
Olandesi coi quali pattov amicizia e soccorsi reciproci.
Cagione della durezza dell'Austria, era la sovranit del 
golfo. Il ramo di questa casa, che regnava in Germania, vi 
pretendeva ragioni pel suo littorale dell'Istria e dell'Un-
gheria; e l'altro, che regnava in Spagna e possiedeva Sici-
lia, Napoli e Milano, vi pretendeva pel suo littorale di Pu-
glia. I monarchi di Madrid, stupidi, viziosi e divoti, qualit 
che vanno spesso congiunte, paghi delle adulazioni di una 
Corte tutta cerimoniosa, lasciavano il maneggio degli affa-
ri a' loro ministri, e i governatori che mandavano negli 
Stati d'Italia, vi venivano con autorit tanto assoluta quan-
to a pasci: i quali, ambiziosi ed avari, tormentavano li 
Stati vicini per soggettarli, e tiranneggiavano i popoli per 
arricchirsi. Uno dei loro orgogli era l'ingrandimento della 
monarchia spagnuola, il cui dominio avrebbono voluto e-
stendere per tutta la penisola. Ma li attraversava la costan-
te e scaltra politica della Repubblica, che, gelosa per s, 
andava ora scoperta-mente, ora sotto mano suscitando o-
stacoli a que' rapaci stranieri. Da qui un odio terribile con-
tro di lei, e quei satrapi non pretermisero occasione di 
nuocerle, fin anco a suscitarle contro i Turchi. Pi caldi, 
siccome pi a portata di offendere, si mostravano i gover-
natori di Milano e i vicer di Napoli, e questi ultimi, spe-
cialmente, assunsero l'aperta protezione degli Uscocchi.
Ad ogni querela del Senato, i ministri austriaci propo-
nevano per primo patto di accomodamento che potessero 
anco i legni armati d'Austria e Spagna entrare nel golfo. 
La Repubblica, intesa a difendere le sue ragioni coll'armi, 
non pretermise di sostentarle eziandio cogli scritti; e per 
servire di lume al governo e d'instruzione a' diplomatici, 
Fr Paolo stese, per ordine del Collegio, cinque scritture 
sul dominio del mare Adriatico, di cui tre sono a stampa e 
due inedite, e pi altri consulti, memorie e sunti che tutte 
insieme formarono un volume in foglio. Nel qual numero 
non  per da comprendersi un'operetta intorno al jus belli 
della Repubblica su esso Adriatico, che non  sua, n per 
lo stile, n per gli argomenti.
Altro lavoro relativo a questi negozi,  l'Istoria degli 
Uscocchi incominciata da Minuccio Minucci, arcivescovo 
di Zara e continuata dal Sarpi. Alle querele di fatto dei 
Veneti gli Austriaci opponevano l'incredulit o dubbiezza 
o scusa, o che fossero esagerazioni: Fr Paolo a queste di-
plomatiche scappatoie oppose il testimonio autentico della 
storia. Era uso di quei tempi di dare a' libri di scopo politi-
co un'aria misteriosa, facendoli girare scritti a penna, e la-
sciando che l'avidit de' librai ne facesse poi qualche fur-
tiva edizione. Questo metodo fu adoperato anco per la 
Storia degli Uscocchi. Alla parte dell'arcivescovo di Zara, 
il consultore fece un'aggiunta che  un terzo dell'opera; 
poi, tirando le faccende da lungo, vi attacc un supplimen-
to che conduce la narrazione fin quasi al termine che eb-
bero quegli infesti e crudelissimi pirati, di cui colgo occa-
sione per dirne l'indole e i costumi.
Fa maraviglia come un pugno d'uomini potesse appor-
tare un cos luogo travaglio, stantech gli Uscocchi non 
arrivassero mai a pi di sei o settecento atti all'armi, e 
computati i vecchi, i fanciulli e le donne, a 1000. Si divi-
devano in tre classi: casalini, cio nativi di Segna, e non 
passavano i 100; stipendiati, ed erano Croati, Morlacchi 
ed altri Slavi, naturali nemici dei Turchi e stipendiati 
dall'Austria per difendere Segna, ed erano 200 circa. Ma 
di stipendiati non avevano che il nome, stante-ch quasi 
mai toccavano paghe. La povert austriaca era tale che 
all'arciduca mancavano i denari per pagare un misero pre-
sidio di 200 uomini; onde quasi per necessit era costretto, 
con somma sua infamia, a lasciare che vivessero di ladre-
ria. La terza classe di Uscocchi erano i venturieri, scappati 
dalle galere di Venezia o di Napoli, o banditi dalle Puglie, 
dallo Stato romano e dal veneto, le peggiori schiume del 
mondo. Avevano capi che chiamavamo Vaivodi: non usa-
vano armi difensive, e per offesa un archibuso leggiero, 
una mannaia e alcuni anco uno stiletto. Uscivano in corsa 
tutti i tempi dell'anno, ma le pi grandi erano a Pasqua ed 
a Natale: usavano piccole barche contenenti 30 uomini, di 
rado 50; facevano le spese i capi, i soldati ricchi, le donne 
ricche, i preti e i frati, che tutti partecipavamo al bottino in 
ragione di posta. Ne andava parte anco alla Corte, ai cor-
tigiani, ai governatori di Segna, ai generali di Croazia, e 
avveniva pi volte che i pirati rubassero non per loro ma 
per gli altri: e spesso furono viste le gemme e i ricchi ad-
dobbi, predati a mercatanti, indosso a' primi ufficiali di 
Corte, s da restare incerto chi fosse il vero ladro. Com-
missari mandati a reprimere le loro rapine, andavano a 
Segna cenciosi e partivano con muli carichi d'oro. L'avari-
zia tedesca trovava nella ladronaia una inesausta miniera, 
e questo fu il precipuo fra gli ostacoli posti alla sua distru-
zione.
Come si narra dei Romani che rubarono le Sabine, cos 
i profughi di Segna, mancando di donne, le rapivano dalle 
vicine isole venete della Dalmazia: preferivano le fanciul-
le di buona famiglia per avere pretesti di chiederne la do-
te, e se, negata, altro pretesto di saccomanare le terne ai 
parenti. Trattate bene, tributate di gemme, di ricche vesti, 
della parte pi scelta del bottino, lasciate in ozio, colla so-
la cura di far figliuoli, si adattavano facilmente a quel ge-
nere di vita disoccupata, comoda e licenziosa; e quando 
erano impedite le corse, esse medesime stimolavano i ma-
riti a tratti di coraggio disperato, o li svillaneggiavano. La 
vita arrischiosa degli uomini che perivano in mare o nei 
combattimenti o sui patiboli, faceva s che restassero ve-
dove di frequente; quasi sempre si rimaritavano e talvolta 
da pi mariti eredavano immense ricchezze: la ferocia de' 
mariti si era insinuata anco nel dolce sesso, s che molte 
furono vedute lambire il sangue del misero Rabatta.
La crudelt degli uomini sorpassava il credibile: assas-
sinavano i loro nemici col massimo sangue freddo, e non 
di rado con tutti i raffinamenti della barbarie: li arrostiva-
no, ne mangiavano il cuore, ne bevevano il sangue, le te-
ste cruenti mettevano sulla tavola: i lamenti de' martirizza-
ti erano per loro delizia o musica.
Audacissimi sul mare, furono veduti spesse volte colle 
loro fragili barche sfidare le pi spaventose procelle, pas-
sare fra mezzo a scogli e sirti dove pareva che le onde do-
vessero sfrantumarli. Inseguivano con celerit i navili da 
carico, fuggivano con uguale celerit i navili armati; si 
rintanavano nelle pi meschine rade, si sperdevano in quel 
labirinto di scogli ond' irto il mare Li-burnico, spiavano 
la preda, schivavano i persecutori; e se necessit voleva, a 
disperdere ogni traccia del loro cammino affondavano su 
piaggia deserta le barche, si occultavano nei boschi o nelle 
caverne per poi ricomparire quando meno aspettati.
Ma il loro coraggio era brutale e usato piuttosto nei ri-
schi di mare e nel delitto che in generose pugne. Appena 
vedevano una squadriglia si davano alla fuga; posti a 
guardia di una terra, appena assaltata la cedevano. Di ci 
si possono addurre due cagioni: la prima, la debolezza 
delle loro armi, s che male potevano resistere a' soldati 
agguerriti e bene difesi; l'altra, la coscienza de' loro mi-
sfatti e la certezza, se andavano presi, di una morte infa-
me; il che li consigliava a procacciarsi pronta salvezza. 
Ma se accadeva che fossero stretti da ineluttabile necessi-
t, si battevano da disperati.
Di questa rozza gente fu per pi anni vescovo il celebre 
Marco Antonio de Dominis, che molto si adoper per trar-
li dalla vita selvaggia; ma gli altri preti e frati nutrivano 
pensieri diversi, perch sovvenendo le spese di armamen-
to e partecipando ai ladroneggi, trovavano una pi como-
da via di arricchire che non il meschino traffico delle mes-
se; ond' che anco agli Uscocchi non mancarono i teologi 
per giustificarli, e provare che erano i migliori cristiani del 
mondo, e che il santo padre era coscienziosamente obbli-
gato a proteggerli, siccome quelli che combattevano in di-
fesa della Bolla In cna Domini.
Tale  il popolo di cui Fr Paolo ci ha data la storia. Es-
sa pu dividersi in tre libri. Comprende il primo ci che fu 
scritto da Minuccio Minucci, arcivescovo di Zara, dall'o-
rigine degli Uscocchi fino all'anno 1602 dopo l'assassinio 
di Giuseppe Rabatta; il secondo e terzo sono del Sarpi: il 
secondo comprende l'aggiunta che fece al Minucci dal 
1602 sino al 1612; il terzo  il supplemento che tocca fino 
al 1616: con poche altre pagine avrebbe potuto l'autore 
compiere la sua narrazione. Tutta l'opera  scritta con in-
genua semplicit, ma nella parte dell'arcivescovo vi  mol-
to disordine, e a volta a volta si scorgono i pregiudizi del 
prete e dell'uomo di Curia: in quella del Sarpi si ravvisa 
invece l'uomo di Stato. Pure, presa insieme quell'Istoria,  
soverchiamente prolissa, e manca in parte d'interesse atti-
vo pei nostri tempi; il che  riconosciuto dallo stesso Sar-
pi, e ce ne d la ragione, dicendo di avere scritto non per i 
posteri ma per i presenti, e che ha dovuto necessariamente 
toccare assai minuzie, onde appieno informare chi legge e 
metterlo in istato di pronunciare sentenza. Infatti lo scopo 
dei due scrittori fu quello di presentare una esatta relazio-
ne delle rapine e violenze di quei pirati; delle tergiversa-
zioni della corte di Gratz che gli tutelava; della mala fede 
ed avarizia dei suoi ministri; dei danni che da ci deriva-
vano non solo al commercio dei Veneziani, ma eziandio a 
tutta la cristianit, stante le minaccie dei Turchi e il peri-
colo delle loro conquiste originate da una lunga guerra, di 
cui gli Uscocchi furono la prima causa; e infine il pregiu-
dizio che ne toccava alla morale e alla religione, stantech 
Segna e i contorni erano diventati il nido di un abbomine-
vole libertinaggio e di crudelt mostruose, e che la barba-
rie degli Uscocchi, e l'avarizia di mercanti pugliesi aveva-
no ripristinato sul lido dell'Adriatico l'atroce traffico degli 
schiavi, detestato dalla Chiesa: di quinci il lettore poteva 
inferire quanto giustamente la Repubblica domandasse la 
distruzione di quel covile infame, e quanto ingiusti e peri-
colosi i pretesti degli Austriaci per opporsi.
Malgrado i notati difetti  l'istoria abbastanza curiosa 
per eccitare vaghezza di leggerla: se stancano alcune lun-
gherie, come pensano diversi tratti singolari di barbaro e-
roismo: e forse pi di un lettore leggendo degli Uscocchi 
innalzer il pensiero a considerare che forse tali erano i 
Romani o le citt greche de' secoli remoti; certo, se non 
avessero avuto un nemico cos irreconciliabile come Ve-
nezia, sarebbero divenuti una repubblica di formidabili 
pirati; e se avessero avuto migliori leggi, o il tempo di co-
noscerne il bisogno e il pregio, una potente e gloriosa re-
pubblica.
Nessun governo era cos metodico e grave come quello 
di Venezia. Volendo che ogni suo atto apparisse fondato 
sulle regole della giustizia, non imprendeva cosa di mo-
mento senza udir prima il parere de' suoi consultori: otti-
mo divisamento per persuadere la moltitudine, la quale, 
bench composta di nobili, si pu supporre senza ingiuria 
che molti per intelligenza non fossero gran che superiori 
alla plebe. Del resto ciascuno ha i suoi pregiudizi, e felice 
quel governo che sa bene guidarli. Cos volendosi far lega 
con Grigioni ed Olandesi protestanti, ad appagare la co-
scienza dei deboli, il Collegio propose al consultore Fr 
Paolo la questione se era lecito a principe cattolico di col-
legarsi con eretici. Il lettore s'immagina gi la risposta, e 
che fra le altre prove non ha dimenticato l'esempio di mol-
ti pontefici, e in particolare di Giulio II e di Paolo IV che 
si allearono coi Turchi per combattere i cristiani.
Alla materia degli Uscocchi fu aggiunta dall'Austria 
quella del patriarca di Aquilea. Il territorio di questa citt, 
di cui pi non esistono che poche rovine, apparteneva 
feudalmente al patriarca, sovranamente alla Repubblica 
dopo che si ebbe conquistato il Friuli, e l'imperio vi van-
tava i suoi diritti in alto dominio. Siccome la giurisdizione 
spirituale del patriarca si estendeva anco sugli Stati dei 
duchi d'Austria e di Carinzia, cos in varii tempi furono 
stabiliti regolamenti dai due governi per la nomina del 
prelato, e convennero, al dire degli Austriaci, che sarebbe 
eletto una volta dall'uno e una volta dall'altro. Ma il patri-
arca veneto o che da s il facesse, o per intendimento col 
Senato, a deludere l'accordo si elesse un coadiutore con 
facolt di succedergli, e questo un altro, e cos via via, di 
forma che i sovrani austriaci non fecero mai alcuna nomi-
na: e' se ne dolsero, insorsero a pi riprese, vietarono ai 
loro sudditi di ubbidire al patriarca, e ricorsero alla Santa 
Sede per una separazione della diocesi. Tuttavia Venezia 
seppe trovar sempre qualche palliativo, e la questione 
dormiva gi da 60 anni, quando fu rinfrescata in questa 
circostanza a fine di movere pi ampie difficolt alla Re-
pubblica e obbligarla a calare per la libera navigazione 
dell'Adriatico. La Repubblica incaric il suo consultore di 
assumerne la difesa; il quale trasse fuori quanti documen-
ti, istorie e allegati pot dissotterrare dagli archivi, s che 
le sue scritture tra consulti e minute su questo proposito, 
compiono anch'esse un tomo di manoscritto. Pure la con-
troversia non ebbe fine se non se nel 1749, quando l'impe-
ratrice Maria Teresa, non volendo che i suoi sudditi di-
pendessero per l'ecclesiastico da un vescovo forestiero, 
ottenne da Benedetto XIV che il patriarcato fosse diviso di 
due sedi, e furono l'arcivescovo d'Udine e quello di Gori-
zia.
Le narrate contenzioni, che fruttarono una guerra con 
l'Austria e un'altra con la Spagna per sostenere il duca di 
Savoia, furono terminate pel trattato di Madrid nel 1617. 
E per tornare allo Squittinio, non irragionevolmente la 
Repubblica se ne adombr, e sospett che vi si nascondes-
se sotto tutt'altro che lo scopo di scrivere un libro. Per la 
qual cosa intanto che il popolo inveiva nelle sue canzoni 
contro l'autore dello Squittinio, il governo commetteva al 
Sarpi di esaminarlo e di confutarlo. Ed egli a questo fine 
imprese uno studio particolare delle cronache di Andrea 
Dandolo, il pi antico ed anco diligente ricoglitore di 
memorie patrie; ma o che trovasse la confutazione diffici-
le e solo atta a mettere in disputa ci che la ragione e il 
consenso universale aveva per rato e valido, o che fosse 
distratto da altre occupazioni, certo  che su questo propo-
sito non fece che raccoglier materiali e stendere alcune 
bozze assai imperfette.
Trovo scritto e ripetuto in pi libri che il marchese di 
Fontenay Marevil, andando ambasciatore di Francia a 
Roma, e passando per Venezia, si trattenne con Fr Paolo, 
dal quale seppe che lo Squittinio era una vendetta della 
Curia di Roma contro la Repubblica; e che avendo egli 
commissione di confutarlo, disse al Collegio, non esser 
bene toccar quella materia; e che invece presentando la 
sua Istoria del Concilio Tridentino, soggiunse: si pubblichi 
questa e la Corte di Roma avr a pensare piuttosto a di-
fendere s che ad attaccare gli altri. A cui il Fontenay ri-
spose: Padre, ci si chiama dare una stoccata per uno 
schiaffo. Se  vero che il marchese abbia inserito questo 
racconto nelle sue Memorie, niente altro significherebbe 
se non che anco gli ambasciatori scrivono delle bugie. 
Fontenay and a Roma solamente nel 1641, e prima di 
quell'epoca non aveva veduta l'Italia. Fr Paolo era gi 
morto da diciannove anni.
In mezzo a tanti lavori il consultore godette sempre, 
all'avvenante della sua gracile complessione, di una buona 
salute, quando nel luglio del 1612, sessantesimoprimo del-
la sua et, trovandosi a grave consulta in casa del cavalie-
re Servilio Treo, altro consultore di Stato, fu sorpreso da 
febbre, che, procedendo gagliardemente accompagnata da 
somma nausea di ogni cibo e bevanda, lo condusse quasi a 
fin di vita. Egli che desiderava di morire naturalmente, 
non avrebbe voluto medici; ma il governo gliene mand 
buon numero, tra i quali il suo amico Sartorio, onde il 
Sarpi scherzando disse: Questo ho io avanzato, che mi 
conviene ad altri pi creder di me, che a me medesimo. 
Aggravandosi il male, Sartorio lo lasci sfidato; e il gior-
no dopo andatolo a trovare, il Sarpi cominci a burlarsi di 
lui, n voleva che gli toccasse il polso, dicendo: Mi avete 
ieri cos perentoriamente sentenziato a morte, ed ora mi 
volete accarezzare? Il medico lo consigli a bere latte di 
asina, ed egli: Che bel consiglio da amico. Ora che ho 
sessant'anni volermi imparentare fratel di latte con un asi-
no! Infine dopo diciotto giorni torn a ricuperare la sua 
salute.
Saputa in Roma la grave infermit del consultore, fu fe-
sta in Curia e pareva gi di vedere la mano di Dio parata a 
percuotere la testa del grand'empio. Contavano ad ogni 
corriere di udir notizia della sua morte; il papa istesso non 
dissimulava la sua gioia, come se ai papi e ai loro corti-
giani abbia san Pietro concesso il privilegio di non morir 
mai; o che la specie del morire, o una vita pi lunga o pi 
breve siano argomenti di virt o di vizio. I fanatici hanno 
di strani pregiudizi per la testa, e non  il meno pernicioso 
il credere che Dio provi in s le passioni medesime di lo-
ro. Mortificati dalla fortuna rispetto a Fr Paolo, si confor-
tarono per la morte del doge Leonardo Donato; colpito da 
apoplessia la mattina del 16 luglio, intanto che tornava dal 
Collegio, rese lo spirito in et grave di 77 anni. Uomo pio, 
egregio, di bella fama, di molta consumatezza negli affari, 
lasci dolore nel Sarpi che in lui perdeva un amico, lutto 
in Venezia, gioia in Roma. I gesuiti attribuirono quella 
morte a giudizio di Dio, quasi gran miracolo in uomo ot-
tuagenario. Se ne allegrano, scriveva Fr Paolo, ma in-
darno. Vedranno a loro sconforto che non lui solo, ma la 
parte migliore dei patrizi conosce le arti gesuitiche. Finora 
hanno niente guadagnato, e niente guadagneranno per 
l'avvenire, spero. Al Donato successe nella dignit ducale 
Marc'Antonio Memmo.
CAPO VENTESIMO
(1609-15). Non  caso raro che una persona sia erudi-
tissima in un dato ramo dell'umano sapere, ma il Sarpi era 
in tanti cos profondo che non si saprebbe distinguere in 
quale fosse pi, in quale meno. A considerare i numerosi 
volumi che ancora rimangono, o stampati o inediti, scritti 
da lui su oggetti svariatissimi: materie feudali, beneficiali, 
di giurisdizione; controversie di confini; affitti, livelli, iu-
spatronati; cause singolari di laici ed ecclesiastici, foro 
misto; navigazione, commercio; arginatura di fiumi, tagli 
di bosco, diritti di pascolo, diritti e privilegi municipali; 
cause di confraternite, di monache, di gesuiti, di Greci, di 
Ebrei, di Turchi; materie politiche di ogni genere, leghe, 
transazioni, concordati; leggi, consuetudini o costumi di 
nazioni; insomma tutti i casi infiniti che potevano occorre-
re nell'amministrazione interiore ed esterna di una repub-
blica regolata da tante e cos varie leggi come era Venezia; 
e dove era necessaria una esatta cognizione dell'istoria, 
geografia e topografia; del diritto pubblico, civile, muni-
cipale, feudale e canonico; della scienza diplomatica, de' 
trattati generali e particolari; dell'agrimensura, dell'idrau-
lica e di altre scienze: a considerare, dico, tutte queste co-
se e quanto per ciascuna fosse necessario di rovistare ar-
chivi, svolger pergamene, confrontare, esaminare, conci-
liare, dedurre principii prima di scrivere quattro righe; bi-
sogna veramente rimanere attoniti non pure dell'attivit 
del Sarpi, ma eziandio della prodigiosa sua memoria e 
della lucidezza d'idee che cos raramente con questa facol-
t si accoppia.
Qualunque sia l'argomento da lui trattato, si osserva 
dappertutto una franchezza, una padronanza della materia, 
come se in quella sola avesse rivolti i suoi studi. La som-
ma facilit che aveva di colpire un oggetto sotto il suo ve-
ro punto di vista, di sottrarne gli accessorii, e di ridurlo ai 
termini pi semplici e meno controversi; e l'altra di vestire 
le sue idee con forme chiare, efficaci, concise, era cagione 
che quello che altri non avrebbe spiegato in un grosso vo-
lume, egli il faceva in poche pagine, e con maggiore effet-
to e pi soddisfazione, perch la brevit dello scritto lascia 
pi impresso nella mente il valore delle prove.
E siccome il governo veneto era, di quanti se ne cono-
scevano allora, quello che nella sua amministrazione pro-
cedeva con miglior ordine, non  pi meraviglia se faceva 
cos gran conto del Sarpi. Tutto era metodico in quella 
Repubblica; tutto si scriveva, persino le cose pi indiffe-
renti, tutto si leggeva, tutto si conservava; e la maggior 
parte di quelle scritture, andando a far capo nel Collegio 
che a leggerle e a discussarle si adunava ogni mattina, 
brevit e chiarezza erano qualit indispensabili.
Quando al Sarpi veniva proposta una questione, egli 
sbozzava sulla carta l'argomento; il quale, ove contenesse 
pi parti, le astraeva, ed opponeva a ciascuna in ischizzo 
le obbiezioni e le risposte: indi esaminava la materia pi 
maturamente e la sviluppava, corredandola dei fatti neces-
sari e con ragioni decisive. Nello stile nessuna eleganza: 
non proemi, non esorazioni, niente insomma ad ornamen-
to o facondia, ma ordine, chiarezza e forza congiunta alla 
pi severa economia di parole. Erudizione, quanto appena 
 necessaria; non questioni subalterne, non prove super-
flue; e cos poco ricercato nella dicitura, che quantunque 
volte gli occorresse di esprimere la stessa cosa, lo faceva 
colle parole e frasi gi usate: il che proveniva dall'arte di 
saper vestire nella sua mente il pensiero di que' concetti 
che sono pi acconci a presentarlo altrui nel suo miglior 
lume, e que' concetti gli restavano talmente impressi, che 
dovendo tornare sull'idea medesima, la produceva come 
gi per innanzi. A lui pareva che la ricercatezza de' voca-
boli e le circonlocuzioni, che si usano a togliere le ripeti-
zioni, se convengono a' retori, male si addicono al filosofo 
che deve mirare non agli abbellimenti, ma alla sostanza.
Per quanto sieno brevi le sue scritture e lascino un 
campo vasto alle riflessioni del lettore, ch'egli ha l'artifizio 
di saper promovere( ), elle sono sufficienti e convincono. 
La sua logica  viva e stringente; e i suoi teoremi, fondati 
su fatti o principii che non ammettono eccezione, appari-
scono cos chiari che si dimostrano da s. Richiama tutti i 
punti storici che sono essenziali, fissa l'attenzione del let-
tore al principale della questione, e per conseguenze sem-
plici lo trae a conclusioni cos naturali e geometriche che 
non lasciano pi luogo a dubbi. Ora i primi ordini del go-
verno veneto, come il Collegio, il Senato, il Consiglio dei 
dieci, a' quali andavano a far capo tutti gli affari della re-
pubblica e che avevano cos poco tempo da perdere, do-
vevano sommamente pregiare un consultore enciclopedi-
co, che sparmiando loro tedio e fatica, con una scrittura 
che si leggeva in un'ora e non di rado in pochi minuti sod-
disfaceva a tutte le loro domande, prevenire tutte le loro 
obbiezioni, presentandoli sott'occhio un allegato compen-
dioso di tutti i documenti che occorrevano al proposito, e 
per lo pi da loro ignorati, li metteva a filo di giudicare 
sanamente e con sicurezza degli oggetti in causa. Non 
dunque prevenzione o fanatismo, ma calcolate misure di 
vero interesse rendevano caro ai Veneziani un uomo, l'o-
perosit e il sapere di cui tornavano cos utili alla spedi-
zione degli affari.
Un altro punto importante erano le pressoch continue 
controversie colla Santa Sede, ond'era necessario di avere 
un consultore teologo e canonista di specchiata religione, 
s che godesse la fiducia pubblica, ma in pari tempo indi-
pendente abbastanza da non lasciarsi corrompere dalle lu-
singhe curiali. E in ci Fr Paolo non badava in viso ad 
alcuno, e malgrado l'estimazione generale non manc di 
farsi anco in Venezia, se non nemici, almeno avversi varii 
patrizi e cittadini che in materie beneficiali non erano stati 
da lui favoriti. Su di che era cos inflessibile, che il cardi-
nale Priuli, figliuolo del doge, avendo ricevuto un benefi-
cio ecclesiastico conferitogli dal papa, il che alcuni ritene-
vano vietato dalle leggi della Repubblica, interrogato del 
suo parere Fr Paolo, bench sembri lasciare la questione 
indecisa fondandosi su certe ambiguit della legge, lascia 
per abbastanza travedere la sua opinione contraria.
Fu sempre costume della Repubblica nelle gravi que-
stioni di Stato di consultarsi con giureconsulti, a' quali, es-
sendo per lo pi temporanei e chiamati ad occasione, era 
impedito l'ingresso ne' segreti archivi, e ricevevano i ma-
teriati dai segretari, onde era impossibile che fossero a 
pieno informati delle ragioni pubbliche come uno che a-
vesse il carico espresso di studiarle: molto pi in quei 
tempi che il bisogno era continuo, stante i continui contra-
sti che, o per ragione di feudi, o per giurisdizione di con-
fine, o per la navigazione dell'Adriatico, insurgevano ad 
ogni momento coll'Austria, collo Stato Ecclesiastico e con 
quello di Milano, coi quali la Repubblica non aveva fron-
tiere abbastanza determinate: e pi ancora per gl'incessanti 
attentati dei cherici sul temporale. E per si riconobbe 
quanta utilit ne derivasse allo Stato di avere affidato ad 
un uomo come era il Sarpi l'ufficio di consultore, per cui 
anco dopo la sua morte continuarono a stipendiarne due, 
l'uno pel diritto pubblico, l'altro pel canonico. Ma il Sarpi 
giov ancora per un altro immenso lavoro, perocch le 
scritture negli archivi giacevano senza ordine o disperse 
qua e l, s che era difficile trovare ci che faceva biso-
gno; ed egli invece le raccolse in ordinate rubriche, se-
condo le materie, con indici o sommari che le indicassero 
a prima vista; le quali, disposte convenevolmente in appo-
siti scaffali, i futuri consultori potevano per questa labo-
riosa ed utile fatica essere guidati quasi per mano a trova-
re l'occorrente proprio.
Ed  forse per consiglio di esso Fr Paolo che il Senato 
fece copiare tutto quell'immenso materiale istorico e di-
plomatico, e deporre in locali diversi li originali e le co-
pie, onde prevenire, come era accaduto altre volte, i casi 
d'incendio che distrussero buona parte dell'archivio. Ma 
con duplicate separate a questo modo, distrutti gli uni, re-
stavano gli altri: costume che fu sempre seguitato dappoi.
Malgrado una salute cagionevole, questo frate era cos 
infaticabile che, quando fu fatto consultore, tre altri giure-
consulti godevano gli stessi stipendi; e morti coloro, un 
solo dal governo ne fu sostituito, il cavaliere Servilio Tre-
o; e morto anco questo, trov che a tutti poteva bastare il 
solo Sarpi, comech allora pendesse verso gli ultimi della 
sua vita, essendo gi presso agli anni 70. Per verit 
quest'uomo straordinario aveva in ogni occasione mostra-
to un cos affettuoso interessamento pel bene della sua pa-
tria che pochi gli andarono del pari, nessuno lo super. 
Egli ha merito tra i pi illustri Veneziani che sacrificarono 
tutto il loro uomo al vantaggio della patria. E quantunque 
le repubbliche abbiano fama (bench forse non giusta) di 
essere ingrate, e Venezia lo sia stato pi di una volta, per 
rispetto a Fr Paolo non lo fu mai. In vita, tranne le ric-
chezze che ricus sempre, tutto gli concesse; e dopo mor-
to fu s gelosa della gloria del suo consultore, che non 
permise mai che circolasse ne' suoi dominii libro alcuno 
contenente la pi lieve detrazione al suo nome. La pru-
denza de' suoi consigli provata da tanti felici successi, la 
sua consumatezza negli affari, un illimitato disinteresse, 
un'assoluta indipendenza di riguardi, lo avevano fatto l'o-
racolo pubblico; n vi era cosa alcuna importante o di in-
terna o d'esteriore amministrazione nella quale non fosse 
consultato e uditone il parere. Le case dei grandi, quella 
stessa del doge erano aperte a lui, e pochi vi erano che non 
si facessero un orgoglio di poterlo onorare. Il Collegio lo 
chiamava spesso alle sue consulte, con lui si consigliava-
no i Decemviri e i capi delle Quaranzie, con lui corrispon-
devano privatamente e si consigliavano gli ambasciatori. 
Egli era, per cos dire, la mente dello Stato.
Pare incredibile come in una repubblica aristocratica, 
dove per la qualit de' suoi ordini l'individuo aveva cos 
poca influenza, e niente affatto un ecclesiastico, un frate, 
di origine plebea, abbia potuto ascender tanto, che, senza 
uscire dal suo chiostro, valesse a indirizzare per diciasset-
te anni le faccende principali di quella. Gli scrittori vene-
ziani, sinch fu viva la Repubblica, mossi da orgoglio ari-
stocratico o da prevenzioni, s'ingegnarono di negargli que-
sta prerogativa, deducendo dalle assai ristrette attribuzioni 
de' consultori, che era di rispondere a' quesiti che loro fa-
ceva il governo. Ma  un fatto costante che apparisce non 
pure dall'istoria, ma dagli scritti dettati da questo teologo 
politico. N il Sarpi era un consultore comune; ma stretto 
in intima amicizia coi maggiorenti, passando pi ore del 
giorno in colloquio con loro, ne udiva i pensieri, svelava i 
propri, si componevano i disegni, si dirigevano le opinio-
ni; ed egli prudente, avveduto, pratico, nella fiducia del 
governo e del popolo, se non dava il suo suffragio nei 
consessi, vi esercitava, il che pi vale, una influenza pre-
ponderante, continua. Ch l'esercizio del potere, dove l'au-
torit siede nelle moltitudini, non sta nel diritto, e direi 
quasi nella meccanica operazione di versare una palla 
nell'urna, ma nel saper dirigere le mani che devono versar-
le.
Come scrittore, se badiamo al materiale dei suoi scritti, 
debbe increscere a pi d'uno che molta parte di essi, ri-
sguardando ad interessi temporanei e locali, siano al pre-
sente di nessuna o quasi nessuna utilit; ma se pensiamo 
agli effetti durevoli che ne derivarono,  certo che pochi 
altri hanno giovato cotanto al ben essere umano e alla re-
ligione. Perch il lettore misuri l'immensa serie de' beni da 
lui prodotti, de' mali da lui distrutti, non ha che a richia-
marsi alla memoria le cose fin qui discorse. Fr Paolo non 
tramand ai posteri molti libri, ma molte verit; non tanto 
si occup a scriverle, ma a ridurle in costume. Nato in un 
secolo pieno di superstizioni e di abusi, che sotto il giogo 
di una mano di ferro avvilivano la specie umana, ebbe il 
coraggio di assaltarli di fronte, combatterli e vincerli, e 
preparare alle generazioni seguenti un beneficio infinito. 
Possono bene gli uomini di Curia sfogarsi contro la me-
moria di Fr Paolo, e gridarlo un empio. Giusto  il loro 
odio, perch ha offesi i loro pi cari interessi; e giusta  la 
nostra ammirazione per l'uomo che ha sgominata tanta 
mole di errori; ch la religione non si ammisura dall'utile 
che ne ricavano i suoi ministri, ma dalla somma de' beni 
che fa rifluire sulla societ e dal grado di giustizia e di 
prosperit pubblica di cui godono i popoli.
In onta alle distrazioni ingrate di Fr Paolo, fu ventura 
che la qualit delle sue ricerche lo portasse anco a dettar 
libri degni di essere tramandati ai posteri. Le controversie 
in materia beneficiaria durante gli anni 1609 e 1610 tra la 
Repubblica e la corte di Roma trassero il consultore ad 
uno studio profondo di questa imbrogliata materia, nella 
quale la Repubblica non aveva, come la Francia, una giu-
risprudenza nazionale, ma si regolava a seconda dei casi e 
per via di fatto. Il Sarpi avrebbe voluto trovare un princi-
pio di diritto, inviolabile, e dedotto dalla natura medesima 
delle cose: indagine assai pericolosa in tempo in cui la 
Corte di Roma faceva un delitto a chiunque si ardisse di 
penetrare gli arcani della sua potenza, e arrogava a s sola 
la facolt legislativa di tutto ci che ha relazione col clero.
Alcuni prima di Fr Paolo si erano arrischiati a com-
mettersi in quel caso informe di leggi arbitrarie, ma quegli 
autori, essendo francesi, si fermarono a casi particolari 
della loro nazione, senza curarsi di salire alla origine e de-
durne conseguenze di un uso pi generale. Ci si apparte-
neva ad una mente cos acuta come quella del Sarpi, il 
quale in un libro di piccola mole ha saputo raccogliere e 
ordinare con notabile chiarezza tutto che importa a sapersi 
de' beneficii ecclesiastici; e come nel descrivere i confini 
tra il sacerdozio e l'imperio, spian la via al Demarca, cos 
nel trattare la beneficiaria precedette il Tommasini.
Quando gli abusi sono stati sanciti dal tempo, gli uomi-
ni si avvezzano a rispettarli; e quantunque ne sentano 
gl'inconvenienti, per non infermare i loro pregiudizi si tor-
turano al fine di riferirli a cagioni men naturali, parendo 
loro impossibile che una legge tanto diuturna ed antica 
possa capire in s la minima imperfezione, e mollo pi 
l'errore si abbarbica se in lui vi ha parte quello a che il 
vulgo d nome di religione.
Questa verit si manifesta precipuamente nella materia 
dei beneficii ecclesiastici che fu per lunga et l'argomento 
della monarchia papale, e continua ad essere il pi saldo 
puntello della esistenza di lei e della indipendenza dei pre-
ti dal governo civile.
Avendo Ges Cristo predicato l'amore della povert e il 
disprezzo de' beni del mondo, e veggendo come i preti che 
si dicono suoi ministri, e i papi che si vantano suoi vicari, 
gi da pi di mille anni hanno inventate tante arti per far 
denaro, si direbbe che quanto Ges Cristo ha fatto per sta-
bilire una religione disinteressata e celeste, altrettanto i 
cherici si sono adoperati per distrugger quella, e sostituir-
ne una avarissima e degna del pi sottile finanziere. Nei 
grossi volumi che compongono il corpo del diritto canoni-
co, fra tanta farragine di canoni e decreti e costituzioni di 
papi, quanti ne furono promulgati dal secolo IX a questa 
parte, appena qualche arido cenno si riscontra che tocchi il 
perfezionamento morale dell'uomo, e tutto il resto non ri-
guarda che invenzioni per ingrandire il clero ed arricchir-
lo; talch si crederebbe che la religione dell'Evangelio sia 
da lungo tempo abbandonata al genio vile e rapace de' 
pubblicani.
Finch Ges Cristo visse, e' pratic la pi severa pover-
t; e l'amministrazione delle limosine, che egli e i suoi se-
guaci ricevevano dai fedeli, era commessa alle cure di 
Giuda. Gli apostoli, per attender meglio alla predicazione, 
crearono i diaconi a cui fidarono particolarmente il carico 
delle cose temporali della Chiesa: tutto il contrario, dice 
Fr Paolo, di quanto vediamo fare a' tempi nostri, quando 
al governo di queste attendono i principali prelati e l'inse-
gnare la parola di Dio  lasciato a frati e agli infimi preti. 
Per pi di quattro secoli i beni della Chiesa furono consi-
derati beni de' poveri; e i vescovi, preti e diaconi non ne 
erano che i tutori ed amministratori, e soltanto avevano 
diritto a ritrarre quanto fosse necessario al loro manteni-
mento. Ma verso il 470 fu introdotto nell'Occidente di far-
ne quattro parti, e dove per lo innanzi i poveri erano i pri-
mi, secondo la nuova pratica furono collocati gli ultimi; 
perch la prima parte era del vescovo, la seconda de' preti 
e diaconi ed altri ministri, e la terza per la fabbrica della 
Chiesa che comprendeva eziandio la casa del vescovo e 
de' cherici, e i ricoveri per le vedove e per gl'infermi.
Erano tuttora ignote le distinzioni tra l'ordine e l'ufficio, 
e la residenza e non residenza; ciascuno che veniva ordi-
nato prete incontrava l'obbligo di esercitare l'ufficio sacer-
dotale presso la chiesa che lo aveva ordinato; ma intorno 
al 600, per le guerre ed inondazioni dei Barbari, molti pre-
ti o vescovi, essendo scacciati dalle loro chiese, ricovera-
vano ad altre e per lo pi alle principali, quali erano quelle 
di Roma, di Ravenna e di Milano, dove coadiuvavano al 
servizio divino e da cui ricevevano il vitto; furono perci 
detti incardinati, cio attaccati a quella chiesa a differenza 
di quelli che vi erano ordinati: da qui il titolo, di episcopi 
cardinales e presbyteri cardinales. Tale, secondo Fr Pao-
lo, sarebbe l'origine de' cardinali, bench altri la deduce 
diversamente; ed io penso che a Roma e nelle altre due 
chiese sopraddette vi fosse differenza fra i preti o vescovi 
incardinati e i preti cardinali; i primi erano quelli che dice 
il Sarpi, ma gli altri erano i parrochi principali della citt, i 
quali componevano col vescovo il consiglio di ammini-
strazione spirituale della Chiesa. La chiesa, di Milano eb-
be i suoi cardinali che durarono fin verso il XII secolo, e 
ne sono tuttavia le reliquie i canonici mitrati di quella cat-
tedrale, detti dal volgo monsignori: i cardinali della chiesa 
di Ravenna esistevano ancora l'anno 1543, quando furono 
soppressi da una bolla di Paolo III. Quanto a' vescovi car-
dinali di Roma, ricordati la prima volta da Anastasio Bi-
bliotecario verso l'anno 769, sembra che fossero i primi e 
pi antichi vescovi della provincia romana, cio di Ostia, 
di Porto, di Selva Candida, ora Santa Ruffina; di Albano, 
della Sabina, di Tuscolo o Frascati e di Preneste o Pale-
strina. In origine i cardinali noti erano diversi n diversa-
mente vestivano degli altri vescovi o preti; ma nel 1059, 
per opera di Nicol II, fu rimessa in loro la elezione del 
pontefice che prima apparteneva a tutto il clero e al popo-
lo, il che fu principio alla grandezza dell'ordine loro; poi 
nel 1244 si ebbero da Innocenzo IV il cappello rosso: fin 
verso il 1300 i cardinali non erano superiori ai vescovi; 
anzi, dice Barbosa, che nessun vescovo voleva accettare il 
grado di cardinale prete, perch era stimato inferiore; ma 
dopo Clemente V e Giovanni XXII, non solo i cardinali 
preti, ma eziandio i cardinali diaconi furono posti innanzi 
a' vescovi. E siccome quand'erano in abiti sacri andavano 
confusi cogli altri prelati, affine che fossero per qualche 
segno distinti, Paolo II nel 1470 diede loro la berretta ros-
sa, usata solamente dal pontefice, e la mitra di seta; la qual 
concessione, essendo pei soli secolari, Gregorio XIV la 
estese anco ai regolari. Infine Urbano VIII nel 1630, vo-
lendo esaltare ancor pi quest'ordine, tratt di aggiunger-
gli qualche nuovo titolo; e dopo averne escogitati molti 
stava per chiamarli perfettissimi e vostra perfezione; ma 
alcuni vi osservarono una contraddizione forse troppo 
manifesta e un non so che di satirico, per cui fu decretato 
che si chiamerebbero eminentissimi ed eminenze: il che 
fece dire a monsignor Camus, vescovo di Bellay, che i 
cardinali avevano lasciato ai vescovi il titolo d'illustrissi-
mo e reverendissimo come regalano i propri camerieri dei 
loro vecchi abiti di pavonazzo e della biancheria sporca.
Nel 1277 non vi erano che sette cardinali, venti se ne 
contarono nel 1331, a tempi di Leone X ascesero a sessan-
ta, infine Sisto V nel 1586 statu che fossero settanta, in 
onore dei settanta discepoli di Cristo, fra i quali quattro 
almeno sarebbero presi dagli ordini regolari. Sette, come 
ho detto qui innanzi, erano cardinali vescovi, ma ora sono 
sei solamente, perch i due episcopati di Porto e Santa Ru-
fina sono uniti in un solo; cinquanta hanno titolo di cardi-
nali preti, bench talora siano vescovi od arcivescovi; e 
quattordici sono i cardinali diaconi, sebbene alcuna volta 
non abbiano che gli ordini minori; il principe Albani, fatto 
cardinale nel 1801, si fece ordinare sottodiacono solamen-
te nel 1823 onde poter entrare nel conclave (che elesse 
Leone XII) dove non entrano laici. Ma il numero dei set-
tanta, non  mai pieno, perch i papi ne hanno sempre al-
cuni in petto, o lasciano altri posti vacanti per lusingare 
l'ambizione e lo zelo dei loro cortigiani.
I vescovi, essendo diventati in Francia una dignit tem-
porale, ed avendo usurpato tutte le ricchezze della chiesa, 
i preti per vivere introdussero verso l'800 l'uso di farsi pa-
gare dai laici le decime dei frutti della terra: uso che imita-
rono dagli ebrei, e che poco appresso pass anco in Italia.
Intorno al medesimo tempo fu, secondo Fr Paolo, in-
trodotto l'uso de' precari; ed era un contratto per cui un 
laico donava alla Chiesa tutti i suoi beni dopo morte, e in 
ricompensa godeva in sua vita quelli, e il doppio tanto; o 
se cedeva anco l'usufrutto, riceveva di quel della Chiesa il 
triplo. Ma questa instituzione  molto pi antica, parlan-
done Possidio nella vita di Sant'Agostino; e probabilmente 
a Roma era in uso fin dal II secolo, perch Tertulliano ci 
fa sapere che i preti versavano nel tesoro della Chiesa una 
data somma, e acquistavano il diritto di essere alimentati a 
spese comuni. Da Roma pass forse nell'Africa e nelle 
Gallie, ed essendo a solo comodo del clero, dopo l'800 fu 
estesa anco ai laici: in apparenza sembrava loro vantaggio, 
perch dando uno ricevevano tre, ed erano anco liberati 
dalle sollecitudini dell'amministrazione economica; ma in 
effetto tornava totalmente a profitto del clero che con quei 
vitalizi acquistava beni immensi.
Alle decime furono aggiunte, intorno al 1065, anco le 
primizie le quali, dice Fr Paolo, furono primieramente 
instituite da Alessandro II, imitando in ci la legge mosai-
ca, nella quale furono comandate a quel popolo: la quanti-
t di esse da Mos non fu statuita, ma lasciata in arbitrio 
dell'offerente: i Rabbini poscia, come san Girolamo testi-
fica, determinarono la quantit che non fosse minore della 
sessagesima, n maggiore della quarantesima; il che fu 
ben imitato da' nostri nel pi profittevole modo, avendo 
statuito la quarantesima che ne' tempi nostri si chiama il 
quartese. Determin Alessandro III, circa il 1170, che si 
procedesse con iscomuniche per far pagar intieramente le 
decime de' mulini, peschiere, fieno, lana e delle api, e che 
la decima fosse di ogni cosa pagata prima che fossero de-
tratte le spese fatte nel raccogliere i frutti: e Celestino III 
nel 1295 statu che si procedesse con iscomuniche per far 
pagare le decime non solo del vino, de' grani, frutti degli 
alberi, pecore, orti e mercanzie, ma ancora dello stipendio 
de' soldati, della caccia, ed ancora de' mulini a vento. Tut-
te queste cose sono espresse nelle decretali de' pontefici 
romani: ma i canonisti sono ben passati pi oltre, dicendo 
che il povero  obbligato pagar la decima di quello che 
trova per limosina, mendicando alle porte, e che la mere-
trice  tenuta a pagar la decima del guadagno meretricio; e 
altre tali cose che il mondo non ha mai potuto ricever in 
uso.
Posciach la societ cominci ad essere governata dal 
sistema feudale, i re solevano concedere ai loro vassalli, e 
i grandi vassalli ai loro fedeli, terre e uomini servi, 
coll'obbligo di certe prestazioni che erano foderi, soldati, 
cavalli e il debito di accompagnare il principe alla guerra: 
e dare o conseguire simili possessi si diceva dare o conse-
guire un beneficio. I possessi della Chiesa seguitarono la 
condizione de' possessi comuni, perch i cherici gli acqui-
stavano cogli oneri, e seguendo il costume e i patti della 
legislazione vigente. Per questo i vescovi e gli abati, che 
erano eletti gli uni dal popolo e gli altri dai loro monaci, 
dopo che diventarono una dignit feudale furono eletti dai 
principi; e l'imperatore Ottone verso il 960 introdusse l'u-
so di nominarli e investirli dando loro l'anello ed il pasto-
rale. Ci porse origine alla famosa lite delle investiture 
incominciata nel 1076, essendo papa Gregorio VII e impe-
ratore Enrico IV, e durata, dice il Sarpi, 56 anni, sotto sei 
papi, con scomuniche d'infinito numero di persone e con 
morte d'innumerevoli caduti in sessanta battaglie fatte da 
Enrico IV, e in diciotto altre fatte da Enrico V suo figliuo-
lo: tant molis erat mettere il fondamento di quello edifi-
cio, perch la lite fu composta in modo che tutto il van-
taggio rest a' pontefici.
Nel tempo che pass dal 1124, cio dalla rinuncia delle 
investiture fatta da Enrico V fino al 1145 fu quasi per tut-
to statuito, continua Fr Paolo, che, morto il vescovo, l'e-
lezione del successore si facesse dal capitolo de' canonici, 
e fosse confermata dal metropolitano; e morto l'abate, l'e-
lezione fosse fatta da' monaci, e confermata dal vescovo 
se il monastero non era esente, se era esente fosse confer-
mata dal papa; gli altri beneficii che erano de jure patro-
natus fossero conferiti dal vescovo alla presentazione de' 
padroni; gli altri tutti fossero nella libera disposizione epi-
scopale. Restava il pontificato romano, che, escluso il 
principe, pareva dovesse ritornare alla libera elezione del 
popolo; ma nel 1145, venuto Innocenzo II a differenza co' 
Romani, ed essendo da loro scacciato dalla citt, egli in 
contraccambio priv loro della potest di eleggere il papa. 
Nelle turbolenze che successero per le cause suddette, 
molte citt sollevate da' vescovi confederati col papa si 
ribellarono dall'imperatore, e i vescovi se ne fecero capi, 
onde ottennero anco le pubbliche entrate e le ragioni re-
gie: e quando le differenze si composero, avevano preso 
cos fermo possesso che fu necessitato il principe a conce-
dere loro in feudo quello che di fatto avevano usurpato; 
onde anco acquistarono i titoli di duchi, marchesi, conti, 
come molti ne sono in Germania, che restano anco tali e 
in nome e in fatti, e in Italia di nome solo: il che fece gli 
ecclesiastici ricchi di gran quantit di beni secolari: e fu 
aumento molto notabile non solo nelle turbolenze delle 
quali abbiamo parlato, ma in quelle ancora che seguirono 
sotto gl'imperatori svevi.
Altro aumento produssero le crociate: in primo luogo, il 
papa e gli altri vescovi, prendendo in tutela colle censure 
ecclesiastiche i beni de' crocesegnati, acquistarono autori-
t di tutori e curatori di vedove e pupilli e minori; in se-
condo luogo molti vendevano i loro feudi ai preti onde 
trovar denari per recarsi nella Terra Santa. Infine ebbero 
origine le religioni militari, e quantunque dovesse apparir 
strano che fossero stabilite religioni per ammazzar gente, 
subentrando quelle in luogo de' monaci e dei preti, gi 
screditati pei loro vizi, in brevissimo tempo acquistarono 
ricchezze grandi.
Come ho detto, anticamente non si faceva distinzione 
tra ordine ed ufficio, anzi era massima ricevuta che bene-
ficium datur propter officium, cio pei servigi che il cheri-
co prestava ai fedeli nel suo ministero ecelesiastico, ma 
moltiplicate fuor misura le ricchezze; e la ingordigia di 
possederle, dopo il 1179 cominci la distinzione tra bene-
ficii di residenza e di non residenza, e compatibili od in-
compatibili: i beneficii con obbligo di residenza erano 
quelli con cura di anime, come i vescovati e le parocchie; 
e furono inventati i beneficii semplici, cio senza obbligo 
di residenza e col solo fastidio di godersi le rendite: erano 
incompatibili due beneficii della prima specie investiti in 
un solo individuo, il quale non poteva spezzarsi per rise-
dere in due o pi luoghi, ed era compatibile il possesso di 
molti beneficii semplici, o di un beneficio curato e di uno 
o pi beneficii semplici. Ma per coprire in certo qual mo-
do quel beneficium datur propter officium fu trovato un 
ripiego degno della sottigliezza romana. Era stato dato il 
nome di ufficio alle ore canoniche, dette volgarmente il 
Breviario, e cos una rendita destinata al servizio ed utilit 
della Chiesa, fu destinata a pascer l'ozio di cortigiani e da-
ta col solo obbligo di leggere ogni giorno poche pagine 
del Breviario.
Posta adunque la distinzione fra beneficii compatibili 
ed incompatibili, fu stabilita anco la massima che il papa 
aveva facolt di concederne pi di due se tanti non basta-
vano per vivere; la quale bastanza, dice Fr Paolo,  da' 
canonisti tagliata molto larga, perch ne' semplici preti di-
cono che comprenda il vivere non solo del beneficiato, ma 
della sua famiglia, de' parenti, e per tre servitori ed un ca-
vallo ed anco per ricever forestieri. Ma quando il benefi-
ciato fosse nobile o letterato, oltra questo, tanto pi che si 
uguagliasse alla sua nobilt. Per un vescovo poi  meravi-
glia quello che dicono; e de' cardinali basti il detto comu-
ne della Corte: Aequiparantur re-gibus.
Nel 1227 Gregorio IX promulg il suo libro delle De-
cretali, fondamento della monarchia romana, e codice 
principale per regolare la materia de' beneficii. Circa 80 
anni innanzi, Graziano aveva pubblicato il suo Decreto, in 
cui raccolse ed ordin tutte le autorit vere o false, integre 
o mutilate, su cui possono fondare le pretensioni de' cheri-
ci; e quantunque quel libro fosse favorevolissimo alla 
Corte, fu trovato da Gregorio troppo tenue; e sempre cre-
scendo la ingordigia de' preti, la stessa sorte ebbero le sue 
Decretali, a cui nel 1298 Bonifacio VIII aggiunse il libro 
VI, detto semplicemente il Sesto, poi Clemente V lo ac-
crebbe delle Clementine, e Giovanni XXII delle Estrava-
ganti, sempre peggiorando le enormit: e questi libri colle 
voluminose Glosse che gli accompagnarono formano il 
corpo del Diritto Canonico, dove sono molto pi cose che 
riguardano l'acquisto di beni che la edificazione delle a-
nime. Qui, posto da parte lo spregio delle ricchezze e l'u-
milt e la carit cristiana raccomandata da Cristo, non si 
ragiona d'altro che delle invenzioni sempre nuove atte ad 
ingrandire i cherici, a levare la potest del papa sopra 
quella di Dio, e a impoverire ed opprimere i secolari. E 
questo libro, che il cardinale Pallavicino e gli altri autori 
di Curia chiamano sacro e venerabile,  precisamente la 
satira dell'Evangelio.
Prima ancora del 1200 cominciarono ad aver corso le 
aspettative, cio aspettare per grazia della Corte di Roma 
il conseguimento di un beneficio. Dapprima i papi prega-
vano i vescovi di concedere qualche prebenda nella loro 
diocesi ad un loro raccomandato; poi dalla preghiera pas-
sarono al comando, e dal comando alla violenza, insti-
tuendo esecutori che riducessero ad effetto le grazie ac-
consentite dalla Corte, e punissero il vescovo che non le 
adempiva: e quest'abuso and tant'oltre che ai vescovi ri-
maneva quasi niuno bench minimo beneficio da conferi-
re, perch tutti gli ambiziosi ricorrevano a Roma dove per 
denari ogni cosa ottenevano: nel 1240 Gregorio IX mand 
all'arcivescovo di Cantorberi, e ai vescovi di Lincoln e di 
Salisburi che provvedessero 300 Romani de' primi benef-
cii che vacassero nelle loro chiese, sospendendo ogni altra 
collazione finch quelli fossero provveduti. E siccome la 
maggior parte degli intriganti erano stranieri al paese dove 
ottenevano il beneficio, e ignoravano la lingua dei popoli, 
cos o era trascurata la divina parola, o chi doveva inse-
gnarla non risedeva e dimorava invece a Roma a brigare 
nuove dignit o maggiori ricchezze. Di forma che 50 anni 
innanzi il 1200 gi quella citt era diventata il luogo dove 
accorrevano da tutto il mondo gli ambiziosi, gli avari, i 
simoniaci, i sacrileghi, i concubinari, gl'incestuosi, e ogni 
altre mostruosit simili, come scriveva san Bernardo a pa-
pa Eugenio III; e nel 1232 in Inghilterra fu fatta una lega 
de' cherici e soldati inglesi contra i cherici romani benefi-
ciati nell'isola in grandissimo numero, e ne nacquero tanti 
disordini che il re Eduardo fu costretto a scacciare il nun-
zio del papa, senza perci recarvi rimedio; perch la Corte 
moderava o sospendeva per un momento i suoi eccessi, 
ma alla prima occasione favorevole tornava di botto agli 
assalti, e perseverando vinceva.
La corruttela delle dispense per occupare pi beneficii 
and tanto innanzi; e gli scandali divennero cos enormi 
che Giovanni XXII, uno fra i papi pi avari e il pi sottile 
investigatore di mezzi per far denari, la chiam una sfre-
nata licenza, e con una sua decretale del 1320 limit la di-
spensa a due soli beneficii, uno con cura di anime e l'altro 
senza.
Ma la cupidit e l'avarizia essendo il peccato originale 
della Curia romana, la provvisione di papa Giovanni non 
fu che un novello artificio per impodestarsi egli di tutti i 
beneficii, i quali se prima con una dispensa del papa pote-
vano essere conferiti dai vescovi o dai patroni, poscia ri-
cuperati dalla Corte erano dati da lei sotto i titoli di unio-
ne, di commenda e di riserva. Per l'unione il papa investi-
va in una sola persona due o pi beneficii, eziandio curati, 
con tali frodi che parevano essere un beneficio solo. Le 
commende nacquero dall'uso che vacando o vescovato o 
abazia o altro beneficio, e per calamit di tempi non si po-
tendo a quelli provvedere, venivano intanto commendati, 
o vogliam dire raccomandati a persona proba acciocch ne 
custodisse e ne amministrasse la rendita fino alla elezione; 
ma quell'ufficio era di aggravio e nulla riceveva il com-
mendatore: poi cominci a partecipare alle rendite, e infi-
ne le commende divennero un abuso perch si prolungava 
espressamente la vacanza affinch il commendatore conti-
nuasse a godere. La collazione delle commende fu ristretta 
a sei mesi pei vescovi; ma i papi avendo dichiarato che 
omnia possunt, riservarono a s l'abuso di conferirle a vi-
ta; e molti beneficii furono commendati in perpetuo, cio 
passarono da un commendatore all'altro. Le riserve erano 
un'altra frode introdotta dalla Curia, la quale si attribuiva 
la facolt di riservare per s, prima ancora che vacassero, 
quei beneficii che pi le piacevano e che poi conferiva a 
suoi favoriti. A questi bisogna aggiungere le resignazioni 
ad favorem, cio che un beneficiato rinunciava il beneficio 
a favore di un fratello, di un amico, od anco di un suo ba-
stardo; disponendo cos dei beni della Chiesa come di co-
sa propria.
Lo stesso Giovanni XXII fu inventore nel 1306 delle 
annate, viene a dire che ogni beneficiato prima di entrare 
nel posesso del suo beneficio doveva pagare alla camera 
apostolica la rendita di un anno; la qual novit fu prima-
mente stabilita per soli tre anni, ma  un triennio tanto 
lungo che non  finito accora.
Ma perch molti beneficii, per essere uniti a monasteri 
o luoghi pii, giammai non vacavano, la Curia per non per-
dere i suoi guadagni introdusse l'uso che pagassero l'anna-
ta ogni quindici anni: ci che fu detto il quindennio.
Tutte queste invenzioni tornavano ad immenso profitta 
della Dateria; e talvolta la collazione di un sol beneficio 
fruttava i guadagni di cinque o sei bolle, di cinque o sei 
dispense e di cinque o sei annate: perch volendo, per e-
sempio, taluno rassegnare il suo beneficio a un fanciullo 
suo bastardo, era necessaria la dispensa per la rassegna-
zione, la dispensa per la et del ragazzo, e la dispensa per 
la sua nascita illegittima, il quale inoltre pagava l'annata. 
Il papa conferiva un beneficio ad un tale a patto che do-
vesse rinunciare quello che teneva; e questo secondo be-
neficio lo dava ad un altro, cui rimoveva da quello che oc-
cupava, e cos via via per tre o quattro: per ognuno vi vo-
leva una bolla, per alcuno occorreva anco una dispensa, 
tutti poi sborsavano l'annata. Nasceva eziandio confusione 
sui titoli e sui possessi, e non di rado nascevano conflitti 
tra la Curia e il collatore ordinario; quella avendo propo-
sto uno e questo un altro: e la decisione bisognava portarla 
in Roma. In tali circostanze la Curia soleva nominare al-
cuna volta un terzo beneficiato ad interim fino a contrasto 
finito, il quale nondimeno pagava le bolle, le dispense e le 
annate. Ad imbrogliare vieppi la materia giovava lo stile 
tortuoso e doppio della Curia che colle formole per con-
cessum, per fiat, motu proprio, anteferri ed altre dava pi 
o meno vigore alle bolle, e pi bolle erano impetrate e 
concesse sopra lo stesso beneficio, e tutti poi litigavano, e 
la Corte aveva trovato il modo di rendere interminabili le 
liti facendole passare per successione. Insomma era quella 
una voragine senza fondo che con mille fraudolenti artifizi 
ai ingoiava i tesori dell'universo.
Non perci tante usurpazioni passavano inosservate, pe-
rocch quando i principi, e quando i magistrati, e quando i 
vescovi, e talvolta anco i popoli, angariati e scontenti di 
tante piraterie, si sollevarono colla voce e cogli atti; ma la 
Curia, simile ad ingorda fiumana, frenata da un canto, 
prorompeva dall'altro: cessava un istante, poi a miglior 
congiuntura insorgeva pi vigorosa di prima. I disordini 
salirono al colmo nei 50 anni che dur lo scisma di Occi-
dente, perch ciascuno dei papi sottilizzava nelle inven-
zioni sia per procacciar denari, sia per satollare l'avarizia 
dei propri aderenti. Tre papi vi furono allora, Giovanni 
XXII( ) che era stato corsaro, Gregorio XII e Benedetto 
XIII; e il concilio di Costanza nel 1417 obblig il primo a 
rinunciare e depose i due altri, ed elesse Martino V. Tutto 
il mondo desiderava eziandio una radicale emenda alla 
materia beneficiale; ma i Padri, stanchi dei passati tumulti 
e della lunga assenza, intimarono altro concilio in Pavia 
da tenersi cinque anni dopo: il quale appena cominciato fu 
trasferito in Siena e spedito con gran celerit. Nel 1431 fu 
aperto il concilio di Basilea, che imprese arditamente a 
risecare le aspettative, le annate e le altre esazioni della 
Corte; ma papa Eugenio IV, veggendo che la sinodo im-
piccioliva la sua potest e la sua borsa la annull, e la si-
nodo per rappresaglia scomunic il papa: da qui nuovo 
scisma nella Chiesa.
Il concilio di Basilea fu ricevuto in Francia e in una par-
te della Germania: in quella, il re Carlo VII pubblic la 
famosa pragmatica-sanzione che restitu la collazione de' 
beneficii ai vescovi ed ai Capitoli; in questa furono fatte 
leggi analoghe. Ma in Italia prevalse l'autorit pontificia, 
che, quantunque contrastata, tent con vario successo di 
aprirsi nuovamente il varco fra gli oltremontani; e pass 
anco ad eccessi maggiori. Imperocch da Giulio II e da 
Leone X, furono introdotte le riservazioni in pectore, cio, 
che vacando un beneficio, se il collatore ordinario lo con-
feriva o andava alcuno per impetrarlo, il Datario rispon-
deva che il papa lo aveva riservato nella sua mente. Le re-
signazioni in favorem furono estese al modo che il rinun-
ciante lasciava il titolo e conservava le rendite, non re-
stando al favorito che il titolo e il diritto di succedergli 
dopo la morte. E per non offendere di troppo le ragioni del 
collatore legittimo, a quel secondo era tolta la facolt di 
praticare lo stesso del suo antecessore; talch, o morendo 
egli, o rassegnando il beneficio, il collatore poteva darlo a 
cui gli piaceva.
Ma questa clausola fu bentosto annullata dalla inven-
zione dei regressi e delle coadiutorie. Col regresso, chi 
rassegnava un beneficio col fine di ottenerne un migliore, 
se non riusciva, tornava al possesso del primo come se 
nulla fosse; e colla coadiutoria un beneficiato si nominava 
un coadiutore col diritto di succedergli, il quale dal canto 
suo ne nominava un altro, e cos via via, di forma che il 
beneficio diventava propriet particolare di una persona o 
di una famiglia, con pregiudizio del collatore ordinario. 
Niun'altra classe d'uomini fu mai cos attiva a propagare 
gli abusi e cos tenace a conservarli: le coadiutorie furono 
introdotte col pretesto di farsi aiutare nelle cure delle ani-
me; ma bentosto furono applicate anco ai beneficii sem-
plici, che concedevano al beneficiato un ozio beatissimo.
Per ultimo, pesando assai ai pontefici la pragmatica-
sanzione del regno di Francia, tanto fecero, finch Leone 
X riusc a farla abolire nel congresso che ebbe con Fran-
cesco I in Bologna l'anno 1515, e le fu sostituito un con-
cordato che ritornava alla Corte di Roma una gran parte 
dei perduti vantaggi. I parlamenti si opposero, ma l'ostina-
zione del re e del pontefice la vinsero.
Il concilio di Trento, i cui decreti furono promulgati nel 
1563, abol le unioni a vita, i regressi, le coadiutorie con 
successione, ed emend altri punti; ma se la Corte di Ro-
ma  costante nei suoi propositi, lo  molto pi in ci che 
concerne la religione del danaro, della quale  gelosissi-
ma. I decreti tridentini, essendo per lo pi intralciati ed 
equivoci, Pio IV e i successori proibirono d'interpretarli a 
chiunque, fuorch alla Congregazione de' cardinali inter-
preti sopra il Concilio; i quali non and guari che tirarono 
di bel nuovo tutta a Roma la materia beneficiale, e quando 
con un pretesto e quando con un altro restituirono tutti i 
vecchi abusi; anzi li accrebbero, perch, come osserva Fr 
Paolo, mai la Corte non si lascia indurre che venga annul-
lato o corretto un abuso che non ne abbia preparato un 
maggiore e pi utile. Furono dunque conservate le coadiu-
torie, e furono quindi introdotte le pensioni, invenzione 
che essa sola vale tutte le altre. Con questo titolo la Curia 
si riserv la facolt di gravare qualsiasi beneficiato dell'o-
nero di pagare a tale o tale altro suo favorito una pensione 
che talvolta somma la met, o i due terzi, od anco i tre 
quarti della rendita; e il pensionatico fu concesso non pure 
ai preti, ma a' laici; a' ragazzi, a' cortigiani, a' soldati, e 
talvolta, bench con qualche coperta, alle amorose de' pa-
pi e de' cardinali. Le pensioni erano usate anco prima del 
concilio di Trento, e rimontano al 1200, ma non ne fu mai 
fatto peggiore scialacquo come dopo quella sinodo.
Fin qui abbiamo parlato dei vivi, ora conviene dire 
qualche parola anco dei morti, perch il papa est super vi-
vus et super mortuos. Quando i beni della Chiesa erano 
una propriet dei poveri, e che il clero non aveva diritto 
fuorch al suo necessario,  naturale il credere che niun 
cherico potesse fare avanzi. Dopo che quelli furono divisi, 
continu per molto tempo che i risparmi fatti sulle rendite 
della Chiesa, morendo il beneficiato, tornassero alla Chie-
sa. In sguito ora dalle leggi de' principi, ora dalle dispen-
se de' papi, ma pi spesso dalla umana avarizia, fu stabili-
ta la pratica non generale che anco di quelli potessero di-
sporre per testamento; finch verso il 1378, secondo 
Tommasini, in occasione dello scisma tra Urbano VI papa 
di Roma e Clemente VII papa di Avignone, i patrimoni 
della Chiesa posti in Italia fruttando al primo, l'altro, onde 
mantener s e i trentasei cardinali del suo partito, pens di 
riservarsi i pi pingui beneficii e le spoglie de' vescovi e 
degli abati e di tutti i beneficiari che morivano. E quest'u-
sanza che faceva colare pi milioni di scudi ogni anno 
nell'erario pontificio, comech introdotta da uno scismati-
co ed antipapa, fu trovata molto dogmatica e continuata ed 
accresciuta dai pontefici legittimi e veramente infallibili; 
di forma che Pio IV nel 1560 statu, che sotto il nome di 
spoglie si dovesse comprendere qualsiasi civanzo fatto da' 
cherici anco con mezzi illeciti, a tal che se un prete si era 
arricchito facendo l'usuraio o il contrabbandiere, o tenen-
do bisca o postribolo, quegli infami guadagni appartene-
vano per jus divino alla Sacra Romana Chiesa.
Tanti furono gl'ingegni con cui i cherici e la Corte di 
Roma seppero acquistare sterminate ricchezze, ma non 
furono meno felici nel modo di conservarle. Anticamente i 
beni della Chiesa essendo destinati al sollievo de' poveri, 
il vescovo o il parroco poteva alienare non manco essi che 
i vasi sacri quando si trattava di far bene, come nelle oc-
casioni di guerre, di pestilenze, di carestie, d'incendi, o per 
riscattar schiavi o per altra filantropia; ma dopo che quei 
beni passarono al puro godimento dei preti e in piena po-
test del papa, il far queste cose divenne peccato, e fu sta-
tuito che i beni ecclesiastici fossero inalienabili: donde 
avvenne che il Clero, acquistando sempre e non dando 
mai, in progresso di tempo divenne padrone di tre quarti 
degli stabili in quasi tutti i regni cristiani, senza contare 
una immensa ricchezza mobile in arredi e vasellami d'oro 
e di argento: fu per questa via che i gran prelati e la Corte 
di Roma poterono nei tempi passati sfoggiare un lusso, 
presso il quale  piccola cosa il fasto e la boria tanto fa-
mosa dei monarchi dell'Oriente. Ed  pur cosa notabile 
che se una volta i beni della Chiesa erano destinati a sod-
disfare i bisogni urgenti del povero, furono in appresso 
destinati a soddisfare la ghiottoneria dei preti: ed  per 
questo che al beneficio di un vescovo fu dato il nome di 
mensa vescovile; a quello di un cardinale di piatto cardi-
nalizio; e quello di un semplice parroco  chiamato la 
congrua, cio quello che basta per lui, il che vuol dire che 
vi  niente per gli altri.
Forse pi d'uno de' miei lettori  curioso di conoscere a 
un dipresso la quantit de' tesori che tante angherie face-
vano colare negli scrigni del papa. L'argomento  certa-
mente curiosissimo, ma non conosco alcuno autore che lo 
abbia trattato; quindi mi limiter ad alcuni cenni.
Nel 1245 il papa cavava dall'Inghilterra 60,000 marche: 
il che equivale a 120,000 luigi d'oro, e a ragguaglio del 
valore colle derrate quattro o cinque volte tanto: era una 
somma uguale alla rendita del re.
Nel 1334 Giovanni XXII lasci, morendo, 18 milioni di 
fiorini d'oro in contanti, e sette milioni in vasellame d'oro 
e di argento: sa ognuno che il fiorino d'oro  lo stesso che 
lo zecchino di Firenze, otto de' quali fanno un'oncia, peso 
di marco, ed equivale ciascuna circa undici franchi e mez-
zo, secondo il valore attuale de' metalli che doveva essere 
maggiore a quel tempo, confrontandolo col valore delle 
derrate.  certo che tutti insieme i monarchi di allora non 
possiedevano tanto denaro; e quella quantit enorme di 
vasellame prezioso, ci porge indizio quale dovesse essere 
il lusso della Corte pontificia. Convien notare altres che 
Giovanni XXII non fu meno scialacquatore degli altri pa-
pi, e che la somma anzidetta fu ammassata da lui in 18 
anni che dur il suo pontificato.
Giovanni di San Romano conta che durante il pontifica-
to di Pio II dal 1458 al 1464, la Francia pag alla Cancel-
leria romana per annate, bolle e dispense beneficiali da 
due milioni e mezzo di scudi, che sono 15 milioni di fran-
chi.
Nel 1461 il Parlamento di Parigi osserv che in tre anni 
erano andati a Roma per cause beneficiali 4 milioni.
Secondo Hume le annate e le primizie in Inghilterra dal 
1487 al 1530, fruttarono alla Cancelleria romana 160,000 
sterlini.
A tempi di Alessandro VI, che fu pontefice dal 1492 al 
1503, la creazione de' cardinali fruttava alla Camera da 
10,000 fiorini ciascuno, ed avendone quel pontefice creati 
43 negli undici anni del suo pontificato, si pu far conto 
ch'ei ne traesse da 400, a 500 mila fiorini d'oro; altri 
60,000 fiorini d'oro ritrasse da ottanta scrittori di Brevi a 
cui vendette la carica; le altre cariche venali della Curia si 
pu contare che fruttassero a quel tempo da 40 a 50,000 
fiorini all'anno per lo meno.
Il cardinal di Roano, ministro di Luigi XII re di Francia, 
morto nel 1510, vuolsi che in 10 anni che fu legato a late-
re Sanct Sedis nel regno di Francia abbia ritratto pi di 3 
milioni di franchi per prezzo di tante dispense date per au-
torit apostolica.
A tempi di Fr Paolo vi erano nella Corte di Roma pi 
di 200 uffici veniali, cio venduti a profitto della Camera, 
alcuni de' quali si vendevano somme enormi: per esempio 
l'auditore della Camera apostolica comperava il suo uffi-
cio circa 70,000 scudi, e ne ricavava annualmente 12, o 15 
mila: la carica di presidente della Camera costava 30,000 
scudi, quella di sommista altrettanti, quella di notaio (era-
no 10) dell'auditore suddetto, da 15 a 20 mila, quella di 
secretario dei Brevi (erano 24) 3000: perfino il sottodia-
cono che portava la croce dinanzi al papa comperava 
quell'onore per circa 300 scudi. Sommati insieme, si pu 
dire che la Camera apostolica traeva annualmente dalla 
vendita di quelle cariche da 70 ad 80 mila scudi all'anno, e 
i compratosi ne cavavano il doppio o il triplo sulle tasse 
delle bolle per dispense, indulgenze, collazione di benefi-
cii, sulla spedizione delle cause e in mancie stabilite da 
una regolare tariffa, di uso per quasi tutti gli atti della Cu-
ria, e in particolare nelle promozioni. Quella di un cardi-
nale costa anco attualmente, in sole mancie, pi di 4000 
scudi, pagando a rigor di tariffa: ma le persone qualificate 
e che temono Pasquino, sono costrette a largheggiare mol-
to pi.
Nel 1735, il cardinalato era tuttavia in prezzo. Carlo 
Rezzonico, figlio di un ricco banchiere veneziano, e che 
poi fu papa col nome di Clemente XIII, compr quella di-
gnit per circa franchi 300,000.
Verso il 1760, due arcivescovati e quattro vescovati del-
la Toscana, pagavano ogni anno alla Corte di Roma, sotto 
titolo di pensioni circa 29,000 franchi; oltre di ci i frati 
pagavano una annua tassa del 7 per 100 sopra una somma 
ideale stabilita dalla Corte di Roma, la quale dalla piccola 
Toscana cavava solamente in pensioni, quindenni e tasse 
monastiche buoni 100,000 franchi od anco pi.
Nel 1768 la Repubblica veneta, per un calcolo esattis-
simo, scopr che la Corte di Roma traeva da quello Stato 
l'annua somma di oltre due milioni di franchi. Quella Re-
pubblica era la quarantesima parte dell'Europa cattolica, la 
quale all'avvenante avrebbe dovuto fornire da ottanta mi-
lioni circa. Ma questa somma  molto al di sotto del vero, 
perch la Repubblica non permetteva l'esazione delle an-
nate e degli spogli, e nemmeno delle decime dei frati che 
sarebbero importate una somma enorme; molte bolle era-
no tassate dal governo medesimo, ed altre erano impedite 
bench avessero corso in altri paesi; e infine i benefici ec-
clesiastici nel dominio veneto non erano fra i pi pingui, 
anzi la maggior parte erano meschini, mentre in Francia 
ed in Ispagna e soprattutto in Germania abbandonavano i 
vescovati e le abazie da 50, o 100, o 200 mila scudi di 
rendita, e i canonicati e le prepositure di 2, o 3, o 4 mila 
scudi. A ci bisognerebbe aggiungere quanto Roma cava-
va dall'America, e quanto le pagavano le religioni militari, 
ignote a Venezia. Talch io crederei di non esagerare, di-
cendo che alla met del secolo passato, la Corte di Roma 
traeva dai regni cristiani un'annua rendita di 150 milioni di 
franchi. Se poi ci trasportiamo ai tempi anteriori a Lutero 
quando la potenza dei papi era grande, e florido il traffico 
delle indulgenze, e la loro inesplebile cupidit non trovava 
che deboli opposizioni; e se alla materia beneficiaria e 
delle indulgenze e delle dispense, si aggiunge il commer-
cio delle reliquie, l'assoluzione di casi riservati, le somme 
enormi versate per canonizzazione o beatificazione di san-
ti e autenticazione di miracoli, i lucri immensi cavati ogni 
25 anni dalla pubblicazione del giubileo, le decime dei 
frati ed altri guadagni ritratti da mercanzie spirituali,  
quasi impossibile determinare le somme che ne ritraeva-
no; ma  certo per lo meno che il papa aveva egli solo una 
rendita uguale od anco maggiore a tutti insieme i principi 
dell'Europa.
Il giubileo, imitazione de' giuochi secolari degli antichi 
Romani, fu inventato da papa Bonifacio VIII nel 1300, e 
doveva celebrarsi ogni 100 anni; Clemente VI nel 1349 lo 
ridusse a 50 anni; Urbano VI papa di Roma, trovandosi in 
bisogno di danaro per far fronte al suo rivale Clemente 
VII papa di Avignone, lo stabil nel 1389 a 33 anni; e infi-
ne Paolo II nel 1470, ad ogni 25 anni. Una volta questa 
solennit tirava a Roma 400,000 persone, ed a buon titolo 
il prefato Clemente VI chiamava le indulgenze distribuite 
in quella occasione il tesoro della Chiesa; infatti profitta-
vano la bella somma di 40 o 50 milioni a dir poco.
L'ultimo giubileo del 1825 non condusse nella capitale 
del mondo cristiano che tre o quattro mila pitocchi: segno 
di decadenza.
Tra i cardinali del secolo XVI era povero quello che a-
veva meno di 10, o 12 mila scudi di rendita. Ricevevano 
dalla Camera apostolica una pensione di quattro mila scu-
di per quello che nel linguaggio di Corte si chiama il piat-
to de' cardinali. Si vede che quei porporati volevano man-
giar tanto quanto avevano digiunato Cristo e gli apostoli. 
La mensa di Pio VI costava 100 scudi al giorno, e i divoti 
Fiorentini furono scandalizzati, quando quel pontefice, 
dimorando nella Certosa di Firenze, si accorsero che egli e 
la Corte mangiavano di grasso il venerd e quattro tempi.
Nel raccontare in compendio la storia dei beneficii ec-
clesiastici, ho dato una sufficiente analisi di quella scritta 
da Fr Paolo, lodata da monsignor Ricci, vescovo di Pi-
stoia con le seguenti parole: Questo celebre scrittore, ri-
correndo alle fonti dei santi padri e dei concilii antichi, 
purg la Chiesa da quelle sozzure che le false Decretali vi 
avevano immischiato, e che l'avarizia, l'ignoranza e l'u-
mana alterigia avean alimentato. Il Sarpi ne raccolse i 
materiali nel 1609, facendosi aiutare da suoi amici di 
Francia, tra i quali erano il Gillot e il Leschassier che lo 
fornirono di quanto riguarda il diritto Gallicano e di Spa-
gna nella collazione dei beneficii; e l'opera era compiuta 
nel gennaio del 1610 quando ne mand copia ai detti suoi 
amici. Nelle edizioni a stampa  intitolata: Trattato della 
materia beneficiaria, ma il vero titolo suo  Istoria dei 
beneficii ecclesiastici, ed  infatti una storia e non un trat-
tato.
Un'altra deformit introdotta nella Chiesa col pretesto 
di onorare la religione, ma invero per rendere pi venerata 
e potente la casta sacerdotale, fu l'asilo accordato ai delin-
quenti ne' cos detti luoghi sacri. Avevano gli Ebrei le citt 
di asilo per gli omicidi involontari, e in certi casi anco i 
pagani prestavano asili nei loro tempii. Il qual costume, 
secondo gli usi e le leggi di quei popoli, sar stato sicura-
mente ragionevole; ma oltre che a fare che il vecchio ap-
parisse nuovo, i cherici tanto aggiunsero alla imitazione 
che divenne pessimo, era eziandio incompatibile collo spi-
rito del cristianesimo che abborre non che il delitto, persi-
no l'ombra o il pensiero di esso, e che, destinato alla felici-
t morale dei popoli, non ha alcuna ingerenza nella eco-
nomia politica con cui si regola la societ. Ma i cherici, 
sempre misurando il Vangelo dalle instituzioni umane, ar-
gomentarono che se un tempio dedicato ai falsi Dei era 
stimato inviolabile rifugio, molto pi lo dovevano essere i 
tempii dedicati al vero Dio, e cos servarono alla pi pura 
delle religioni la vergogna di essere tutrice del delitto. E 
gi nel IV secolo era tanto inoltrato l'abuso che i monaci 
osavano strappare di mano agli esecutori della giustizia i 
malfattori condotti al patibolo, e nasconderli nelle loro 
chiese o monasteri. Una legge di Arcadio ed Onorio del 
398 lo fren, senza punto estirparlo; perocch fruttando ai 
cherici, a misura che l'ignoranza, ausiliaria formidabile 
delle superstizioni, intenebr l'Europa, essi pure lo estese-
ro sin dove poterono, e dichiarando un diritto divino, trat-
tarono da sacrileghi e da scomunicati quelli che vi si op-
ponevano. In quei tempi di aurea felicit pel clero, assas-
sinare un uomo era delitto che si espiava con un'abbranca-
ta di soldi d'oro pagati alla Chiesa; ma trarre l'assassino 
dal sacrato per darlo al boia, era peccato di dannazione e-
terna. A' tempi del Sarpi gli asili cominciavano a pesare a' 
governi, e nascevano frequenti contese tra le potest civili 
ed ecclesiastiche. La Repubblica veneta in ispecie non li 
amava, e non ometteva occasione per moderarli. Ma si a-
vevano cos oscure nozioni sull'origine e l'uso di questo 
diritto, e i canonisti lo avevano di tal forma imbrogliato 
con falsit istoriche e prevenzioni religiose, e le pratiche 
di un popolo erano cos diverse da quelle di un altro, che 
spesso accadeva che ci che dagli uni era tenuto buono, 
dagli altri fosse giudicato malo; e scorta al procedere era-
no piuttosto le circostanze e l'indignazione pubblica, che 
fondate norme di giurisprudenza.
Un piccolo avvenimento porse occasione al consultore 
di trattare colla assueta sua perspicuit e lucidezza questa 
materia pressoch intatta. Nel novembre del 1609, uno di 
Orcinuovi fece una satira contro ai magistrati della pro-
vincia. La birraria, essendo ita per prenderlo, egli si salv 
nel convento de' francescani, e il guardiano, a miglior 
tutela, lo men in chiesa, presso al tabernacolo, e gli pose 
in mano l'ostia consecrata. Il bargello non sapendo che 
farsi, ricorse al Provveditore; il quale andato in persona 
sul luogo, n potendo colle buone convincere l'ostinato 
guardiano de' frati a cacciare dalla chiesa l'uomo, si fece 
egli innanzi, gli tolse il sacramento di mano e consegn il 
reo agli sbirri. Ma il frate insolente, andando dietro alla 
Corte, gridava accorr'uomo che il Provveditore era 
scomunicato. I Decemviri mandarono per lui, e lo fecero 
portare in prigione. Nacque allora alterco col nunzio che 
pretendeva violata l'immunit de' luoghi sacri, e vi 
aggiungeva causa di sacrilegio, perch il Provveditore 
aveva toccato il sacramento, cosa che non possono fare i 
laici: non si accorgendo della contraddizione, essendo che 
il sacrilego doveva essere il frate, mentre il magistrato 
aveva operato per legittima necessit: tanto  difficile ai 
teologi di fare un buon argomento.
Chiesto il consultore su ci che fosse da farsi, diede il 
suo parere in una breve scrittura; indi a miglior norma di 
altre contingenze compose una piena trattazione Delle 
immunit delle chiese, seguendo precipuamente le prati-
che della giurisprudenza romana. Comech non formi che 
un discorso continuo e senza alcuna divisione di libri e di 
capi, esso naturalmente si divide in due parti, e si potrebbe 
anco suddividerlo in capi o paragrafi. La prima parte o li-
bro espone l'istoria canonica del diritto di asilo e come fu 
introdotto fra i cristiani, e le leggi imperiali che lo hanno 
ammesso o circoscritto, e come quelle leggi furono intese 
o meglio sconvolte da' canonisti, e con quale principio si 
dovrebbero intendere. Posti questi fondamenti istorico-
legali, passa nel secondo libro ad esaminare quali, secon-
do le massime de' canonisti, sono i luoghi sacri che assicu-
rino dalla giustizia, quali le persone o i misfatti che pos-
sono trovarvi sicurezza, e per quale modo si possono di 
quinci estraere. Tocca poi in una bolla di Gregorio XIV 
sulla immunit delle chiese, e ne dichiara il senso e l'ap-
plicazione, e chiude con una breve ma erudita epitome su-
gli asili sacri fra gli Ebrei, i Greci ed i Romani e ne fa un 
giudizioso confronto con quelli de' Cristiani. In forma di 
ricapitolazione segue poi una minuta distinta in 24 capi 
per servire di guida ai magistrati, onde vedere in un colpo 
d'occhio quali siano i casi d'asilo o non siano. La sostanza 
 che Fr Paolo considera come un abuso questa pretesa 
immunit delle chiese, ma stante i pregiudizi della et ne 
consiglia la tolleranza, cui per altro ristringe con tante 
clausole che riduce il diritto di asilo ai soli debitori insol-
vibili, purch non siano fraudolenti, e a' rei di delitto acci-
dentale. Gli altri tutti, quali per un titolo, quali per l'altro 
possono essere staggiti dalla giustizia. La ragione non a-
veva fatto peranco un tanto progresso, e questo trattato, 
malgrado la sua piccola mole, basta da s solo a far vedere 
quanto Fr Paolo fosse superiore al suo secolo. Quando 
gli errori  da gran tempo che pi non esistono, e che le 
opinioni sono gi vinte del contrario, fa maraviglia, a chi 
li ricorda, come quelli abbiano potuto esistere o che gli 
uomini potessero esserne capaci; e per per giudicar del 
primo che gli ha distenebrati convien farsi un'idea degli 
ostacoli morali che lo assiepavano e cui dovette rompere. 
A noi pare un assurdo il diritto di asilo, ma quando tutto il 
mondo era persuaso che era un sacrilegio il tradurre dalla 
chiesa alle carceri un malfattore, certo che vi voleva una 
acutezza di mente oltre il comune per vincere l'ignoranza 
universale, e molto coraggio per farla conoscere; che nulla 
 tanto pericoloso quanto predicare una verit contraria a 
pregiudizi di religione radicati da molto tempo, e al patro-
cinio di cui sono molti gli interessati. Posto ci, non far 
pi stupore che il trattato Delle immunit delle chiese sia 
stato a Roma dannato di eresia e registrato nell'Indice. Era 
un nuovo colpo recato alla potest ecclesiastica.
Ma un eguale giudizio non ne fecero le persone sensate: 
il dotto pubblicista Ugone Grozio chiam quel Trattato 
grande, e il Frickelburgio che lo tradusse in latino col tito-
lo De jure asylorum, lo giudic meritamente il pi bello e 
pi compiuto manuale che i giureconsulti desiderare po-
tessero; il Senato di Milano lo fece aggiustare alla pratica 
di quel ducato, lo stesso fecero altri stati d'Italia e di Ger-
mania: il libro ebbe la pi gran voga, port frutti benfici: 
ora le chiese sono luoghi di adorazione, non asilo de' mal-
fattori.
Bench cessato il motivo per cui fu scritto,  nondime-
no curiosissimo ancora a leggersi, perocch fa conoscere 
alcune circostanze della societ e delle leggi di quel tem-
po.
L'originale italiano  poco conosciuto, bench stampato 
nella collezione di opere del nostro autore fatta a Verona e 
a Napoli, dove, per idiotaggine degli autori fu posta come 
cosa diversa dalla traduzione latina qui sopra nominata. In 
alcune cose  infatti diversa, perch il Frickelburgio la e-
segu sopra un esemplare di Milano dove erano state in-
trodotte alcune variazioni convenienti alla diversa localit, 
e omessi alcuni paragrafi. Il che ha tratto in inganno Mar-
co Foscarini (e colla sua autorit anco il Grisellini) il qua-
le non avendo veduta se non la versione latina, da alcuni 
luoghi che ivi si trovano dice che l'autore, quantunque ve-
neziano, si  voluto fingere milanese, i quali luoghi non 
sono nel testo di Fr Paolo che non solo si dichiara vene-
ziano, ma dirige il suo discorso al principe veneto. Ed a 
ragione osserva Fr Fulgenzio che il trattato De jure a-
sylorum  pi breve di quello che il consultore diresse al 
Senato.
Questa opposizione continua di Fr Paolo alle mire del-
la Curia ridest il mal sopito livore de' suoi nemici, e po-
chi mesi dopo la congiura de' frati accadero due o tre ten-
tativi contro la sua vita, dei quali non abbiamo che un o-
scuro cenno nelle sue lettere, seguendo sempre l'ordinaria 
sua prudenza di non rivelar mai cosa alcuna che potesse 
nuocere altrui. Quanto alle cospirazioni contro di me, 
scriveva agli 8 giugno 1609 ad un amico che gliene faceva 
richiesta, non ne mancano; ma io faccio ogni cosa acci 
vadano in silenzio, con questa opinione che il cos fare 
con solo sii il mio debito particolare, ma ancora serve a 
molti buoni fini. Una uguale sopportazione non avevano 
coloro che per altri buoni fini il volevano morto, i quali 
sul finire del 1609 fecero un nuovo tentativo, e nell'aprile 
del 1610 fu avvisato che li abbisognava guardarsi da Ro-
ma. N il lasciarono molto tempo in pace: a' primi di set-
tembre del 1612 giunsero lettere dell'ambasciatore veneto 
da Roma, avvisando che aveva scoperto una stretta tratta-
zione per ammazzare Fr Paolo. Il quale fu tosto chiamato 
in Collegio, lettagli la lettera, ammonito a darsi buona 
guardia, e offertogli tutto che gli potesse occorrere a pro-
pria conservazione.
Questa nuova trama era stata rivelata secretamente 
all'ambasciatore da un cardinale, il quale io suppongo es-
sere stato il Bellarmino; perocch questo medesimo ebbe 
la generosit, propria solo degli animi grandi, di renderlo 
altre volte avvisato che badasse a' suoi giorni. E fece pi. 
Un cattivo frate, Felice da Vicenza, aveva composto un 
libello infamatorio col titolo: Vita di Fr Paolo, e, speran-
done gran premio, lo present al papa, il quale lo diede a 
vedere al Bellarmino. Questi, dopo averlo letto, gli disse: 
Beatissimo Padre, questo libello  un tessuto di menzo-
gne: io conosco Fr Paolo, e lo conosco uomo da bene e 
d'intemerati costumi, e se calunnie cos fatte si lasciassero 
pubblicare da noi, tutto nostro sarebbe il disonore.
Creder mai il lettore che vi sia stato un vescovo al 
mondo che trovasse riprovevoli questi tratti di luminosa 
virt, e che stimandoli peccati enormi abbia fatto sforzi 
per provare che il Bellarmino uomo santissimo non pot 
fare cos poca stima delle censure ecclesiastiche, che a lo-
ro dispregio mandasse a salutare Fr Paolo sapendo che 
era scomunicato notorio e contumace, con la qual sorte 
d'uomini  interdetto ogni genere di commercio e fino di 
salutarli? Questo vescovo fu monsignor Giusto Fontani-
ni, e le riferite parole stanno nella sua Storia arcana di 
Fr Paolo, a carte 107. E il medesimo parlando del libro 
succitato, poco sta che non maledica il cardinale che ne 
disconsigli la stampa; ed esclama: Piacesse pure al cielo 
che fosse in essere questa vita di Fr Paolo, scritta da Fr 
Felice vicentino, perch si scoprirebbono delle altre cose 
che non sono giunte a nostra notizia, bench ne abbiamo 
tante e tante intorno alle sue scelleraggini, che bastano a 
far inorridire qualunque abbia scintilla di piet e religio-
ne..
Qui stanno bene quei versi di Dante:
		Lume non  se non vien dal sereno
			Che non si turba mai, anzi  tenebra,
			Od ombra della carne o suo veleno.
CAPO VENTESIMOPRIMO
(1609-15). Non  da ieri che i cherici, la storia de' quali 
 una serie continua di scandali, si sono recati a debito di 
calunniare la filosofia, e per farla bandire dal mondo e 
chiamare in sua vece una pia stupidit, passiva ministra 
della superstizione, cercano d'interessare il genio sospetto-
so di chi regna, attribuendo a lei le inquietudini politiche 
che altro non sono se non se naturali conseguenze di uno 
stato innormale ai bisogni della societ presente. Alcuni 
possono bene gridare repubblica, altri monarchia, ma lo 
spirito de' popoli non  per questa n per l'altra; bens de-
sidera quella onesta libert che lascia all'uomo l'uso delle 
sue facolt intellettuali, per raggiungere, quant' possibile, 
il suo perfezionamento; e quell'ordine di leggi in cui siano 
considerati non i comodi di un solo o di pochi, ma la quie-
te e sicurt universale, o che per soverchie clausole e 
troppi pretesti di reprimere il male siano di ostacolo al be-
ne. Chi user questa semplicit di governo che si adatta a 
tutti i sistemi, e che solo esige disinteresse e amor sincero 
degli uomini, otterr quello che oggi tutti desiderano, che 
pochi possiedono, dico la pace domestica tra principe e 
popolo, effetto non mai della forza, sempre della ragione.
Ma se invece voltiamo indietro di alcuni secoli il pen-
siero, vedremo che non mai la potest ovile fu meno sicu-
ra o pi travagliata, come quando i popoli furono obbe-
dienti all'imperio de' preti. Era allora che fioccavano gli 
anatemi, che i principi erano cacciati dai loro Stati, che 
frequenti e ferocissime erano le ribellioni e le guerre civi-
li, e che la dottrina del regicidio fu dai teologi convertita 
in dogma religioso; e fu pure allora che i casuisti, sottiliz-
zando le circostanze pi minute che accempagnano le a-
zioni umane, trovarono l'arte sofistica di far tacere i ri-
morsi, e inventarono quella religione meccanica che alle 
virt utili surroga pratiche indifferenti che non costano sa-
crifici al cuore, non tenute dal vizio e favorevoli alla ipo-
crisia. Ecco un'etica molto singolare: chi libera un'anima 
dal purgatorio acquista la quasi certezza che non sar dan-
nato; quell'anima, per effetto di gratitudine, pregher sem-
pre per lui. Niente  pi facile del conseguire un tanto 
vantaggio; voi fate dire una messa ad un altare privilegia-
to, e il purgatorio perde immediatamente uno de' suoi re-
clusi: abbiamo a questo proposito vari indulti de' papi, e 
particolarmente di Gregorio XIII e di Clemente XIII. Il 
peggio che pu accadere si  che queste messe privilegiate 
(cui bisogna pagare due franchi, mentre le altre non costa-
no che un franco) essendo in maggior numero delle perso-
ne che muoiono,  probabile che il purgatorio sia vuoto la 
maggior parte dell'anno: tuttavia si pu farle scrivere nel 
conto corrente alla colonna del credito. Ad ogni modo vi 
sono cento altri mezzi, e tutti del paro economici, per sal-
varsi infallibilmente: e sono tra questi la divozione al Sa-
cro Cuore di Ges, o a santa Filomena, l'orazione di santa 
Brigida, le indulgenze plenarie o quelle in articulo mortis, 
lo scapolare del beato Simone Stock, generale de' carmeli-
tani, del quale la virt preservativa contro la casa del dia-
volo  attestata anco da papa Benedetto XIV.
Leggendo le istorie ho chiesto a me stesso pi di una 
volta come mai le religioni antiche, false, assurde, abbiano 
contribuito al bene della societ, afforzato gl'imperii, e in-
fuso il patriottismo e il coraggio nei popoli; e come una 
che porta una origine divina abbia partorito effetti contra-
ri? Perch mai l'evangelio del disinteresse ha degenerato 
nel codice dell'avarizia; e perch la religione della carit 
ha cagionato tante discordie e fatto versare tanto sangue? 
Gli oratori da pulpito possono bene infiorare i loro periodi 
con sonore declamazioni; ma circa tre mila eresie, almeno 
diecimila scismi, cinquantamila battaglie per motivi di re-
ligione, e il tribunale del sant'Offizio con cento milioni di 
vittime, sono pure le innegabili conseguenze di una sola 
parola, e questa parola  appunto sconosciuta all'evange-
lio: l'Intolleranza.
Se la religione dovesse unicamente consistere in uno 
sforzo dell'uomo ad imitare la divinit, non vi sarebbe pi 
molto da contendere quali sieno i suoi principii fondamen-
tali; perocch la ragione basterebbe a farci conoscere esse-
re verissima quella che mena la societ ad un grado pi 
alto di perfezione morale. Tali sono i caratteri del cristia-
nesimo: La religione monda ed immacolata appresso Dio 
e il Padre, dice il Nuovo Testamento,  questa: essere be-
nefico e pietoso, e custodirsi puro dalle contaminazioni 
del secolo. Nessun legislatore ha mai dato in pi poche 
parole un precetto, le conseguenze di cui sono infinite: un 
corpo sociale che lo mettesse in pratica raggiungerebbe la 
maggiore possibile felicit; ma poich l'essere umano si 
governa tutto per passioni, e primeggiano fra loro l'ambi-
zione e l'avarizia, elle fecero supporre che anco a Dio pia-
cessero le ricchezze e la potenza. In conseguenza di che 
fra le instituzioni e leggi ecclesiastiche inventate da otto-
cento anni, poche sono quelle che non abbiano per fine di 
padroneggiare le coscienze e far denari. I meriti spirituali 
divennero facolt trasmissibili: essendone depositari i pre-
ti, li vendevano; avendone bisogno i laici, li compravano. 
E il papa, vicario di Dio in terra, uguale a Dio in plenipo-
tenza, giustizia e infallibilit, essendo la scaturigine di tut-
ti que' beni, divenne l'oggetto principale del culto, e sog-
getto le sue leggi.  naturale il credere che nessuna ne fa-
rebbe in suo svantaggio.
Malgrado la bont del sistema e i raffinamenti con cui 
seppero condizionarlo, esso era pur sempre esposto a mol-
te peripezie, soprattutto se un'indiscreta curiosit si fosse 
data la briga di confrontare il vecchio col nuovo. Cristo e 
gli Apostoli dettando il Nuovo Testamento si lasciarono 
sfuggire espressioni non al tutto ortodosse; onde la Curia 
romana, a rimedio degli inconvenienti, decise che si do-
vesse leggerlo solamente in latino, avendo fatto male gli 
Apostoli a scriverlo in lingua del popolo; e non essendosi 
Iddio spiegato abbastanza chiaro, si apparteneva ad un 
uomo suo vicario a correggerne le oscurit e a interpretar-
le.
Se lo spirito umano, confidandosi interamente nelle sol-
lecitudini dei preti, si fosse appagato di una pia ignoranza, 
il mondo europeo non avrebbe forse fatto tanti progressi 
verso uno incivilimento pieno di ansiet e di pericoli, ma 
godrebbe di quella passiva quiete di cui godono i popoli 
del Tibet sotto il paterno scettro del gran Lama, un altro 
divino antropomorfo simile al nostro papa. O se i novatori 
del secolo XVI si fossero contentati di versare su questio-
ni speculative, sarebbe stata una guerra di penne fra i teo-
logi, incominciata e finita in loro. La santit di papa Ales-
sandro VI, bench proibisse la lettura del Corano, era mol-
to inclinato alla religione di Maometto, come lo provano i 
suoi costumi e le sue lettere; ci non era incompatibile 
colle qualit di un vicario di Cristo. Prima di Lutero, l'ate-
ismo pratico era la religione della Corte di Roma e de' pi 
gran principi e de' pi begl'ingegni della Italia: ma questo 
era un errore invincibile, tollerato perch riconosceva co-
me indisputabili le prerogative della santa romana Corte. 
Per converso, i prefati novatori movendo guerra al purga-
torio, alle indulgenze, alle dispense, all'ordine gerarchico, 
e soprattutto alla potest del pontefice e ai beni del clero, 
punti sostanziali della fede, tutte le parti interessate si tro-
varono in obbligo di perseguitarli come ladroni che vo-
gliono rubare i tesori del santuario.
Osserva Macchiavelli che gli uomini dimenticano l'uc-
cisione de' congiunti, non mai se li tocchi nella borsa; e 
che i principi, difficili a perdonare, il sono ancor pi se 
sono offesi nell'amor proprio. Tali in verit furono le colpe 
inespiabili di cui si era fatto reo il consultore. I curiali, 
convinti sinceramente che il vero evangelio sta nelle de-
cretali dei papi, che le cose spirituali sono un bel niente 
senza le temporali, che la Chiesa di Dio  violata col do-
ve i suoi ministri non abbiano privilegi, non siano ricchi o 
che siano chiamati alla ubbidienza di leggi profane, ave-
vano ragione di trattarlo Stylo roman Curi, perch ne-
gava queste verit sacrosante e voleva indurre anco gli al-
tri nella sua opinione. Perci dicevano ch'egli era Un 
grande impostore, un grand'empio, un gran nemico di Di-
o, de' principi, della societ, serpente taciturno che avve-
lena in secreto, ateo, ipocrita, malvagio, esecrabile, simile 
a Cam che merit di essere maledetto. Che tali sono gli 
epiteti con che solevano personificarlo, e di cui sono pieni 
i loro libri.
Conoscendo le immense forze del suo ingegno e i mez-
zi poderosi che metteva in opera, non mai deposero il pen-
siero di togliersi d'intorno un cos pericoloso nemico; e 
avendo assaggiate indarno tante strade per averlo vivo o 
morto, affinarono l'intelletto a trovar come farlo apparire 
un eretico alla Repubblica, e perderlo per questa guisa. Le 
insidie vennero da lungi, e con poco suo decoro vi si pre-
st la corte di Francia, che in balia di donna vana e pinzo-
chera, di fazioni e di raggiri, era materia arrendevole agli 
intrighi de' preti.
Ho ricordato in pi luoghi che il consultore carteggiava 
con varii sapienti di Francia. Era fra questi un Francesco 
Castrino, calvinista, in favore della corte, dotto, ameno, 
ufficioso. Tutti gli autori lo fanno francese, ma era italia-
no, e probabilmente di Ferrara, dove aveva un fratello e 
alcuni beni, e rifuggito in Francia per mutata religione, era 
stato raccomandato al Servita dal signore de l'Isle, altro 
suo amico; ed entrato in relazione con lui, e trovatolo one-
sto e prudente e pronto a' servigi, se ne giovava d'inter-
mezzo a corrispondere con altri amici e a procacciarsi libri 
o notizie che alla qualit delle sue occupazioni potevano 
occorrere. Ma nel 1610 cominci a diventare personaggio 
equivoco, e Fr Paolo fu avvertito di non scrivergli. Per 
vero alla met circa di quell'anno, trovandosi presso a ca-
dere in disgrazia, e forse anco incalzato dal bisogno, il 
Castrino credette di beneficarsi il nunzio Roberto Ubaldini 
portandogli alcune lettere di Fr Paolo; ma nessuno gio-
vamento n'ebbe, perch pochi mesi dopo, perduto l'impie-
go, caduto in povero stato, dopo vicende e sfortuni varii, e 
tornato in Italia, e catturato dall'Inquisizione, fin misera-
mente sul patibolo.
Fin da quando l'Ubaldini fu mandato in Francia a vece 
del cardinale Maffeo Barberini, sul finire del 1607, ebbe 
commissione di spioneggiare le corrispondenze del con-
sultore, scoprire quali fossero i suoi amici col, ed indaga-
re attentamente le intelligenze e i disegni ch'ei manteneva 
cogli eretici di oltremonti. Ed avendo saputo che Giovanni 
Diodati, ministro di Ginevra, faceva ristampare in piccolo 
formato il Nuovo Testamento, da lui con singolare elegan-
za tradotto in italiano, e che pensava mandarne molti e-
semplari a Venezia, l'Ubaldini, nel febbraio del 1608, ne 
scrisse a Roma, e da Roma fu avvisato il nunzio Gessi, 
che se capitava a Venezia il Nuovo Testamento lo facesse 
proscrivere, perch  libro eretico.
Un mese dopo l'Ubaldini seppe che Gianfrancesco 
Biondi, segretario della legazione veneta in Francia, man-
dava a Venezia una raccolta pestilentissima di libri, e tut-
to sbigottito corse a raccomandarsi al ministro di Francia 
Villeroi e ne scrisse a Roma: a sentir lui pareva che un e-
sercito di Ugonotti calasse in Italia; che Venezia fosse in 
procinto di apostatare; e che quei trenta o quaranta tomi, 
tutti in latino, dovessero pervertire le coscienze fino de' 
gondolieri e degli arsenalotti. Erano libri di controversia o 
di politica o di curiosit letterarie fatti comperare da Fr 
Paolo.
Al vedere la costernazione di certi preti tosto che appa-
risse un libro, che non si appunta con le loro opinioni, na-
sce il sospetto che loro medesimi non credano a quello 
che insegnano; perch se fossero convinti che insegnano 
la verit, dovrebbero dilettarsi nel vederla discussata; per-
ch la verit essendo una sola, inalterabile ed eterna, i pi 
ingegnosi sofismi posti al paragone di lei, impallidiscono 
come la luce smorta di una lampana portata in faccia 
all'ardente meriggio. Ci  quello appunto che Arnobio, 
uno dei padri della Chiesa, rimproverava ai preti pagani, 
quando volevano condannare alle fiamme le opere di Ci-
cerone, perch i cristiani se ne servivano a dimostrare le 
assurdit del paganesimo. Se veramente siete certi della 
vostra religione, confutatelo, provate che ha torto; ma 
sopprimerne le opere, o impedire che siano lette, non  di-
fendere gl'iddii, ma aver paura della verit. Par fino che 
Arnobio abbia voluto proverbiare la sacra Congregazione 
dell'Indice.
Il nunzio fece grandi sospetti sopra le intelligenze che 
passavano tra il consultore e Antonio Foscarini, ambascia-
tore di Venezia in Francia; e quantunque le lettere tradite-
gli dal Castrino non gli fornissero alcun lume, ei si cred 
tuttavia di avere fatta una grande scoperta, le mand a 
Roma dove parvero odorare di eresia alcuni concetti che 
in ogni altro scrittore sarebbero tornati indifferentissimi. 
Guai al Sarpi se avesse detto come il cardinal Bembo, che 
le epistole di san Paolo sono epistolaccie; che le parole 
fides ed excomunicatio sono termini barbari, e vi avesse 
sostituito persuasio e aqu et ignis interdictio, e se avesse 
chiamato la Madonna, Dea. Guai a lui se avesse scritto 
lettere ad un turco nello stile di quelle che scriveva Ales-
sandro VI a Bajazette II: tutta la Curia avrebbe detto che 
egli era maomettano nel cuore. Ricordi il lettore la lettera 
in cifra che Fr Gabriele aveva presentato all'Inquisizione 
di Roma, nella quale non si trov motivo di accusa: ora i 
tempi erano cambiati, e la Corte che voleva Fr Paolo ere-
tico ad ogni patto, andava macchinando il modo di far 
pervenire al Collegio, in forma diplomatica, le lettere in-
trapresegli dall'Ubaldini; ma il nunzio Gessi, essendo o-
mai persona fastidiosa alla Repubblica, bisognava trovare 
qualche altro che lo secondasse e desse maggior peso ed 
autorit alla rimostranza.
Fu scritto all'Ubaldini che interessasse la corte di Fran-
cia; ed egli fece intendere alla regina Maria ed al Villeroi 
quale servizio renderebbono alla santa religione se coope-
rassero con lui a far perdere impiego, fama e vita ad un 
empio, qual era Fr Paolo. Tra le molte lettere di lui, che 
si dicono essere state trasmesse a Roma dall'Ubaldini, ev-
vene alcune, dove l'autore parla del re Enrico, della Fran-
cia e dei Francesi con modi assai sprezzanti; ma le ingiu-
rie non essendo nello stile di Fr Paolo, e quei modi es-
sendo parimente contrari alla opinione che lui aveva di 
quel principe e di quella nazione, io sospetto che sianvi 
stati aggiunti nelle copie dai medesimi suoi nemici, onde 
viemmeglio incitare la corte di Francia avverso di lui.
Queste pratiche durarono qualche tempo; perch infine 
non essendo altro che un pettegolezzo, la corte di Francia, 
malgrado la sua bacchettoneria, non poteva cos di sguito 
occuparsene come di grave negozio di Stato.
Sul finire del 1611, a Champigny era succeduto 
nell'ambasceria di Venezia Leone Bruslart; di parte, spa-
gnuolo; d'indole, doppio; di religione, ipocrita; il quale, o 
che avesse qualche intendimento col nunzio o con gesuiti, 
o che per propria malignit il facesse, appena giunto al 
luogo di sua residenza inteso ad amicarsi Fr Paolo per 
ispiarne le azioni e i pensieri, o rapirgli documento che 
potesse giovare alla sua rovina. E colto il pretesto di tra-
smettergli due lettere di cui era portatore, una delle quali 
del presidente de Thou, lo fece pregare di mandargli le ri-
sposte che avrebbe ricapitate, aggiungendo che desiderava 
continuare quell'amicizia che per lui ebbero gli ambascia-
tori Urault de Maisse e Dufresne Canaye, e che, se gli 
permetteva, sarebbe andato a fargli visita. Ma il Sarpi che 
gi innanzi l'arrivo di Bruslart, si era informato in Francia 
chi egli si fosse, e di quale natura, e lo sapeva pi al male 
che al bene inclinato, ricevette le lettere, non mand le ri-
sposte, e fecegli dire che essendo consultore non poteva 
senza permissione trattenersi con lui. Di che indispettito 
Leone, non se ne cur altro, e scrisse in Francia che Fr 
Paolo era uomo senza religione, senza fede, senza co-
scienza e che non credeva nell'immortalit dell'anima.
Sulla fine del 1612 Bruslart ricevette comandamento da 
Villeroi di adoperarsi col nunzio di Venezia, onde presen-
tare al Collegio le lettere che ho detto, e far in modo che 
Fr Paolo fosse sgabellato, o per lo meno spiare le sue re-
lazioni, e il modo come staggire il suo carteggio. Consul-
tarono Gessi e Bruslart, ma videro che il consultore era 
troppo dentro nel cuore de' Veneziani, e sodamente fonda-
ta la sua riputazione, talch non avrebbono potuto essi 
mutare, per cosa che facessero, le opinioni; e quand'anco 
fosse ci stato possibile, l'attuale momento era tutt'altro 
che propizio, stantech le vive controversie di confini, di 
giurisdizione, di sovranit ed altre contingenze politiche 
rendevano in quel punto non pure utile, ma necessaria alla 
Repubblica la persona di Fr Paolo: molto pi che era 
comparso in quell'anno il libro dello Squittinio cos mole-
sto a' Veneziani. Videro ancora che quelle lettere erano al 
tutto insignificanti: e perch fossero indirizzate a persone 
eretiche, non ne veniva la conseguenza che fosse eretico 
anco lo scrittore. Conchiusero adunque di non presentarle, 
perch avrebbero fatto una ridicola comparsa eglino, e pi 
vantaggio che danno a Fr Paolo. Bene si avvisarono di 
mostrarle con misteriosa malignit, e lamentando i perico-
li della religione e la cecit de' senatori, a pi pinzochera o 
papalisti, o nemici del Sarpi, affine di promovere occul-
tamente la calunnia o il raggiro.
Di tutte queste cose Leone diede conto al ministro, ag-
giungendo che Fr Paolo non aveva da pi mesi corri-
spondenza alcuna oltremonti, e probabilmente anco l'ave-
va interrotta del tutto dopo il tradimento del Castrino; che 
intraprendere le sue carte a Venezia o in Italia era cosa 
impossibile, perch le mandava nei dispacci degli amba-
sciatori col mezzo di segretari fidatissimi, e bene suggella-
te; ma non difficile in Francia facendo svaligiare il corrie-
ro, e indic le persone atte all'opera.
Non vergognarono quei ministri pettegoli di usare mez-
zo tanto odioso, ed ebbero l'arte di render complice della 
trama il cavaliere Giustiniani succeduto nell'ambasciata al 
Foscarini; al quale essendo diretti i dispacci, poteva age-
volmente e con tanta comodit levarne le lettere del con-
sultore, e lasciare che il nunzio ne prendesse copia. Ma 
l'esito non corrispose alle speranze; perocch il Sarpi, a 
cui non erano ignote queste insidie, e sapeva come gli in-
quisitori del sant'Offizio di Milano e di Trento avessero 
ordine d'invigilare sui libri che passavano per Venezia, 
scriveva di rado di sua mano, quasi sempre in cifra, anda-
va molto cauto nelle cose da scrivere, n per lo pi corri-
spondeva se non con persone per cui avesse commissione 
o licenza dal governo.
Cos, malgrado le usate fraudi, poche lettere indifferen-
tissime pervennero in mano dell'Ubaldini, che, con quelle 
consegnategli dal Castrino sommano a quaranta o circa, di 
cui si hanno copie a penna. Alcune sono dirette all'amba-
sciatore Antonio Foscarini, altre al Castrino medesimo; di 
queste ultime sole bisogna che il nunzio abbia avuto gli 
originali, e delle altre avr avute le copie procurategli da 
esso Castrino tenuto in molta confidenza dall'ambasciato-
re. Ma poich si ebbe cura grandissima di farne sparire gli 
autografi, molte fondate ipotesi fanno credere che i nemici 
del Sarpi vi abbiano fatte interpolazioni a capriccio. Ho 
gi detto di alcuni passi che ferivano la Francia; altri ve ne 
sono nell'istesso senso centro al governo veneto, ma pochi 
o nessuno sar per credere che simili frasi potessero cade-
re dalla penna del circospetto Fr Paolo; ed oltredich era 
svisceratamente veneziano, questi tratti non sono punto 
conformi alla sua indole o maniera di scrivere. A chi esa-
mina quanto il Sarpi fosse ammisurato e prudente, e di 
quali e quanti mezzi iniqui si siano fatto lecito i suoi ne-
mici per nuocergli, non riuscir difficile di credere che un 
brano di lettera risguardante il cavaliere Giustiniani non 
sia stato fabbricato da loro a posta fatta per irritare 
quell'ambasciatore e renderlo pieghevole ai loro desiderii. 
Ecco il brano quale vien recitato dal cardinal Pallavicino. 
L'ambasciator nuovo per costi (il Giustiniani)  uomo di 
molta capacit, prudente e savio, ma papista; e non per i-
gnoranza, ma elezione, onde merita tanto pi esser guar-
dato. Fr Paolo ha con lui corrispondenza pubblica, ma in 
secreto confidenza nessuna. Egli, procurer aver conver-
sazione con Casaubono, con il signor C. (Castrino), i quali 
faranno bene aver pratica sua, ma con cauzione. In un 
esemplare ch'io possiedo, e tratto da antico codice, la cosa 
sta semplicemente in questi termini: L'ambasciator nuo-
vo per costi  uomo di molta capacit, onde merita tanto 
pi esser guardato ecc. E per conoscere a quante altera-
zioni andarono soggetto le lettere del Sarpi, e come cia-
scun partito abbia cercato di aggiustarle allo scopo suo, la 
sopraddetta lettera sconcia e mutilata orribilmente, si leg-
ge pure fra quelle stampate a Ginevra, ed  la CXX. Il 
passo recitato sta come vien prodotto dal Pallavicini, con 
questa notabile diversit: Egli procurer aver conversa-
zione con protestanti, con Casaubono e con il signor ** 
quali ecc.. Il mio esemplare a vece di protestanti, ha let-
terati, che non pure muta il sentimento, ma, come ognun 
vedere ne produce uno pi regolare. Il testo del Pallavici-
no ha n l'uno n l'altro vocabolo.
Poich l'ordine del discorso mi ha condotto a nominare 
le lettere ginevrine, ragion vuole ch'io mi estenda alquanto 
pi sull'argomento, stante che sia il corpo del delitto su cui 
la turba dei curiali fabbric alla memoria di Fr Paolo il 
processo di eresia.
Ha gi veduto il lettore che per motivi diversi gli scrit-
tori della Curia hanno cercato di far apparire Fr Paolo un 
protestante, sperando con questo di scemar forza alle veri-
t da lui insegnate, laddove i protestanti fecero sforzi 
anch'essi per provare che Fr Paolo cattolico approvava le 
opinioni loro; perocch questo sommo teologo, essendo in 
altissima considerazione per dottrina e santit di vita appo 
tutte le persone dotte e spregiudicate della comunione ro-
mana, i protestanti speravano colla sua autorit di scemare 
le prevenzioni a loro sfavore e ingrandire la propria fazio-
ne: e fu con questa mira che nel 1673 pubblicossi a Gine-
vra, con falsa data di Verona, una raccolta di lettere italia-
ne del Sarpi, scritte la maggior parte a Gerolamo Groslot, 
signore dell'Isle. Giovanni Alberto Portner, magistrato di 
Argentina, se n'era procurato un esemplare, cui mand al 
libraio Chovet di Ginevra. Ma sgraziatamente quegli che 
ne trascrisse la copia v'introdusse sconcezze enormi o per-
ch non intendesse la lingua italiana, o che alcune fossero 
scritte in cifra, o che l'autografo fosse guasto dal tempo e 
da incuria; quindi omise parole e frasi e nomi propri, ed 
anco periodi; ammass frammenti di varie lettere in una 
sola, scompose, disordin, fece in somma una mostruosa 
congerie, talvolta insipida, non di rado inintelligibile; e 
come se tanta salva di spropositi fosse ancora poco, altri 
innumerevoli ne aggiunse l'ignoranza dello stampatore 
imperito esso pure di lingua italiana, talch dispera il pi 
paziente filologo che volesse ridurre quelle lettere ad una 
ragionevole lezione. A coronar l'opera la malizia volle 
anch'essa avervi la sua parte, interpolando parole, adulte-
rando frasi, attribuendo allo scrittore maniere affatto non 
sue, onde farlo apparire sempre pi protestante, e furono 
osservate cos poco le convenienze che gli fecero dire per-
sino delle assurdit. Per esempio in due luoghi si fa dire a 
Fr Paolo che desiderava predicatori protestanti in Vene-
zia, perch colle prediche loro avrebbono potuto illumina-
re il popolo; e meglio ancora se fossero Grigioni, peroc-
ch questi fanno l'esercizio in lingua italiana.  incredibile 
che il consultore scrivesse tai cose, e ho gi detto che il 
culto pubblico era in Venezia vietato agli eterodossi. E 
quando cos non fosse, quai lumi poteva mai trarre il po-
polo da' ministri francesi o tedeschi che predicavano in 
una lingua da lui non intesa?
Quanto a' Grigioni,  ben vero che vi sono in quel paese 
alcune borgate, che faranno complessivamente 5000 ani-
me circa, dove si parla la lingua italiana e si osserva la re-
ligione riformata; ma di che sussidio potevano essere i po-
chi di costoro che vivevano in Venezia, poveri, senza let-
teratura, artigiani la maggior parte, e che si portavano in 
quella citt coll'unico fine di esercitare la loro industria? 
Fr Paolo non poteva ignorare che la maggior parte dei 
Grigioni italiani erano non pure cattolici ma superstiziosi, 
come sono anco adesso, e che il grosso dei riformati si 
componeva di Tedeschi o di Romanzi, i quali ultimi parla-
no un idioma che molto si avvicina all'italico, ma che sen-
za studio non  s facile intenderlo.
Queste e mille altre deformit indussero i critici vene-
ziani, primo tra cui il doge Marco Foscarini, gelosi della 
ortodossia del loro Fr Paolo, a credere che quelle lettere 
ginevrine non fossero sue; ma elle il sono senza dubbio. In 
mezzo ai patiti guasti e alle moltissime alterazioni vi si 
ravvisa pur sempre quello stile originale, vibrato, senten-
zioso, epigrammatico, e per cos dire, sarpiano; vi si rav-
visa quella sua sintassi pi veneziana che toscana: e chi  
avvezzo a leggere le sue opere, riscontra nelle lettere la 
massima rassomiglianza di pensieri e di stile. Il Foscarini, 
giacch gli altri non hanno fatto quasi altro che copiarlo, 
si appoggia principalmente a varii francesismi, a sgram-
maticature, a frasi inintelligibili. Ma ci ha niente a che 
fare col testo, essendo colpa di un ignorante stampatore 
che l'ha stampata.  innegabile che in esse lettere vi sono 
molte lacune; che il copista ha lasciato nella penna frasi e 
righe intiere; che ad alcune manca il principio o il fine, 
altre sono mutilate di pi o meno lunghi squarci, e ad altre 
furono incorporati frammenti fuor di di luogo, e che deb-
bono appartenere a diversa lettera. La medesima dappo-
caggine ha sfigurato quasi tutti i nomi propri, e moltissimi 
appellativi, da non sapere che dire si vogliono. Quanto ai 
gallicismi, stanno pi nella maniera di scrivere le parole, 
usata dal copista o dallo stampatore, che nelle parole stes-
se, se forse anco non vi furono interpolati da mano idiota. 
Non so poi come l'acutissimo Foscarini abbia potuto cade-
re nella congettura, o, per meglio dire, illusione ingegno-
sa, che quelle lettere fossero originariamente scritte in la-
tino, poi tradotte in francese, indi da qualche malpratico 
voltate in italiano; e si appoggia ad una lettera latina di 
Fr Paolo indiritta a Francesco Ottomano, abate di San 
Medardo, e poi consigliere del Parlamento di Parigi, la 
quale  la penultima fra le italiane dell'edizione fatta di 
Verona, ove sta non solo mutata di lingua, ma col falso in-
dirizzo al Gillot. Abbiamo letto (continua egli) la stessa 
lettera in francese, e vi stava notato sopra che erasi tradot-
ta da un testo inglese. Tutto ci  verissimo; ma qual dot-
to critico avrebbe dovuto anco osservare che quella lettera 
tal quale giace nell'edizione ginevrina, toltine gli errori di 
stampa e l'indirizzo,  il vero originale di Fr Paolo, e le 
altre non sono che versioni. Se poi si confrontano queste 
ginevrine con altre italiane dello stesso autore, edite od 
inedite, dirette quali ad Antonio Foscarini, ambasciatore in 
Francia, quali a Francesco Priuli, ambasciatore alla corte 
di Cesare, e quali a Francesco Castrino, vi si riscontreran-
no i medesimi argomenti, le medesime frasi, gl'istessi mo-
di di dire, lo stesso giro di periodi, la stessa forma di vesti-
re il pensiero: e infine nelle une e nelle altre vi si trovano 
frizzi o maniere piccanti, brevi, epigrammatiche, sponta-
nee, le quali  impossibile che derivino da una traduzione, 
e peggio ancora da una traduzione di traduzione.
Non  del pari certo se tutte siano ugualmente indiritte, 
come porta il titolo, al Groslot, il che poco monta; ma 
giova osservare che non tutte appartengono a Fr Paolo. 
Alcune sono evidentemente di Fr Fulgenzio come indica 
la firma; altre, notabili per diversit di stile e fiacchezza di 
pensieri, devono pur essere di mano aliena, e non avere 
alcuna relazione con quelle del consultore.
Comech dunque tai lettere siano in complesso di Fr 
Paolo, per essere state barbaramente manomesse da me-
nanti, da stampatori, e da persone interessate a far apparire 
una cosa per un'altra, regola di buona critica vuole che da 
loro non si debbano dedurre, come con tanta sicurezza fu 
fatto, argomenti positivi intorno alle sue opinioni religio-
se.
Se Fr Paolo, a provare che i papi non sono infallibili, 
avesse adotto che san Marcellino apostat dalla Chiesa, 
sacrificando agli idoli nel tempio di Vesta, come si legge 
nel Breviario, e che sant'Innocenzo commise sacrilegio, 
andando co' sacerdoti pagani a far sacrifizio agli Dei del 
Campidoglio acci allontanassero dall'assedio di Roma il 
barbaro Alarico: tosto risponderebbono i curiali, il primo 
fatto esser dubbio, anzi rivocato per non vero da dotti cri-
tici; n valere l'autorit del Breviario, il quale contiene 
molte cose false, quantunque sia destinato alla edificazio-
ne dei preti; e che il secondo  narrato solo da Zosimo, 
scrittore pagano, nemico e calunniatore dei cristiani, e 
perci di fede sospetta.
E giusto di non condannare chi che sia su dati oscuri o 
prove dubbiose; ma questi canoni dovrebbono essere per 
tutti: eppure gli uomini sono ordinariamente cos convinti 
in favore de' loro pregiudizi, che trovano buoni tutti gli 
argomenti che li favoriscono, senza pensare agli argomen-
ti opposti od alle contraddizioni. Cos avvenne a' nemici 
di Fr Paolo. Qualunque uomo spassionato e di mezzana 
critica avrebbe ragionato cos: delle sue lettere nessuno ha 
veduto gli originali, le copie sono evidentemente adultera-
te e prodotte da gente che ci avevano passione sopra; sono 
adunque testimoni sospetti. Ma altri invece, acciecati ap-
punto da quella passione, rigettano un testimonio che par-
la contro di loro, perch  dubbio o parziale; e ne accetta-
no un altro che torna in loro vantaggio, quantunque dub-
bio o parziale.
Oltre all'accennate, si hanno del Sarpi assai altre lettere 
latine; ma a stampa quelle solamente, e non tutte, a Giro-
lamo Gillot e a Giacomo Leschassier, e due ad Isacco Ca-
saubono: restano inedite alcune di queste, e tutte le indi-
rizzate a Filippo Duplessis Mornay, e forse pi altre ignote 
a' bibliofili. Queste latine versano tutte su materie canoni-
che, e di preferenza sulle beneficiali. Sono brevi, erudite, 
piene di critica e di assai dilettevole e proficua lettura. Lo 
stile  puro, vibrato, sentenzioso al solito e pieno di brio e 
di naturalezza. Malgrado la semplicit e alcuni vocaboli 
nuovi, indotti o dalla scienza che tratta o per bisogno di 
stile famigliare e necessario, vi si vede una profonda co-
gnizione della lingua del Lazio e delle sue bellezze, e 
somma facilit nel maneggiarla e farla piegare ad ogni ar-
gomento. E convien credere che il cardinal Pallavicino 
non le avesse mai lette, o supporre in lui una buona dose 
d'impertinenza, se os dire che Fr Paolo era poco inten-
dente di latino.
Neppure queste lettere sono immuni da mutilazioni e 
interpolazioni, e tra le stampate pu il lettore averne un 
esempio nella seconda fra quelle al Leschassier, la quale  
un frammento della XIX, e nella XXX, dove  incastrato 
uno squarcio di altra lettera non pure fuor di luogo, ma 
che imbroglia affatto il sentimento; e parimente l'epistola 
settima al Gillot  terribilmente mutilata.
L'epistolio di Fr Paolo offre una lettura amena per 
molti aneddoti curiosi e per lo stile lepido con cui  detta-
to, ed  utilissimo a conoscere la storia di quei tempi, es-
sendo che, le italiane massime, versino molto sulle fac-
cende politiche della giornata. Onde io credo che farebbe 
cosa giovevole chi si occupasse a raccogliere tutte quelle 
che si conoscono, e pubblicarle unitamente; e poich gli 
autografi sono perduti, n vi  pi speranza di emendare il 
testo alla genuina lezione, converrebbe usare il lume della 
critica, correggendo gli errori di stampa o di trascrizione, 
riempiendo i vacui dov' possibile di farlo, levando le in-
terpolazioni manifeste, notando le dubbie, e riunendo a' 
suoi luoghi i pezzi slegati.
Dissi che gli autografi sono perduti, e pare che vi ab-
biano egualmente contribuito protestanti e cattolici, cia-
scuno nell'interesse di far sparire i monumenti delle pro-
prie manomissioni; molti parlarono della loro esistenza, 
ma, come dell'araba fenice, nessuno li vide. Il cardinale 
Pallavicino riportando nella introduzione alla sua Storia 
del concilio di Trento alcuni frammenti epistolari del Sar-
pi, con un giro tortuoso di frasi lambiccate ed equivoche 
vorrebbe quasi farci credere di averne veduti gli originali; 
ma se ci intese,  facile convincerlo di falsit. Ho anch'io 
copia di quelle lettere; di una ho gi riferito la variante; 
altra ei ne cita colla data 13 aprile 1611, nel mio esempla-
re  invece degli 8 giugno 1610, e confermano questa data 
i successi politici di cui ivi si parla. La data erronea  pro-
va che il Pallavicino non ebbe l'originale, ma una copia. 
Cita una lettera latina senza data: questa omissione  sicu-
ramente da imputarsi al copista; nel mio manoscritto ha la 
data 17 agosto 1610. Le altre che nomina nelle lettere pre-
fazie, sono identiche colle stampate poi a Ginevra, e il 
cardinale confessa che gli furono trasmesse di Francia, e 
non accenna chi gliele cavasse dall'autografo, e confron-
tando i frammenti suoi colle ginevrine si riscontrano ivi 
pure differenze di rilievo.
Fr Paolo aveva relazioni e corrispondenze a Roma, a 
Napoli, in Sicilia, in tutti i paesi dove erano ambasciatori 
o residenti della Repubblica, e in Francia, in Olanda, in 
Germania, in Inghilterra, fino in Ispagna e fino nelle re-
gioni barbare della Turchia: le sue lettere versano sopra 
oggetti famigliari, novit politiche o letterarie, critica, sto-
ria, jus civile e canonico, teologia, scienze, lettere, arti, a 
cui sapeva a tempo innestare aneddoti curiosi che toccano 
oggetti storici, caratteri di grandi personaggi, facezie e 
motti piccanti. Delle pi desiderate, dico le scientifiche, 
appena ne rimane alcuna: tutte le altre andarono disperse, 
ma pi ci duole per quelle scritte al gran Galileo.
Il catalogo degli amici e corrispondenti suoi sarebbe 
lunghissimo; pure  merito dell'opera di far conoscere i 
principali. In Venezia, quanto vi era di illustre per sapere, 
per pratica di negozi e per buona fama erano tutti del cir-
colo di Fr Paolo: quasi tutti i patrizi andati in ambasciata, 
o i segretari di essi carteggiarono con lui; fu tra questi An-
tonio Foscarini ambasciatore in Francia e poi in Inghilter-
ra; Francesco Contarini, ambasciatore a Roma; Tomaso 
Contarini, ambasciatore in Olanda, poi a Roma; Gregorio 
Barbarigo, ambasciatore a Torino, poi negli Svizzeri e a 
Londra, dove mor; Francesco Priuli, ambasciatore alla 
corte cesarea a Praga; Gianfrancesco Sagredo, console ge-
nerale nella Siria, ed altri moltissimi.
Fra gli uomini di Stato esteri, oltre ai nominati nel corso 
di questo libro, cio Ferrier, de Maisse, la morte del quale 
sent con vivo dolore la sera in cui egli medesimo fu pu-
gnalato, Dufresne Canaye, Wotton, Wandermyle, essi ad 
aggiungere Giacomo Bongars, consigliere di Enrico IV e 
da lui impiegato ad importantissime ambascerie a Roma, 
in Germania, Ungheria, Boemia e Costantinopoli, lettera-
to, critico ed erudito; il gran pensionario di Olanda Barne-
velt, e, secondo alcuni, il gran pensionario Einsius; ma pi 
di tutti Filippo Mornay, signore di Plessis-Marly, di fami-
glia illustre, congiunta di sangue coi Borboni, ministro ed 
amico di Enrico IV e governatore di Saumur. Fra gli eru-
diti, critici, filologi, teologi, giureconsulti e storici di gran 
fama, ricordo Isacco Casaubono, il quale non isdegn 
consultarlo sulla sua traduzione di Polibio, e da lui si ebbe 
notizie intorno alla persona e al carattere del cardinale Ba-
ronio e materiali per le sue Esercitazioni sugli Annali di 
quel porporato: della qual cosa fu il Sarpi incolpato come 
di crimine contro al dogma. Non  egli una prova della 
sua tendenza all'eresia, diceva un curiale, l'avere sommini-
strato al calvinista Casaubono documenti per scrivere con-
tro gli Annali dell'eminentissimo cardinale Baronio? Ag-
giungo Ugone Grozio, Claudio Salmasio, Giangherardo 
Vossio, presidente Augusto de Thou e Giovanni Meursio. 
Quest'ultimo sembra che facesse conoscenza con Fr Pao-
lo in occasione che accompagn i figliuoli di Barnevelt in 
un viaggio d'Italia nel 1609.
Fra' giureconsulti e canonisti sono Girolamo Groslot, 
signore dell'Isle e bal di Orlans, cui Fr Paolo conobbe 
di presenza in tempo che quello soggiornava a Padova ed 
a Venezia durante l'interdetto; Giacomo Leschassier, av-
vocato del parlamento e gi segretario nell'ambasceria di 
Polonia a Guido Fabre, signore di Pibrac, quel medesimo 
che fu anco ambasciatore di Francia a Trento: amicizia 
procuratagli dall'anzidetto Groslot; Giacomo Gillot cano-
nico della santa cappella e consigliere del re nel suo par-
lamento, dal quale, come dai fratelli Pietro e Giacomo 
Dupuy e da Simone Vigor (nipote dell'altro dello stesso 
nome, che come teologo intervenne al concilio di Trento) 
ebbe preziosi documenti che poi essi pubblicarono, per 
servire alla storia di quel concilio; Giovanni Ottomano si-
gnore di Villiers, consigliere ecclesiastico del parlamento 
di Parigi e abate di San Medardo di Soissons; il celebre 
sindaco della Sorbona Edmondo Richer, autore di pregiata 
istoria de' concilii ecumenici e di altre opere in cui spicca-
no dottamente le massime avverse alla Curia romana; 
Giovanni figlio di Guglielmo Barclay inglese, nato in 
Francia e morto in Roma, e gli avvocati francesi Arnaldo 
Buchel anco dotto antiquario, Luigi Servin e Pietro della 
Martelliere, noto pel suo Playidoier contro i gesuiti; altri 
avvocati in molta voce a quel tempo, Dollot, Leidresser, 
Dumoulin, Orman, ed Elia Asenmuller, gesuita refrattario, 
autore di opere contro la societ che salirono a qualche 
grido.
E infine, se parliamo degli scienziati, erano suoi amici 
Alessandro Anderson matematico scozzese, discepolo di 
Francesco Vite, e autore di un supplimento all'Apollonius 
Redivivus di Marino Ghetaldi; Giacomo Aleaume mate-
matico anco esso, fattogli conoscere dal Ghetaldi; e il ce-
lebre filosofo inglese Francesco Bacone di Verulamio, il 
padre della filosofia esperimentale, di genio vasto ed ori-
ginale come Fr Paolo, e come lui nemico degli inciampi 
che offrivano i guasti metodi e il male inteso aristoteli-
smo, e rintracciatore di nuovi secreti della natura.
Questa preziosa scelta di amici era non solo fra gli uo-
mini pi chiari per altezza d'ingegno, ma anco pi rispet-
tabili per sociali virt; e se cattolici, tra quelli che si op-
ponevano alle esorbitanze della Curia romana; e se etero-
dossi, tra quelli di pi moderati sentimenti e di spirito 
conciliatore o che pi si avvicinavano alla comunione cat-
tolica. Tali erano Casaubono, di cui i protestanti temevano 
ogni giorno la defezione; Grozio accusato d'indifferenti-
smo, perch non voleva pigliar parte al furore con cui si 
battevano i teologi; e cos Dallai, Salmasio, Vossio, che ad 
una squisita erudizione accoppiavano un giudizio sano ed 
imparziale, e lo stesso Mornay, pel suo credito, chiamato 
il papa degli Ugonotti, era moderatissimo, nemico delle 
controversie, e pi contrario, come tutti i protestanti illu-
minati, agli abusi del cattolicismo che agli usi di esso. N 
punto dissimili di costoro erano Wotton, Bedell ed altri 
degni dell'amicizia di Fr Paolo, del quale giusto mezzo 
nella elezione degli amici assai meglio che da arbitrarie 
presunzioni, pu uomo giudicare quali fossero le sue opi-
nioni religiose.
CAPO VENTESIMOSECONDO
Partendo dalla massima fondamentale dell'Evangelio 
che l'innocenza de' costumi e la piet verso Dio e gli uo-
mini, il che comprende il rigoroso adempimento di tutti i 
nostri domestici e sociali doveri, sono il primo e supremo 
dogma; che la legge di Dio non pone la sua essenza in va-
ne opinioni o nella osservanza di speciali riti, ma nella 
pratica della virt; che le disputazioni sono figlie d'indole 
curiosa o superba e menano alla discordia e al fanatismo: 
Fr Paolo pi che le dottrine speculative de' teologi stima-
va la moralit delle azioni, e purch un uomo fosse virtuo-
so, poco si curava di sapere se credeva al merito de con-
gruo e de condigno, alle cinque cause dei sacramenti e al 
loro numero settenario provato col numero dei sette piane-
ti, e ad altre cose che saranno vere, posciach i teologi le 
trovarono in Aristotele, ma che possono bene essere inuti-
li, essendo state ignote a Cristo ed agli Apostoli.
L'Evangelio comanda di adorare Dio in ispirito e verit; 
san Paolo rimprovera il culto verso gli angeli; e i cristiani 
dei primi tre secoli ebbero in orrore le immagini come le 
hanno ora i maomettani. Eugenio, vescovo di Laodicea, 
che fior a' tempi di Costantino, fu il primo che facesse 
pingere sacre immagini nel vestibolo e intorno ai portici 
della sua Chiesa. San Paolino, vescovo di Nola, morto nel 
431, imit quest'uso in Italia e introdusse le immagini an-
co in chiesa; ma ne fu biasimato. Verso il 595, san Grego-
rio papa scriveva a Sereno, vescovo di Marsiglia, che 
proibisse di forza il culto alle immagini, abbench potesse 
tollerarle in chiesa a documento d'istoria. La religione a' 
simulacri prevalse prima fra gli Orientali, eppoi fra' Lati-
ni, a cui contribu l'ignoranza de' monaci antropomorfiti 
che attribuivano a Dio figura umana; e la venalit o l'im-
postura moltiplicarono fra i Greci certe immagini cui van-
tavano dipinte da san Luca o dagli angeli o che dicevano 
calate dal cielo. Pass la cosa a tanta superstizione che pi 
nessun culto era prestato a Dio, e tutto ad immagini di le-
gno o di tela. L'imperatore Leone Isaurico, nel 726, le fece 
togliere dalle chiese, ma si merit dai posteri divoti il tito-
lo eretico d'iconoclasta, e perdette le sue provincie d'Italia 
che si ribellarono, scacciarono da Ravenna gli esarchi, da 
Roma e da Napoli i duchi e si fecero indipendenti. Papa 
Gregorio II, nel difendere l'iconolatria, diceva che si pin-
gono i martiri ma non la Trinit, perch era impossibile: 
alcuni secoli dopo anco questo fu trovato possibilissimo. 
Il culto alle immagini, combattuto per pi di un secolo da 
sei imperatori e da numerosi concilii, trionf per mezzo di 
due donne, le imperatrici Irene e Teodora. Il concilio di 
Francoforte convocato da Carlo Magno nel 794, a cui as-
sistettero pi di 300 vescovi, anatemizz il secondo conci-
lio ecumenico di Nicea e condann il culto delle immagi-
ni; il quale nondimeno ebbe il disopra nei secoli seguenti. 
E quantunque i teologi dicano che non  necessario, sono 
zelantissimi a dar dell'eretico perla testa o almanco del 
novatore irreligioso a chiunque volesse dirvi contro alcuna 
parola, e insegnano ancora che si pu dire: Padre nostro 
che sei ne' cieli ad una immagine di donna pinta sul muro, 
e Salute, o regina, madre di Dio al simulacro di un frate 
sculto nel legno: e perch Fr Paolo non voleva dir padre 
ad una donna e madre ad un frate, e non teneva altre im-
magini tranne un Cristo nell'Orto e un crocifisso, fu rim-
proverato di empiet: era per lo meno uno scandalo che 
poteva per l'esempio pregiudicare alle limosine, versate ai 
santi in maggior copia che a Dio.
Io credo che in tutto il mondo cattolico non vi sia nep-
pure un tempio dedicato a Dio solo: i Romanisti temono 
molto pi il deismo del politeismo, e bench quello fosse 
la religione di Ges Cristo e degli Apostoli, lo hanno per 
non molto differente dell'ateismo: infatti un Ente che pu 
tutto e che ha bisogno di niente non  molto favorevole 
alle limosine, e a chi ha voglia di darle o desiderio di rice-
verle. Fra le divinit della religione romana, la Madonna 
occupa il primo posto, e se non  superiore alla Trinit, 
poco le manca: la sterminata sua onnipotenza  molto ac-
conciamente espressa dai sonori epiteti che le sono prodi-
gati nelle litanie che portano il suo nome. In Roma, sopra 
duecento chiese, cinquanta almeno sono dedicate a lei: la 
stessa proporzione si osserva negli altri paesi.  veramen-
te la divinit che ha fatto pi miracoli di ogni altra; fu ella 
che inspir tante volte il genio sublime di Raffaele e del 
Coreggio, e la patetica musa del Petrarca e la profonda di 
Alessandro Manzoni. Nondimeno Fr Paolo non sembra 
che ne fosse molto divoto: io non lo accerto, ma il lettore 
pu vedere ci ch'e' ne dice nel libro secondo della sua I-
storia del Tridentino, dove parla della immacolata conce-
zione: so bene che il cardinale Pallavicino ne fu terribil-
mente scandalizzato, e prov colle autorit di Aristotele e 
de' giureconsulti che la madonna  nata senza peccato ori-
ginale.
L'autore del Vangelo ristrinse in sette versi l'orazione 
dominicale, e disse che il multiloquio  cosa da pagani: 
ma col tempo vi furono trovate molte cose da correggere, 
e fu conosciuto che quella preghiera era troppo corta e 
meschina; e che Dio, simile agli uomini, o tal fiata fa il 
sordo o non ode se non  importunato: quindi fu trovato il 
modo di prolungarla col ripeterla quindici volte e confe-
zionarla di 150 ave maria. Ma il Sarpi, esclamava un buon 
papalista, il Sarpi era cos empio che si atteneva alla dot-
trina di Ges Cristo e non recitava il rosario!
Se si dovesse prestar fede a tutte quelle reliquie che si 
mostrano in tutti i paesi, diceva il pio Ganganelli, bisogne-
rebbe molte volte persuadersi che un santo avesse avuto 
dieci teste e dieci braccia. Anco Fr Paolo pare che pen-
sasse egualmente: altro titolo all'eresia. Ma quello che su-
per ogni eccesso, e che eccit al vivo il santo orrore de' 
curiali, si fu che il Sarpi, trovandosi in punto di morte, 
non chiese le indulgenze che il santo padre suole concede-
re ai moribondi, quasi lettere di raccomandazione per l'al-
tro mondo.
San Paolo era cos contrario allo spirito di controversia 
che lo condanna almeno in venti luoghi, e raccomandava 
invece la tolleranza e la sopportazione, siccome le sole 
che potevano conservare la carit. Quindi ancora il nostro 
teologo si querelava spesso della passione del suo secolo 
per la controversia, e non sapeva concepire come gli uo-
mini si odiassero per dispute vane, perdessero il tempo a 
sottilizzare intorno a cose incomprensibili, mentre i dogmi 
dell'Evangelio sono testuati e semplicissimi. Pensava al-
tres che tutte le opinioni, tranne l'ateismo, possono essere 
tollerate dai governi. Ma questa tolleranza era meramente 
nell'interesse della societ e pel riposo di lei; perocch 
l'indifferentismo non si attagliava colla austera indole del 
Sarpi, e ne faceva un'accusa a' gesuiti che lo insinuassero. 
Non credeva che uomo potesse passare da una religione 
ad altra senza un motivo interessato, quindi non senza in-
differenza per ambedue. Abboniva meno l'empiet della 
superstizione. L'empio, diceva, non nuoce che a s stesso, 
n cura di propagare la sua dottrina, e quand'anco il voles-
se, non potrebbe.  un mostro in umano ingegno, e pochi 
sono depravati che vogliono seguitarlo. Ma la superstizio-
ne  contagiosa, e chi n' infetto fa sforzi perch ogni altro 
diventi simile a lui.
Tutti, diceva ancora, e singolarmente i principi, sono 
obbligati per coscienza a conservare la religione. L'essere 
nati nella comunione cattolica doversi riguardare per un 
beneficio di Dio, e per un segno della sua ira, il dipartirse-
ne; e biasimava i protestanti intorno alle loro prevenzioni, 
cui dava nome di superstizione, e perch non distingueva-
no abbastanza il vero cattolicismo, semplice, nobile, tolle-
rante, dal mascherato e bottegaio. Confessava esservi abu-
si nella comunione cattolica, non colpa di lei, s degli uo-
mini; perocch i principi trascurano lo studio della reli-
gione, contentandosi di averne una senza sapere che cosa 
si sia, e sopportando, per interesse e convenienza, che i 
popoli sotto specie di piet sieno ingannati con sempre 
nuove invenzioni e riti, senza considerare che ogni rito 
porta seco la sua credenza, e cos la religione si altera e si 
accomoda al lucro di chi la maneggia.
La Chiesa, continuava, non si compone dei soli preti; 
che in tal caso sarebbe repubblica terrena e non cosa cele-
ste; ma della unione di tutti i fedeli, e non ha altro scopo 
che il loro bene spirituale: le cose temporali non ci entra-
no. Il papa  capo di essa, ma  anco un principe tempora-
le che da pi di cinque secoli ha aspirato al dominio dell'I-
talia per lo meno, e vi  stato assai prossimo; non  dun-
que da meravigliarsi se usa tutti i mezzi per ampliare la 
sua autorit. Avere il pontefice romano tre carichi: della 
religione, delle cose ecclesiastiche e del governo del suo 
Stato, i quali per non essere stati distinti furono origine di 
mali infiniti. Esservi tre generi di canoni: di cose spiritua-
li, di temporali e di miste. De' primi la cura essere degli 
ecclesiastici; dei secondi non potersi il pontefice ingerire 
fuori degli Stati suoi; pei terzi tanto essere debito del prin-
cipe l'averne cura, quanto degli ecclesiastici, anzi pi di 
quello che di questi. Nel primo capo, che costituisce la ve-
ra essenza della dottrina cattolica, non essere lecito ad al-
cuno di variare la pi piccola cosa. Ma molti disturbi esse-
re avvenuti per lo abuso del secondo, perocch la corte di 
Roma se n' sempre servita alla sua grandezza temporale; 
e cos del terzo, perocch i principi per imbecillit se ne 
lasciano escludere. Il che non avverrebbe se sapessero di-
stinguere ci che si appartiene alla fede, la quale  immu-
tabile, da ci che riguarda le cose della disciplina e l'am-
ministrazione dei beni e negozi secolari.
Lodava la Chiesa gallicana che possedeva molti mezzi 
di resistenza contro le usurpazioni di Roma, e per conser-
vare i diritti della nazione e del principe; aggiungeva che 
avrebbe dovuto chiamarsi non gallicana ma universale, e 
che, ove fosse conosciuta l'origine delle sue instituzioni e 
de' suoi privilegi, sarebbe imitata da tutti. Non era, secon-
do lui, un sistema perfetto, ma buono almeno. Biasimava 
Carlo Magno che per avere troppo accresciuta la potest 
dei pontefici era stato cagione a tutto l'Occidente di un 
gran danno. Nessuno, scriveva Fr Paolo, che abbia co-
gnizione dell'antichit e dell'istoria ha mai negato alla se-
de apostolica il primato; ma quello che e' vogliono non  il 
primato, s il totato, cio che sovvertito ogni ordine, sia il 
tutto attribuito ad un solo. L'origine e la sorgiva di tutti gli 
abusi non  la plenitudine, ma la ridondanza, anzi l'esorbi-
tanza del potere, la quale se sia tolta, torner la pace alla 
Chiesa, e le molte parti in cui ora  scissa, si riuniranno. 
Era una verit dura ad annunciarsi, ma pure una verit.
Perch la corte di Roma avrebbe potuto impedire benis-
simo che si rompesse l'unit della Chiesa quando avesse 
voluto rinunciare di buona fede a pretensioni di grandezza 
mondana. I desiderii del mondo erano rivolti ad una ri-
forma radicale de' costumi, e chiedevano il matrimonio 
dei preti usato tanti secoli, la comunione del calice andata 
in disuso da non lungo tempo, le liturgie in una lingua in-
tesa dal popolo, e che fosse corretto il culto alle immagini 
ed ai santi degenerato in idolatria, e che fosse ridotta a' 
suoi veri principii la dottrina intorno al purgatorio conta-
minata da favole, e che il numero de' frati ed i loro privi-
legi fossero diminuiti, e fosse restituita a' vescovi la loro 
autorit, e fossero abolite le indulgenze che davano tanto 
scandalo, e il troppo de' giorni festivi che fomentavano 
l'ozio e la miseria, e che non fossero pi portate a Roma 
tante cause con offesa della giustizia e danno de' privati, 
che rinunciassero i cherici ad immunit che opprimevano i 
laici, che non pi le cose sacre fossero amministrate a 
suon di danari, e tanti altri abusi di questo genere contenu-
ti nei Cento gravami presentati da' Tedeschi alla Dieta di 
Norimberga: ma tolti questi abusi erano fiaccati i nervi al-
la potest ecclesiastica e insterilivano le fonti de' suoi te-
sori; perci la corte di Roma vi si oppose, e il concilio di 
Trento non se ne occup consumando le sessioni a recitare 
il Credo, a disputare sulla grazia, a difendere l'autorit del 
gran teologo Aristotele, a stabilire che quattro devono es-
sere i gradi di parentela che impediscono il matrimonio, 
perch quattro sono gli umori del corpo umano, e a prova-
re che la confessione  molto antica e che anco i patriarchi 
del Vecchio Testamento si confessavano come lo attestano 
le sacre Carte, nelle quali si legge spessissimo il confiteor, 
confitemini e confitebor: cose tutte che potevano passa-
bilmente occupare l'ozio di quei venerabili padri, ma che 
nulla importavano alla edificazione de' popoli.
Osserva il consultore che l'orgoglio e l'adulazione ave-
vano talmente affascinato i pontefici, fino a patire che fos-
sero chiamati iddii, e credere che fossero uguali a Dio, in-
fallibili, superiori a tutte le leggi, e che nessuno pu giu-
dicarli: massime che alla Chiesa ed al mondo fruttarono 
mali infiniti. Eppure, esclamava, perch noi a Venezia ab-
biamo osato sottoporre la potest papale a quella di Dio, 
siamo eretici, e le nostre teste sono devote all'anatema. 
Aggiungeva esservi ormai pi articoli di fede del solo pa-
pa che non di tutta la religione cristiana; e raccontava del 
gesuita Comitolo che in un libro, cui intitol Responsi 
morali, sostenne essere articoli di fede cattolica e divina 
che ogni pontefice fu vero e legittimo, che fu battezzato, 
che fu ortodosso, e che fu maschio. Scartando la storia 
della papessa che  una favola sicuramente, quantunque il 
Sarpi lasci la questione indecisa, l'ultimo articolo pu es-
sere creduto ad occhi chiusi, viste le prove irrefragabili di 
paternit che diedero moltissimi papi.
 una grande eresia di Fr Paolo l'avere affibbiato alla 
corte di Roma gli epiteti di Babilonia e di meretrice: i 
buoni curiali si velano gli occhi per lo scandalo. Io opino 
che sarebbe meglio usare qualche indulgenza alle parole 
ed essere pi austero verso le azioni: ed  pur troppo vero 
che Roma si  mostrata pi incorreggibile col dove ap-
punto  pi biasimata. Molti secoli prima di Fr Paolo, 
Dante cantava alle orecchie de' papi suoi contemporanei:
	Di voi pastor s'accorse il Vangelista
Quando colei che siede sovra l'acque
Puttaneggiar co' regi a lui fu vista;
	Quella che con le sette teste nacque,
E dalle diece corna ebbe argomento
Fin che virtute al suo marito piacque.
	Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento:
E che altro  da voi all'idolatre,
Se non ch'egli uno, e voi n'orate cento?
Tutti sanno a memoria due terribili sonetti del Petrarca, 
in cui la corte di Roma  trattata da Babilonia che ha col-
mo il sacco dell'ira di Dio, ed invoca sulla testa di lei le 
fiamme del cielo, come sopra Sodoma e Gomorra; e a tutti 
ricorda la novella del Boccaccio, dove narra che Abram 
giudeo, essendo andato a Roma e veduti gli scandali che 
ivi si commettevano, si convert e si fece battezzare; di-
cendo che il cristianesimo era veramente cosa divina per-
ch si manteneva in piedi, sebbene quanto aveva veduto 
farsi in corte di Roma, fosse atto a distruggere qual si sia 
religione.
Dopo che Lutero ha fatto paura ai papi, essi hanno im-
parato a correggere i loro costumi: i cardinali presenti so-
no poveri; forse tre o quattro, dice Stendhal (scrittore ri-
servatissimo e molto pratico di Roma), hanno l'amorosa, 
donna rispettabile e di una certa et; dodici o quindici co-
prono con una perfetta prudenza gusti passaggieri. La ga-
lanteria poteva essere tuttavia di moda alla corte di Pio VI, 
e una principessa di Santa-Croce poteva passare lecita-
mente alcuni momenti in quattr'occhi con un pontefice che 
si vantava di essere bello, e lo era: ma nessun papa a' d 
nostri vorrebbe assistere a cinquanta meretrici che danza-
no ignude in una sala del suo palazzo, come faceva Ales-
sandro VI. Chi ha figliuoli, li mantiene, ma in segreto; e i 
nipoti, non sono pi in stima dopo che ai papi mancano i 
modi di arricchirli. Ci nulla ostante la corte di Roma ha 
niente mutato dell'essenziale suo sistema: solamente la 
merce  scaduta di credito.
Cito ancora Ganganelli: fu buon frate e miglior papa, ed 
 peccato che l'odio de' gesuiti non gli permetta di aspirare 
all'onore di esser santo. La filosofia, diceva,  la base 
della vera religione, essendo la fede appoggiata sulla ra-
gione, Senza la filosofia, voglio dire senza quella scienza 
che combina, che analizza, che ragiona, non vi sono n 
principii, n conseguenze, n opere buone, n buona legi-
slazione. Ma per quanti dolori e per quante miserie non 
dovette passare il genio umano prima che questa verit 
potesse palesarsi senza pericolo? e per quanti dovr anco-
ra passare prima che sieda invitta sul trono? Fr Paolo, 
parlando della condizione de' suoi tempi, diceva: Agli Ita-
liani non manca l'ingegno, ma non possono usarlo: sen-
tenza che per fatalit dell'Italia si applica anco all'et no-
stra, in cui non esiste pi la inquisizione dei frati; ma ne 
esiste un'altra non manco vessatoria e brutale, l'inquisizio-
ne politica. Pure si progredisce: e quantunque il corso de-
gli avvenimenti sembri lento alla nostra immaginazione, 
perch non va di pari passo coi nostri desiderii; esso non-
dimeno procede con tale celerit, che una generazione non 
somiglia all'altra, e l'assolutismo, quel mostro che si pasce 
delle proprie carni,  ogni giorno costretto a far nuove 
concessioni all'impero della necessit. Scrivete, gridava 
Ugo Foscolo ora sono pochi anni; e, scrivete, gridava Fr 
Paolo agli Italiani di due secoli fa: le opinioni vere ed uti-
li, soleva dire, bisogna coltivarle ed accrescerle coi buoni 
scritti. E incoraggiva lo studio della giurisprudenza civile 
e canonica, perch da esso dipendeva l'emancipazione in-
tellettuale e politica dell'uomo. Lo studio delle leggi, e-
sclamava, precipita ogni giorno di male in peggio: la Cu-
ria romana abborre da ogni pulita letteratura e si tiene af-
ferrata coi denti e colle unghie la barbarie forense. E che 
non fa? Tolti di mezzo i buoni libri ovunque li trova, spac-
cia arditamente che il papa  uguale a Dio, che pu tutto, 
che le ragioni e i diritti gli tiene negli scrigni del suo petto, 
che pu cacciare nell'inferno chi vuole, e pu eziandio 
quadrare il circolo. Tolta questa fallace giurisprudenza, 
sar anco tolta questa tirannide; ma togliere l'una senza 
l'altra non a pu. Tocca a Dio a restituire entrambi nell'or-
dine retto, quando ci sia il suo buon piacere. Queste ac-
cuse sono cos poco esagerate, che per convincersi basta 
soltanto gettare un'occhiata sull'Indice dei libri proibiti 
che si stampa a Roma, ed ivi vedrassi registrato e proscrit-
to per titoli di empiet, quanto di pi giusto e di pi utile e 
di pi santo hanno pensato e scritto gli uomini. Ivi giac-
ciono fulminati di anatema il trattato dei Delitti e delle 
Pene; la Scienza della Legislazione, lo Spirito delle Leggi, 
le Lezioni di Commercio del pio Genovesi, e le opere 
immortali dei Grozio, dei Puffendorf, dei Bentham, dei 
Pagano, dei Gioja e di altri innumerevoli. Le quali cose 
considerando, il celebre Scipione Ricci vescovo di Pistoia, 
diceva: La Curia non pu avere altra base di religione 
che l'ambizione e l'interesse; e queste sono le sole molle 
del fanatico suo zelo.
Del Concilio di Trento era opinione di Fr Paolo che 
nemmanco Apollo avrebbe saputo delle parole indovinare 
il senso. Tre teologi, Soto, Catarino e Vega, che disputaro-
no di dogmi a quel concilio, scrissero l'uno contro l'altro, 
sostenendo ciascuno la sua opinione essere quella della 
sinodo, eppure sono cos conformi come possono esserlo 
un triangolo ed un circolo. Questo fatto, aggiunge Fr Pa-
olo, par che levi la speranza di sapere la mente del conci-
lio, e se quelli che vi ebbero parte principale non s'inten-
dono, che sar degli altri?  un fatto innegabile che nella 
compilazione de' canoni e decreti, essendo i Padri per lo 
pi discordi, convenne ora togliere, ora aggiungere, e usa-
re espressioni ambigue onde conciliare tutti i pareri; per-
ci Pio IV proib a chiunque di far commenti a quel conci-
lio: e ad interpretarne le oscurit, eresse una congregazio-
ne di cardinali che lo dichiararono ad libitum. Quasi tutte 
quelle dichiarazioni, continua Fr Paolo, sono contrarie al 
testo, come la glossa al Decreto: distinse.... congiunse so-
no le frasi usate dai dichiaratori, come nelle decretali non 
pu, non vuole. E quel che  pi strano, le dichiarazioni 
sono spesso contrarie tra loro; ma intanto quella congre-
gazione  il grande arcano con cui si regge la cosa roma-
na, e trae in s ricchezza, potenza e il dominio universale 
della Chiesa e la servit del principato. Avrebbe anco po-
tuto aggiungere che quelle dichiarazioni sono cos ridicole 
od assurde, che quando i benedettini Marcilla, indi Gio-
vanni Gallemart le pubblicarono a stampa, la Curia n'ebbe 
vergogna, e neg che fossero sue. Quando poi il clero di 
Francia si adoperava per introdurre il Concilio in quel re-
gno, diceva Fr Paolo che voleva il suo male, e che, es-
sendo stracco di libert, voleva mettersi in prigione. Ci 
nondimeno confessava che da esso furono corretti varii 
abusi, massime nella legislazione beneficiale; ma non 
conviene sulla instituzione dei seminari, cui molti lodano, 
e che egli considerava come instituti diretti al fine di con-
servare od accrescere la potenza degli ecclesiastici. Ai d 
nostri non sono tanto seminari di ottimi preti, quanto 
scuole d'immoralit e di pregiudizi. In molti luoghi della 
Germania dove il clero studia nelle universit,  pi doci-
le, pi istrutto, di gran lunga pi spregiudicato, e non vidi 
mai persone pi rispettabili dei preti tedeschi.
L'abuso che facevano gli oratori sacri della loro popola-
re eloquenza, massime i frati, nel declamare contro i go-
verni e suscitar sedizioni, aveva talmente disgustato Fr 
Paolo da desiderare che fosse levata via la predica.  cosa 
grande, diceva, che in ogni Stato i predicatori parlino con-
tro il governo presente; ma il mondo si trover necessitato 
a provvedervi se non vuol sempre essere esposto a incon-
venienti. Non era il solo che si querelasse di simil disordi-
ne. In Francia dur tutto il secolo XVI e parte del seguen-
te, e si contano dieci o pi decreti del parlamento per re-
primere la baldanza e lo spirito turbolento de' predicatori: 
Carlo IX nel 1563 proib la predicazione ai preti e frati 
che non fossero francesi e suoi sudditi; Enrico IV nel 1595 
condann i predicatori sediziosi ad avere la lingua forata e 
al bando del regno. I duchi di Firenze, e il duca di Ossuna, 
vicer di Napoli, e altri principi d'Italia, dovettero pi di 
una volta o bandire o far carcerare simili predicatori. Sci-
pione Ricci nel passato secolo si lagnava della poco sana 
dottrina che generalmente spargevano i predicatori nella 
quaresima.  oramai troppo noto, diceva, che questi va-
ganti apostoli esercitano cos vilmente il loro sacro mini-
stero, che assomigliano a' quei che vendono l'opera loro 
nelle teatrali rappresentanze, e sono per ischerno chiamati 
i sacri istrioni. E aggiunge che costoro avevano messo 
pi volte a cimento la purit della religione e la tranquilli-
t degli Stati, e cita gli esempi contemporanei della Ger-
mania e della Toscana, dove il pulpito ed il confessionario 
ha servito a indisporre i popoli e contro il sovrano e contro 
i pastori legittimi. Bisogna che il male sia molto vecchio, 
perch Dante nel ventesimonono canto del Paradiso fa dei 
predicatori del suo tempo una poco vantaggiosa dipintura.
Fr Paolo consigliava e favoriva lo studio delle Sacre 
Scritture che giova a far conoscere la religione alle sue ve-
re fonti; nelle tradizioni teneva una via di mezzo tra i cat-
tolici e i protestanti: questi tutte le riprovano, quelli tutte 
le ammettono, intanto che assai de' loro riti sono aperta-
mente distruttivi delle tradizioni pi certe.
Dei Padri della Chiesa raccomandava la lettura non 
senza far osservare che alcuni di loro hanno spesso tra-
scorso in esagerazioni rettoriche, e portavano con seco 
molti pregiudizi del loro secolo, ed opinioni del pagane-
simo da cui uscivano; per cui bisogna usare molta atten-
zione nel leggerli; molto pi che per convertire i gentili si 
sforzavano di dare ad antichi vocaboli un significato di-
verso dell'accettazione ricevuta, di forma che per retta-
mente intenderli bisogna piuttosto badare al senso intiero 
del discorso che al particolare delle parole: osservazione 
che per quei tempi era nuova, ma che poi fu ripetuta da 
tutti i critici. Donde si scorge quale profondo studio ne 
avesse fatto, e come bene conoscesse la lingua in cui 
scrissero e le materie che trattarono.
Fr Paolo in fatto di teologia speculativa, fu un pretto 
giansenista prima ancora che il famoso Giansenio, suo 
contemporaneo, facesse tanto parlare di s. La stima in cui 
teneva la filosofia degli stoici, che ammettevano il fatali-
smo, lo trasse a seguire la dottrina della predestinazione 
insegnata da sant'Agostino, da san Tommaso, da Giovanni 
Scoto e da altri scolastici; ed  che Dio sin dal principio 
del mondo ha determinato il numero di quelli che debbono 
salvarsi, fuori de' quali tutti gli altri sono reprobi; e non 
pertanto ciascuno debbe sforzarsi, onde rendersi degno del 
primo stuolo, comech se non  tra i predestinati tutte le 
buone opere sue saranno inutili. Io non so fin dove spin-
gesse e come intendesse questa difficile dottrina, intorno 
la quale usa scarse parole e la chiama misteriosa ed arca-
na; ma parmi che riferendo ogni cosa ai meriti infiniti di 
Cristo e alla grazia e misericordia divina, ei ne rattempe-
rasse la terribile severit che toglie ogni merito alle opere 
umane.
I gesuiti hanno sentenza contraria, e, per dire il vero, 
sembra anco pi ragionevole; ma l'austero Servita la 
chiamava fomento della presunzione umana, e accomoda-
ta all'apparenza, buona pi per frati predicatori che per 
uomini dotti di teologia.
Come i giansenisti egli era infensissimo ai gesuiti, cui 
chiamava peste de' popoli, nemici della vera religione, au-
tori di scandali e di morale prava. La quale avversit non 
derivava da sola differenza di sentimenti teologici, ma, e 
molto pi forse da ragioni politiche. Ho detto pi volte 
come i figliuoli d'Ignazio fossero la pi arrischiata milizia 
della monarchia papale, e valevoli sostegni di quella di 
Spagna (come ora lo sono della monarchia austriaca), due 
grovigli che tenevano l'Italia in servit, e l'Europa inquie-
ta. Altronde non vi era orditura politica, moto di popolo, o 
turbazione di Stato in cui i gesuiti non avessero parte: set-
ta operosa, che moltiplicandosi e assumendo tutte le forme 
si trovava dappertutto, come l'idrogeno e l'ossigeno, po-
tenze occulte della natura. Erano come lo spirito avversa-
rio della Repubblica. Nella causa dell'interdetto furono 
gl'infocolatori di tutti gli sdegni, fecero gran ressa in tutte 
le corti onde pingere i Veneziani sotto l'aspetto pi odioso; 
a Madrid, a Varsavia, a Vienna suscitarono disturbi gravi 
agli ambasciatori veneti; a Napoli eccitarono la propria 
scolaresca a svillaneggiare per le strade i famigli del resi-
dente veneziano; in Puglia brigarono col popolo e colle 
autorit, perch le navi marchesche di ritorno dal Levante 
non fossero ricevute in quei porti; a Londra fecero ogni 
possa per sollevare i cattolici contro l'ambasciatore vene-
ziano, e fino contro il re Giacomo perch favoriva la Re-
pubblica: ho adombrato altrove qualche cosa delle loro 
predicazioni feroci, satire, libelli, predizioni disseminate 
ovunque, spiravano il pi sanguinario fanatismo. Tosto 
dopo l'accomodamento, procurarono di ravvivare gli odii 
tra Roma e Venezia in proposito dell'esame del patriarca; 
consigliavano il papa a non concedere le solite decime sul 
clero, e ad esigere dalla Repubblica che ivi ancora avesse 
esecuzione una Bolla di Sisto I che assoggettava ogni spe-
cie di eretici al tribunale dell'Inquisizione. Nel 1609 si 
maneggiarono in corte di Francia producendo calunnie e 
falsificando atti diplomatici per inimicare alla Repubblica 
il re Enrico IV. Rinnovarono i loro intrighi sotto la debole 
reggenza di Maria de' Medici. Nel 1615 e 1616, in occa-
sione di nuovi dissapori tra Roma e Venezia, non manca-
rono di battere sulla focaia della discordia, e di usare tutte 
le versuzie per indisporre l'animo del pontefice: l'armata 
veneta, bisognando di afferrare nel porto di Ancona, susci-
tarono opposizioni e difficolt, dicendo che portava il con-
tagio; nello stesso anno 1616, intanto che insussurravano 
la corte di Spagna perch dichiarasse guerra alla Repub-
blica, sovvenivano l'arciduca Ferdinando d'Austria, gi in 
guerra con lei, di 40,000 fiorini, e nelle loro chiese di 
Gratz e di Clagenfurt nella celebrazione della messa ave-
vano introdotto da cantarsi un'orazione che incominciava: 
Dirigantur actus nostri non ad pacem, sed ad majorem 
Dei gloriam, et ad depressionem inimicorum nostrorum. 
Le nostre azioni non abbiano per fine la pace, ma la 
maggior gloria di Dio e la depressione dei nostri nemici.
Un decreto del Senato del 18 agosto 1606, proibiva se-
veramente ai sudditi veneziani di mandare i loro figliuoli 
ne' collegi de' gesuiti. Non perci e' si ristettero dal briga-
re nel 1611 col marchese di Castiglione delle Stiviere, 
perch permettesse loro di stabilire un collegio nel suo 
feudo. Trovandosi Castiglione frammezzo a Brescia, De-
senzano, Pozzolengo, Verona ed Asola, terre venete, spe-
ravano d'attirarvi, a dispetto delle leggi, buon numero di 
allievi veneziani; o per lo meno di stabilire col un posto 
avanzato per tribolare il dominio veneto e insinuarvi le lo-
ro insidie. Fr Paolo non manc di rilevare 
gl'inconvenienti di questa fondazione, che eccit i 
richiami del governo veneto presso il marchese. L'anno 
appresso, a' 16 marzo, gli Avogadori di Comune 
proibirono a chicchessia entro il dominio di S. Marco di 
comunicare o per lettera od altrimenti con gesuiti, e 
ricevendo lettere da loro comandavano che fossero tosto 
consegnate al Collegio.
Queste severe precauzioni non iscoraggirono la perse-
veranza degli Ignaziani, che a' principii del 1613 propose-
ro al papa di fondare una gesuitaia in Ragusi, e di obbliga-
re a contribuirvi tutti i vescovi della Dalmazia; anco que-
sta essendo andata a vuoto per le opposizioni della Re-
pubblica, riuscirono finalmente a formarne una in Gorizia 
sotto gli auspicii dell'arciduca d'Austria, e in vedetta della 
Carinzia e Carniola veneziana.
Fr Paolo diceva che prima del loro generale Acquaviva 
i gesuiti erano santi, rispetto a dopo, e non pensavano a 
governare gli Stati; che molte pratiche le facevano ad i-
stanza del papa e del re di Spagna, ma le pi inique per 
proprio moto; che il gesuita  ogni uomo, che sono cama-
leonti, che si aggirano per( ) doppiezze ed equivocazioni: 
protei cui nessuno pu tenere e a cui  lecito mentir nome, 
professione, abito, n solo scusare il mendacio, ma lodar-
lo; e stimare onesto ogni mezzo purch conduca a quello 
ch'ei chiamano buon fine. Quindi niente esservi di pi 
contrario alla vera religione, quanto le massime professate 
da loro. Ogni genere di vizi trova nella loro morale un pa-
trocinio: gli avari, la ragione per cui senza rimorso posso-
no far mercatura delle cose spirituali; i superstiziosi, le 
immaginuzze baciando le quali, suppliscono all'esercizio 
difficile di tutte le virt cristiane; gli ambiziosi, cui per in-
giuria della fortuna non  dato mostrarsi se non se per o-
pere prave, hanno il velo della religione che copre i loro 
misfatti; i pigri hanno donde scusare la non curanza della 
loro spirituale salute; i sprezzatori del Dio celeste hanno il 
papa Dio visibile, il culto al quale i gesuiti esaltano sopra 
ogni cosa; infine non vi  spergiuro, non sacrilegio, non 
parricidio, o incesto, o rapina, o fraude, o inganno che e' 
non coprano col manto della piet.
A' tempi in cui siamo pi d'uno pu forse credere che 
un tal quadro sia esagerato; e par bene che molte imputa-
zioni fatte a quella setta siano false, o piuttosto colpa d'in-
dividui che della societ. Fr Paolo istesso, udendo le 
bricconerie de' gesuiti in Francia, confessava che in Italia 
non erano giunti a tanta perfezione. Ma la morale insegna-
ta concordemente dai loro casuisti rendeva credibile ogni 
eccesso. Posta la loro massima delle induzioni probabili e 
la distinzione del peccato filosofico dal peccato teologico, 
trovarono essi la religione la pi accomodata per buscarsi 
il paradiso con poca spesa. Un uomo, dice l'Enriquez, si 
mette in sicuro se contro i suoi scrupoli sceglie ci che 
giudica probabile, comech istimi esservi altra opinione 
pi probabile; e il confessore debbe, contro il proprio 
convincimento, confermarsi a quello del suo penitente, da 
poi che con ci  scusato in faccia a Dio. Laonde ogni 
uno avvisando per probabile quello che pi favorisce i 
suoi interessi, pu facilmente far tacere la sua coscienza. 
Cos per esempio, se  un ladro, argomentando che il ru-
bare pi probabilmente  peccato, ma che probabilmente 
non lo , si attiene a quella opinione che  pi confacente 
a' suoi gusti, e il confessore deve adattarvisi, e dire: Ruba 
pure, figliuolo, ruba pure et ego te absolvo a peccatis tuis.
Ma potrebbe essere una coscienza tanto timorata, o cos 
poco sofistica che non sa andare per queste vie probabili. 
Ecco adunque il rimedio. Un'azione, dicono i gesuiti, pu 
essere cattiva quanto si vuole, se chi la commette non 
pensa a Dio in quel momento, o la commette senza inten-
zione di offenderlo, egli non pecca, perch questo  pecca-
to puramente filosofico; ma se in quel punto si ricorda di 
Dio o lo fa con precisa intenzione di offenderlo, il peccato 
diventa teologico. Tra molti scelgo le parole del padre de 
Rhodes: Non  peccato n mortale, n veniale, se, com-
mettendo un atto peccaminoso, l'intelletto in quel momen-
to non considera che siavi malizia morale o pericolo di lei; 
ma se anco il considera, non  peccato mortale se quella 
considerazione non  ponderata in tutte le sue parti.  poi 
da avvertirsi che  necessario questo considerare che, 
commettendo tale azione, possa esservi peccato mortale. 
Partendo da questi generosi principii non vi  pi reit che 
con una opinione probabile o una piccola distrazione men-
tale giustificare non si possa. E chi ruba, o ammazza, o 
stupra, invece di pensare all'offesa di Dio, deve pensare al 
modo di non essere mandato alla forca, o in ergastolo, o 
per lo meno bastonato.
La fornicazione, secondo i gesuiti, non  peccato, 
l'adulterio poca cosa; se l'adultero sorpreso in flagranti 
ammazza il padre, o il marito, o il fratello della donna 
adultera;  difesa legittima; l'assassinio di un nemico 
occulto od aperto o supposto, l'assassinio di un accusatore 
di un delitto anco vero, dei giudici che stanno per 
pronunciare sentenza di morte anco giusta,  lecito; la 
bugia, la calunnia per esonerarsi da un'accusa,  
necessaria; il furto domestico, purch sia a compenso di 
fatiche che il ladro non crede premiate a dovere,  
giustificato; lo spergiuro, il giuramento falso, il 
giuramento equivoco, il giuramento con restrizione 
mentale formano una parte distinta della morale gesuitica, 
e i loro casuisti raccomandano caldamente ai confessori 
che istruiscano bene i loro clienti sul modo di usare or 
l'uno or l'altro. La simonia non  peccato neppure quando 
un beneficio ecclesiastico  stato ottenuto mediante la 
prostituzione della propria sorella; la sodomia non  
peccato nei preti, quantunque lo sia nei secolari; l'onania, 
il procurato aborto, le usure, i duelli, il sacrilegio, la be-
stemmia, la ribellione, l'insubordinazione, il contrabban-
do, la frode agli esattori del danaro pubblico, l'omicidio, il 
suicidio, il regicidio e cento altre simili inezie sono o giu-
stificate o dichiarate lecite, o in certi casi obbligatorie.
Amar Dio, non  un precetto, ma un puro atto di civilt. 
I precetti di Dio e della Chiesa non obbligano alcuno: una 
confessione o una comunione sacrilega soddisfa del pari 
come una fatta colla maggior divozione. La rivelazione, i 
profeti, i vangeli, i miracoli di Cristo si possono credere o 
non credere; anzi, dicono essi, sono credibili s, ma non 
evidentemente veri. Il solo dogma necessario  questo: 
che vi  Dio, che Dio  rimuneratore; tutto il resto  acces-
sorio o inutile. E neppure questo  rigorosamente necessa-
rio, perocch eziandio il perfetto ateismo pu essere scu-
sabile.
Preti e frati sono d'accordo a farci paura del diavolo, 
pingendocelo con coda e corna; ed evvi una specie di gara 
fra' pittori a chi lo fa pi orrido e fra i declamatori sacri a 
chi lo fa pi malvagio. Per colma d'ingiuria, e per toglier-
gli ogni diritto di difesa, lo chiamano per antonomasia il 
calunniatore, eppure nessuna persona al mondo fu mai 
tanto calunniata quanto il povero diavolo. I gesuiti, pel 
contrario, non fanno gran stima dell'inferno; il purgatorio 
lo sgomberarono di fornelli e pignatte per portarle nella 
loro cucina, e ce lo descrivono precisamente, come Omero 
ha descritto i Campi elisi.  un luogo, dice il Bellarmino, 
splendidissimo, fioritissimo e come una prigione da sena-
tori. Cos che, alla pi disperata, anco nel purgatorio non 
si sta poi tanto male. Evvene un altro meno allegro e fatto 
pei pitocchi, ma ivi le anime anco pi peccatrici non reste-
ranno pi oltre di dieci anni.  dunque solenne frottola 
quella di certi predicatori, che per ogni piccola bugiuzza si 
hanno sette anni di multa nel purgatorio. Se fosse vero, 
poveri predicatori!
Non meno felici furono i gesuiti a pingerci il paradiso; 
perocch sapendo che la comune degli uomini poco si ca-
pacita di una felicit contemplativa, essi lo hanno figurato 
tutto sensuale, come quello de' Maomettani: anzi il gesuita 
Pomey pass pi oltre, e adulando i Francesi suoi compa-
triotti che hanno il genio festoso e convitatore, e sono a-
manti della galanteria, affine d'invogliargli della celeste 
gloria: S, disse loro nel suo Catechismo teologico, S, nel 
paradiso l'udito sar allegrato dalle dolcezze della musi-
ca, l'odorato dal profumo degli odori, il gusto dalle delizie 
de' sapori, finalmente niuna cosa mancher che sia capa-
ce di solleticare il SENSO DEL TATTO. A tanto raffinamento 
di volutt, sant'Ilarione stesso si lasceria sedurre.
Essendoch i gesuiti, come prescrivono le Costituzioni 
loro, non possano avere opinioni particolari, ma tutti deb-
bano pensare in modo conforme; e debba ciascuno volere 
e sentire ci che vuole e sente il loro superiore: ne viene 
per sguito che le cose narrate siano la precisa dottrina 
della Societ; molto pi che la trovi insegnata concorde-
mente e costantemente dai pi celebri loro casuisti, appro-
vata dai teologi deputati all'esame dei libri della Compa-
gnia, e dai loro preposti generali, per le mani di cui passa-
vano tutti i libri da stamparsi, acciocch, dicono le Costi-
tuzioni, non escano al pubblico se non se opere degne di 
edificarlo. E bisogna bene che sia una dottrina edificante, 
perch la corte di Roma non la condann mai; n la con-
danner, diceva Fr Paolo, essendo i gesuiti un secreto del 
suo impero, anzi il sommo e il massimo, col quale si leva 
di mezzo quelli che palesemente ardiscono di non adorar-
lo, e tiene in ufficio quelli che l'ardirebbono se non temes-
sero.
Colgo l'occasione per dire alcuna cosa del loro instituto, 
modello di societ secreta; imperocch niente fu mai pen-
sato di pi sottile e pi scaltro per ridurre l'uomo ad un 
pezzo di macchina che fa nulla per s, ma segue il movi-
mento del meccanismo generale, e ricevendo l'impulso, da 
un pezzo lo inferisce in un altro, e tutti insieme per vario 
lavoro concorrono allo scopo che si  prefisso l'artefice.
Nata nel 1540, quando la libert di assai stati dell'Euro-
pa cadeva sotto i colpi vibratile da Carlo V, la Compagnia 
di Ges non rappresentava come i monaci uno stato feuda-
le, non una democrazia come i Mendicanti, ma una mo-
narchia assoluta e ambiziosa qual era quella a cui aspirava 
il prefato imperatore. Un capo a vita, detto il proposito 
generale, che fissava la sua residenza in Roma, era l'auto-
rit suprema dalla quale emanavano tutte le autorit subal-
terne; e bench la Societ in genere si fosse riservato quel-
lo che si direbbe il potere legislativo, essa era rappresenta-
ta in cos picciol numero che la volont del generale tor-
nava onnipotente, molto pi che i rappresentanti medesimi 
erano la maggior parte creati da lui, ed era indispensabile 
il suo assenso alla sanzione delle leggi, e le assemblee non 
avevano tempi periodici per convocarsi, ma dipendevano 
dall'arbitrio del capo.
Il nome di Compagnia le fu dato dal suo fondatore I-
gnazio di Lojola, il quale, essendo prima soldato, intese 
d'instituire una compagnia di milizie in onore della Ma-
donna e di suo Figlio. Era ripartita in provincie, ciascuna 
delle quali abbracciava spazi vastissimi, come sarebbe la 
provincia d'Italia, di Francia, di Germania, di Spagna, del-
le Indie; ed ognuna aveva il suo preposito provinciale elet-
to dispoticamente dal generale. Le provincie si suddivide-
vano in case professe e in collegi: nelle prime abitavano 
quelli che avevano professato i voti solenni, che erano i 
veri gesuiti; i collegi erano i loro instituti di educazione, 
appendice de' quali venivano le case di probazione o con-
venti dei novizi.
Il Concilio di Trento permise a' frati mendicanti di pos-
sedere beni stabili; i cappuccini ricusarono quella conces-
sione, dichiarando che volevano perseverare nella primiti-
va loro povert. Giacomo Lainez, generale de' gesuiti, fe-
ce la stessa dichiarazione rispetto al suo Ordine, ma la riti-
r il giorno dopo, e fece una distinzione tanto sottile che 
poco le manca ad essere ridicola: dicendo che le case pro-
fesse viverebbono in una volontaria povert, ma che i col-
legi continuerebbono a posseder beni per usarli al profitto 
della educazione de' giovani. Poco importa che le ricchez-
ze siano attaccate ai collegi o alle case professe; il vero  
che i gesuiti erano ricchissimi e fecero immensi acquisti, e 
quella arguzia del Lainez non era che un ripiego per in-
gannare i semplici e meritare al suo Ordine tutti i privilegi 
concessi dai pontefici ai Mendicanti.
I gesuiti distinguevano i voti semplici dai voti perpetui: 
i primi, ignoti alle altre fratrie, consistevano nella obbli-
gazione di osservare la povert, castit ed obbedienza se-
condo le leggi della Compagnia (cui per altro non era dato 
di conoscere); ma l'obbligazione era ristretta al solo tempo 
che l'individuo restava nella Societ, e si risolvevano nel 
caso che fosse licenziato. A questi voti, che dovevano es-
sere rinnovati ogni anno, andava congiunta la formale 
promessa, giurata e scritta, di non abbandonare giammai 
la Societ, e di farsi inscrivere nella medesima in qualit 
di professo tosto che piacesse al generale. Oltre a questi 
tre voti semplici vi era un'altra formola chiamata con e-
gual nome, varia per pi o meno clausole, secondo il gra-
do dell'adepto, che sommariamente consisteva nel giurare 
cieca obbedienza al generale o suoi delegati, e a non aspi-
rare al di l del grado che occupava o che gli sarebbe stato 
assegnato.
I voti solenni erano i tre anzidetti di povert, castit ed 
obbedienza, trasmutati in obbligazione perpetua e indisso-
lubile, il che dicevano fare la professione. Oltre i quali i 
gesuiti ne avevano un quarto tutto loro peculiare, ed era 
di partire immediatamente e senza compenso per qua-
lunque paese comandi Sua Santit, tra fedeli od infedeli, 
ed operare quelle cose che riguardano il culto divino e il 
bene della religione cristiana. Intorno a tale quarto voto 
erra chi crede che i gesuiti giurassero una passiva som-
messione ad ogni e qualsiasi volont del papa, mentre e' si 
ristringe alle sole missioni. Infatti e' furono veduti assai 
volte, e pi frequentemente degli altri Ordini, resistere alle 
bolle ponteficie, deridere le decisioni della Santa Sede, 
impugnarle, confutarle, e minacciare persino i pontefici se 
non le ritrattavano. Pure quella prontezza per le missioni, 
e quella obbedienza cos sconfinata sopra oggetti tanto 
vaghi e di una indefinita significazione, torn immensa-
mente utile a' papi. La posizione poi in cui si trov la 
Compagnia fin dal suo nascere, in conflitti continuo colle 
autorit civili ed ecclesiastiche, colle universit degli studi 
e cogli altri frati, e il fine istesso propostosi dai fondatori 
di sostenere il vacillante imperio pontificale sbattuto dai 
novatori oltremontani, obblig i gesuiti a gettarsi a corpo 
perduto nel pi esagerato curialismo, e quanto i protestanti 
o i parlamenti e le universit cercavano di detrarre alla 
podest dei papi, altrettanto essi la esaltavano e vi aggiun-
gevano.
I gesuiti si dividevano in cinque classi: Professi, Coa-
diutori, Scolari, Indifferenti e Novizi.
Questi ultimi, esattamente parlando, non erano membri 
della Societ, ed era anco loro proibito di dirsi tali. I ge-
suiti preferivano i giovanetti perch potevano educarli a 
modo loro, ci nulla ostante non facevano eccezione a chi 
che sia quando lo trovassero di loro convenienza; e quan-
tunque le Costituzioni avessero stabilito alcuni impedi-
menti per certi individui, per esempio se era ammogliato, 
se aveva dato promessa di matrimonio, se aveva genitori 
bisognosi del suo aiuto, se aveva commesso delitto che 
importasse pena d'infamia, se non era di natali legittimi, se 
aveva professato opinioni eretiche o erronee nella fede, o 
se aveva appartenuto gi ad altro Ordine di religiosi quan-
tunque non avesse fatto i voti (dicendo le Costituzioni che 
un buon cristiano debb'essere fermo nella sua prima vo-
cazione, viene a dire che i gesuiti volevano uomini di ca-
rattere irremovibile): quantunque, dico, vi fossero tali im-
pedimenti, quando in un soggetto si ravvisavano dono ali-
qua Dei illustriora, cio che fosse raccomandato da molte 
ricchezze o da nascita illustre o da un sapere eminente o 
da altre utili qualit, l'esaminatore prima di rifiutarlo do-
veva conferire col superiore; il quale, se il caso era grave e 
non poteva deliberare da s, ne scriveva al generale; e se il 
soggetto era tale che meritasse di essere ammesso, e che o 
non fosse libero di sua volont come i figli di famiglia, o 
fosse macchiato di qualche delitto, lo mandavano ad un 
noviziato lontano, dove i parenti non potessero rintracciar-
lo e quella macchia fosse ignota.
Quando un individuo si presentava per essere ammesso, 
veniva trattenuto per quindici giorni o tre settimane in una 
casa di probazione come se fosse un semplice ospite, e in-
tanto astuti esaminatori lo andavano interrogando alla lar-
ga e con aria d'indifferenza intorno alla sua condizione, 
vita e costumi; e in ci le Costituzioni raccomandavano 
d'usare la pi profonda doppiezza ricorrendo a domande 
suggestive, senza puntar molto sulla stessa domanda onde 
non recar sospetto. Trovato che conveniva, lo aggregava-
no alla casa di probazione, e lo assoggettavano al novizia-
to di un anno: in questo frattempo era esplorato ed esami-
nato accuratamente, e per penetrare le parti pi intime del 
suo cuore si servivano della confessione, esortandolo di 
volta in volta ad una confessione generale che il confesso-
re metteva in iscritto e la comunicava al superiore, il quale 
poi le raffrenava l'una coll'altra e vedeva se vi era con-
traddizione. Onde meglio comprendere la coscienza de' 
novizi usavano di mutargli il confessore, od anco di mu-
targli la residenza. Durante l'anno erano comunicati al no-
vizio alcuni sunti delle Costituzioni cui doveva studiare, e 
gli erano anco letti in diversi tempi. Qui  da notare che in 
tutti gli Ordini regolari il novizio pu fin dal primo giorno 
conoscere le costituzioni e regole dell'Ordine; ed ivi tutte 
le cose essendo comuni, al primo Capitolo conventuale 
egli  introdotto ed assiste alle deliberazioni a pari del fra-
te pi anziano; Ma nei gesuiti tutto  mistero. Nessuno 
pu conoscere l'amministrazione interna, tranne i membri 
a ci deputati, e che sono obbligati al pi rigoroso secreto; 
nessuno conosce la legislazione della Societ, tranne i 
professi pi vecchi e pi esperimentati, e pochissimi sono 
quelli che ne abbiano una cognizione perfetta. Ogni classe 
di gesuiti, ogni impiego, ogni dignit ha le sue regole par-
ticolari, e queste sole gli sono comunicate per iscritto, e 
ignora appieno quelle dei gradi e dignit superiori, e spe-
cialmente le norme del reggimento totale della Compagni-
a.
Il noviziato non finiva ad un anno come negli altri Or-
dini, ma continuava per un secondo, e talvolta per pi anni 
di sguito, sotto diversi pretesti; giacch i gesuiti non te-
nevano regola stabile su di ci, ma si governavano secon-
do le circostanze o la qualit o il carattere della persona e 
le cose che se ne potevano promettere con una morale cer-
tezza. Dopo il primo anno, il novizio passava dalla casa di 
probazione al collegio, ed era ammesso al corso comune 
di studi, od ivi adoperato secondo la sua capacit. In tutto 
questo biennio ei non faceva alcun voto; ma se voleva far-
li, premessa la licenza de' superiori, o se conveniva a que-
sti di farglieli fare, erano i voti semplici che ho detto. Ma 
subti i due anni di prove, ciascuno doveva obbligarsi con 
essi voti semplici, e cominciava da quel momento ad esse-
re annoverato fra i membri della Societ: allora veniva 
ammesso alla classe degli scolari o dei coadiutori o a 
quella degli indifferenti. Questi ultimi erano quei gesuiti 
di cui non si conoscevano ancora bene le qualit, n si sa-
peva a quale uso applicarle; venivano quindi esperimentati 
nello insegnamento, nella confessione, nelle prediche e in 
tutte quelle altre faccende per cui mostravano qualche atti-
tudine, finch si vedesse in quale fossero pi eccellenti ed 
a cui conveniva destinarli. Gli scolari erano di due specie: 
alcuni detti Scelti (scholastici selecti) erano quelli eletti ad 
insegnare in via provvisoria ed esperimentativa; gli altri 
col nome di Approvati, erano veri maestri destinati ad una 
tale facolt sotto la direzione dei superiori.
Pure di due specie erano i coadiutori: temporali e spiri-
tuali, e s gli uni che gli altri dovevano essere eletti dal 
preposto generale, o da un suo vicario che ne avesse rice-
vuta la facolt immediata. I coadiutori temporali erano gli 
stessi che negli altri Ordini si chiamavano frati laici, e ve-
nivano adoperati negli uffici servili delle case professe e 
de' collegi, o se avevano capacit erano aggiunti a sussidio 
degli amministratori de' beni della societ o in qualit di 
scrivani ai superiori.
I coadiutori spirituali dovevano essere sacerdoti e suffi-
cientemente instrutti nelle lettere o nella teologia; e se-
condo la loro abilit erano destinati a sussidio dei professi 
nelle occupazioni del sacerdozio o in quelle dell'insegna-
mento: era gi un ordine cospicuo, perch da esso ordina-
riamente si cavavano i rettori dei collegi, i professori delle 
scienze, i procuratori tanto provinciali, quanto generali 
(anzi i procuratori non potevano essere professi), e tal fia-
ta erano anco spediti alla congregazione generale in quali-
t di deputati, e vi avevano voto tranne nella elezione del 
generale. Rare volte se il merito era imminente e la perso-
na profondamente esplorata, tosto dopo finite le biennali 
prove, purch fosse ordinato al sacerdozio, era immedia-
tamente ascritto fra i coadiutori spirituali; ma di solito non 
vi perveniva senza molte prove date nella qualit di scola-
ro approvato, e le altre dignit non poteva conseguirle se 
non dopo un lungo tirocinio di esercizi subalterni.
Quantunque espedite le biennali prove potesse il novi-
zio essere ammesso alla professione solenne dei voti, il 
generale, a cui si aspettava di concederla, la concedeva 
rarissime volte a quelli che non fossero stati esperimentati 
per sei o sette anni di sguito nella classe degli scolari ap-
provati o de' coadiutori spirituali, e non la concedeva sen-
za prima essersi assicurato che l'individuo non aveva spe-
ranza di eredit temporali; finch questa speranza di eredi-
tar beni da genitori o parenti sussisteva, era neppure am-
messo nella classe de' coadiutori, i quali quantunque fa-
cessero i voti semplici dovevano rinunciare ai loro patri-
moni che diventavano della societ, e non potevano pi 
acquistarne. Ci era indispensabile, in primo luogo per te-
nere i coadiutori in una perfetta soggezione de' professi, 
secondamente per conservare la eguaglianza fra loro, ed in 
ultimo per impedire che un coadiutore ricco del proprio 
non potesse corrompere per farsi strada alle dignit, crear-
si un partito e versar la discordia nella Compagnia. Il che 
non poteva accadere negli scolari, i quali, quantunque fos-
sero opulenti e congiunti di sangue con personaggi illustri, 
erano tenuti in grado di pupilli, non potevano carteggiare 
coi loro parenti, senza che le lettere missive o responsive 
non fossero vedute prima dal superiore, non potevano 
neppure trattare con quelli senza il testimonio di questo o 
di un suo delegato, n conservare o amministrare alcuna 
cosa senza la licenza di lui: anzi quando un allievo era 
persona importante, e che le suddette precauzioni diventa-
vano difficili, i gesuiti solevano mandarlo in luogo lonta-
no, od anco a Roma sotto gli occhi del generale, col prete-
sto di farlo viaggiare o di procurarli una migliore educa-
zione.
I professi eziandio erano di due sorti: gli uni, ed erano i 
gesuiti per eccellenza, si dicevano professi dai quattro vo-
ti; gli altri, alquanto inferiori ai primi, erano i professi dai 
tre voti, perch non proferivano il quarto voto relativo alle 
missioni. E questa differenza era necessaria per non met-
tere a disposizione del pontefice troppa quantit di gente, 
e forse i migliori soggetti che il generale divisava d'impie-
gare diversamente che non a fare il missionario, tal uomo 
essendo pi utile a servire da cappellano di corte, o a con-
fessar dame ricche, o a insegnare ne' collegi, o a fare il 
banchiere che non a predicare l'evangelio agli Americani 
od ai Cinesi. Ad ogni modo, i professi d'ambe le specie 
costituivano il minimo numero della societ.
Quando un gesuita professava solennemente i voti, o tre 
o quattro che fossero, era anco obbligato a giurare un'altra 
formola di voti che dicevano semplici: ed era, di mante-
nersi fedele alle costituzioni, e di non fare alcuna cosa af-
fine di variarle; di non aspirare ad alcuna dignit dell'Or-
dine; di non pretendere ad alcun beneficio o dignit fuori 
della compagnia, ed eziandio di non accettarla, quando 
non vi sia obbligato dal generale; di denunciare al genera-
le chiunque intentasse contro queste prescrizioni; e infine 
che quando egli fosse promosso ad alcuna dignit della 
Chiesa, di doversi condurre sempre secondo i consigli e la 
volont del preposto generale de' gesuiti, o della persona 
da lui destinata a consigliarlo, quand'anco fosse contraria 
alla volont propria.
Astutamente i fondatori del gesuitismo provvidero ac-
ciocch nessuno potesse aspirare alle dignit della Chiesa, 
e neppur brigare per conseguire quelle dell'Ordine; peroc-
ch niente  pi pernicioso alle sette, quanto l'ambizione 
degli individui, che frange lo spirito di corpo e l'unit del 
fine, ed obbliga l'ambizioso a dividere i suoi affetti, od an-
co a tradire gl'interessi della Societ. Altronde  difficile 
fuor misura che chi  innalzato ad un grado eminente si 
mantenga rigorosamente fedele ai principii sposati dal 
corpo a cui apparteneva, e che possono essere in collisio-
ne col suo migliore vantaggio. I gesuiti ne fecero un catti-
vo esperimento nel cardinale Martinez, che, uscito della 
loro Compagnia per diventare arcivescovo di Toledo, di-
vent loro nemico; dopo di allora fu prescritto fra gli ob-
blighi di un gesuita, tosto che entrava nella classe de' coa-
diutori, che dovesse anco giurare che non accetterebbe 
giammai nessun beneficio ecclesiastico, e solo fu permes-
so di accettare il cardinalato, perch ridondava in onore 
della Compagnia. Si osservi ancora che tutte le moderne 
societ secrete ruinarono perci appunto che non fecero 
un bastevole esperimento dell'uomo, non ne domarono gli 
appetiti personali, e lasciarono libero il varco alle ambi-
zioni de' loro membri, ed anzi gli aiutarono a diventare 
cortigiani o ministri, viene a dire a mutar spirito e pensie-
ri.
In tutte le societ monastiche, tosto che l'uomo avesse 
professati i suoi voti, acquistava il diritto di non essere pi 
escluso da quella; ma tale diritto il gesuita lo acquistava 
giammai n per meriti sommi, n per longevit di servigi, 
che il generale poteva sempre rescinderlo quando gli pia-
ceva. Egli non era cos facile che dopo le reiterate prove di 
un lungo noviziato, e subte nei vari gradi per cui lo face-
vano passare, s'introducesse nella Compagnia uomo capa-
ce di tradirla; e se taluno era tanto dissimulato per potersi 
occultare cinque o sei anni, erano tuttavia in tempo di li-
cenziarlo prima che penetrasse i loro arcani. Pure anco 
questo poteva accadere: in tal caso se era un professo o un 
coadiutore d'importanza tentavano prima tutti i mezzi di 
correggerlo senza inasprirlo, o lo mandavano in regioni 
lontane; o lo occupavano in modo conforme al suo gusto: 
e non sortendone alcun buono effetto, facevano in modo 
che si dipartisse quietamente e gli assicuravano anco una 
pensione secreta: ecco il motivo per cui fra i tanti che u-
scirono dalla Societ de' gesuiti cos pochi ve ne furono 
che se ne dichiarassero i nemici. Ma se accadeva che mal-
grado le arti usate non potessero guarentirsi dal maltalento 
della persona esclusa, allora voltavano tutte le batterie 
contro di lei, e s la screditavano e la perseguitavano che 
poteva considerarsi uomo perduto.
Se poi chi voleva uscire o cui volevano licenziare era 
un semplice scolaro, o persona di poco conto, lo lasciava-
no andare in pace, procurando solamente di sorvegliarlo, e 
di favorirlo o contrariarlo nelle successive sue ambizioni, 
secondo che lo vedevano avverso o propenso.
Il sistema di educazione dei gesuiti tendeva a spogliare 
l'uomo di tutto ci che vi ha di personale, pensieri, incli-
nazione, affetti, temperamento e persino la volont, e su-
bordinarlo, anzi ad invaderlo di un assoluto egoismo di 
corpo, fuori del quale non esiste pi nulla. Per avvezzarli 
a questa totale abnegazione insegnavano ai novizi a parla-
re de' loro genitori e fratelli e congiunti ed amici come di 
persone morte: e invece di dire mio padre o mio fratello, 
dovevano dire il padre o il fratello che io aveva; per snatu-
rare le vecchie inclinazioni ed evirare il giudizio ed acco-
stumarli ad una obbedienza passiva, ripetevano che il vero 
gesuita deve imitare Abramo, il quale si mostr pronto a 
scannare suo figlio per ubbidire a Dio, senza chiederne il 
perch; e per vedere se profittavano degli insegnamenti, li 
obbligavano a prove analoghe, gli avvezzavano ancora a 
dissimulare e a mentire, e in pari tempo a spiare l'uno la 
condotta dell'altro, il che gli assuefaceva alle astuzie, alla 
dissimulazione e a quella finezza di spirito osservatore 
sull'indole e le azioni altrui e sull'arte d'indovinarle. Ogni 
gesuita doveva rinunciare alle proprie idee per assumere le 
idee della Societ; quindi tutti dovevano pensare ed agire 
come se fossero un solo individuo, e nessun'altra setta pu 
essere pi propriamente paragonata al corpo umano. Il ge-
nerale ne era l'anima o la facolt pensante, e tutti gli altri 
erano membri mossi a talento di quella facolt. Tale omo-
geneit di sentire e di volere ed uniformit di operare era 
cos perfetta che la Compagnia di Ges, bench sommasse 
a pi di 20,000 individui, e nel 1609 contasse 21 case pro-
fesse e 293 collegi, che poi nel sguito si accrebbero di 
assai, essa  l'unica Societ monastica che offra lo spetta-
colo singolare di una continua ed invidiabile pace dome-
stica.
I gesuiti non si brigavano di cantare in coro come gli al-
tri frati, ed erano persino dispensati del breviario e della 
messa quando erano in viaggio od occupati altrimenti. Le 
astinenze, i digiuni e le altre mortificazioni erano lasciate 
al libito di ciascuno; e tutti i loro doveri sociali e religiosi 
si riducevano ad un solo, inculcato quasi ad ogni pagina 
de' loro statuti; procurare con tutti i mezzi possibili il pi 
gran vantaggio della Compagnia: chi meglio vi riusciva 
era il pi perfetto, e trascurarlo era il maggior delitto.
Mi dimenticava quasi di ricordare un fatto curioso nar-
rato da Fr Paolo in questo modo: In una camera della 
casa che avevano qui in Venezia, fecero dipingere un in-
ferno con tutte le pene del fuoco e con padelle e spiedi e 
simili, quindi le anime che subivano i tormenti. Col con-
ducevano i loro devoti, onde renderli pi soggetti colla vi-
sta di quei terrori, e mostravano loro le anime, facendo a 
ciascuna il nome, e dicendo questo  il tale, e questo  il 
tale altro, donde  nato fra noi il proverbio volgare: Li ge-
suiti ti faranno dipingere a casa del diavolo. Mi racconta-
va un giovane, che studiava la giurisprudenza, che essen-
do stato condotto in quella sala, e mostrategli le anime 
dannate, gli fu detto l'uno essere Alberico da Rosate, altro 
il Roseto, altro il Covarruvias; e quello che mi fece pi 
ridere si  che gli fu mostrato tra le fiamme un posto vuo-
to, e dettogli essere quello riservato all'anima del Menoc-
chio, che era ancora vivo. Sono cose che fanno ridere; ma 
pure  con tali ridicolaggini che esercitano la loro tiranni-
de. Non v'ha dubbio che se i gesuiti avevano fatto dipin-
gere fra i dannati gli accennati celebri giureconsulti, e 
spinta la bont fino a destinare un posto al presidente Me-
nocchio, non avranno mancato di fare lo stesso anco in 
pro di Fr Paolo; e intanto con queste imposture, che non 
sortivano senza effetto sulle tenere immaginazioni dei loro 
allievi, li avvezzavano di buon'ora nei pregiudizi e nell'o-
dio verso quegli scrittori cui volevano far detestare.
Negli altri ordini tutto era costituzionale, e fra i gesuiti 
era tutto dispotico. Il preposto generale che risiedeva co-
stantemente a Roma, sceglieva egli i preposti provinciali, i 
procuratori, i rettori de' collegi, i professori; i quali non 
avevano altra autorit tranne quella delegatagli da lui, cui 
poteva ampliare o ristringere a talento; nessun novizio po-
teva essere accettato senza sua partecipazione; egli solo 
poteva ascrivere i coadiutori, egli solo decidere del tempo 
in cui si poteva professare i voti solenni, e se conveniva 
professarne tre o quattro; egli prolungava le prove o le ab-
breviava, e dispensava dagli impedimenti quelli che vole-
vano entrare nella Compagnia, o delle prescrizioni per ar-
rivare a tale classe o a tale grado; egli destinava alle mis-
sioni, al pergamo, al confessionario, ad insegnare le scien-
ze o le arti. L'amministrazione dei beni era tutta in sua 
mano, e ciascun collegio era obbligato a spedirgli rego-
larmente i conti; le provincie li mandavano ogni tre anni 
un procuratore alfine d'informarlo vocalmente di tutto ci 
che succedeva, e del loro stato personale ed economico; le 
Indie per essere lontane, lo mandavano ogni quattro anni. 
Poteva rivocare o punire i prepositi subalterni, i procurato-
ri, rettori ed altri ufficiali deputati agli studi ed alla ammi-
nistrazione, se non facevano il loro dovere, o se non ob-
bedivano alla sua volont. A conoscere poi gli uomini, ri-
ceveva un ragguaglio esattissimo delle confessioni non 
solo dei suoi gesuiti, ma eziandio de' principi, uomini di 
Stato e personaggi grandi: perch ogni confessore gesuita 
era tenuto di scrivere ci che udiva, e mandarne la rela-
zione al preposto di Roma, il quale per questa via era in-
formato de' pi gravi interessi pubblici o privati, la cogni-
zione dei quali giovava alla Compagnia. Anzi per pene-
trarli pi finamente coltivavano assai le donne e i servito-
ri, da cui si facevano rivelare quanto accadeva nelle pareti 
domestiche.
I gesuiti non riconoscevano alcuna potest politica od 
ecclesiastica, toltane quella del loro generale, che chiama-
vano luogotenente di Dio in terra, facendone per tal modo 
un secondo papa; anzi il papa non poteva valersi dell'ope-
ra loro se non per l'intermezzo di esso generale.
Presso al generale vi era un consiglio di cinque 
assistenti, scelti ordinariamente fra i professi, ciascuno de' 
quali aveva il suo dipartimento a parte, cio Italia e Sici-
lia, Francia, Germania, Spagna, Portogallo ed Indie: e 
quantunque il generale avesse l'obbligo di consultarli nei 
pi gravi affari, ei poteva cionondimeno farne senza, non 
mostrar loro le lettere a lui dirette particolarmente, o con-
sultarsi con altri fuori di loro, o dopo di averli consultati 
seguire un parere contrario. Avevano la facolt di accusare 
il generale, se non soddisfaceva agli interessi della Com-
pagnia ed anco di deporlo provvisoriamente finch fosse 
giudicato dalla congregazione; ma era una facolt illuso-
ria, primamente, perch per venire a quell'atto, erano ne-
cessarie assai formalit, e poteva tornare pericoloso a chi 
lo tentava; in secondo luogo il generale con minori forma-
lit poteva egli stesso deporre e processare gli assistenti; 
ed in ultimo quantunque egli dovessero essere eletti dalla 
congregazione generale, questa, convocandosi raramente e 
quasi sempre ad arbitrio del preposto, se accadeva che nel 
frattempo mancasse uno degli assistenti, il generale aveva 
autorit di nominargli il successore, il quale doveva poi 
essere approvato per lettera della maggioranza de' provin-
ciali, che non si rifiutavano mai per non perdere il loro 
posto. Cos che si pu dire che anco gli assistenti erano 
creature del generale, e meglio istromenti che contrappeso 
del suo dispotismo.
Questa societ secreta, illustre per uomini grandi e fa-
mosa per avere travagliato 230 anni la Chiesa e lo Stato, 
fu a richiesta di tutta l'Europa soppressa dal celebre Cle-
mente XIV Ganganelli, con sua Bolla del 21 luglio 1773: 
ma i gesuiti non si credettero obbligati ad ubbidire, e con-
tinuarono a vivere nella Prussia sotto la protezione di Fe-
derico II, e nella Russia sotto quella di Caterina II: Pio VII 
gli ristabil nella Russia con un suo Breve del 1801, poi 
nel regno di Napoli con altro Breve del 1809; infine ai 7 
agosto 1814, gli ristabil per tutta la cristianit con una 
Bolla che, quantunque sia ad perpetuam rei memoriam,  
in piena contraddizione con l'altra parimente ad perpe-
tuam rei memoriam di Clemente XIV. Ma fu una risurre-
zione effimera: due anni dopo furono banditi dalla Russia 
come sediziosi e turbolenti; nel 1828 furono scacciati dal-
la Francia dove si erano introdotti furtivamente; e nel 
1835 lo furono anco dalla Spagna. Negli altri paesi, odiati 
o derisi, vivono una esistenza precaria e piena di pericoli.
L'Austria ha durato lungamente nell'escludere i gesuiti 
da' suoi Stati, ma e' seppero cos bene adoperarsi e servirla 
con fervore ne' suoi interessi e secondarne le azioni e rea-
zioni politiche, che riuscirono ad aprirsi un varco nella 
monarchia austriaca. Come questa potenza rappresenta nel 
secol nostro quello che altra volta era la Spagna, cos e' si 
sono schierati sotto le insegne di lei, ne sono diventati i 
pi audaci emissari, ed  colla sua protezione che potero-
no dilatarsi o che tuttavia, si mantengono in varii paesi; e 
quantunque abbiano ricevuti singolari favori dal re di Sar-
degna, essi in Roma sono alla testa della fazione austriaca 
contraria alla fazione sarda, ed  fama che negli anni ad-
dietro abbiano fatto opera efficacissima coll'Austria per 
escludere dalla successione al trono il principe di Cari-
gnano.
Vogliono alcuni che i gesuiti moderni abbiano conside-
revolmente mutato sugli antichi; ma  certo che Pio VII, 
volendo innovare alcuna cosa nei loro statuti, il loro gene-
rale Karen disse aut sine ut sunt, aut non sint, siano quel-
lo che sono, o non siano. Quello che si pu dire, si  che 
malgrado la loro costanza e i patrocini che vanno mendi-
candosi, non potranno mai pi risorgere all'imperio di 
prima. Come fazione politica non sono che una societ se-
creta al servizio dell'assolutismo; e l'Austria, che pi di 
tutti se ne giova, ha trovato l'arte d'impedirle ogni movi-
mento proprio, e di maneggiarla a suo talento, tenendola 
abbietta, e serva intanto che mostra proteggerla. Come fa-
zione religiosa  una fazione ridicola, e le puerili inven-
zioni a cui ricorre per darsi credito possono allettare qual-
che donnicciuola, ma invece di rialzare, come pretendono 
la religione romana, contribuiscono a vieppi farla deride-
re e a ruinarla; altronde non sono pi ricchi e mancano 
d'uomini d'ingegno, intanto che i loro avversari ne possie-
dono di eminenti; hanno potenti nemici nella parte pi il-
luminata del clero, nei frati, nel popolo, nella stampa, per-
sino in corte di Roma, ma soprattutto, nello spirito dei 
tempi: vivono quindi nel disprezzo, stromenti ignobili di 
polizia ne' regni assoluti, diffamati negli Stati liberi, e do-
po tante patite vergogne e screditati dall'istesso loro nome, 
non possono pi aspirare a far fortuna nel mondo.
Le Costituzioni de' gesuiti si compongono di molte par-
ti, quali sono le Lettere apostoliche che contengono le bol-
le e i privilegi concessi loro dai papi, e sono come il fon-
damento della Societ. Un Compendio di essi privilegi de-
stinato per quelli a cui non era lecito di conoscerli in cor-
po. Le Costituzioni colle loro dichiarazioni che ne sono la 
glossa ed hanno autorit pari al testo: ad esse Costituzioni 
 premesso un opuscolo detto l'Esame, che  una partico-
lare e molto sottile istruzione intorno al modo con cui de-
vono essere esaminati i novizi per tutto il tempo della loro 
probazione. Le Regole, dove specificatamente sono espo-
sti i precetti che devono osservare i gesuiti ciascuno nel 
posto che occupa: cos vi sono le regole del provinciale, 
del preposto di un collegio, del rettore, del gesuita in vi-
aggio, di quello destinato alle missioni o alla predicazio-
ne, del portinaio, dell'infermiere, del cuoco, e di ogni altra 
dignit e grado od impiego dai supremi ai minimi. Cia-
scuno aveva in iscritto la parte che lo concerneva, e, se era 
necessario, anco un sunto delle Costituzioni, non comuni-
candosi le Costituzioni intiere se non ai primarii della So-
ciet. I Decreti delle congregazioni generali; un Sommario 
de' medesimi col titolo di Canoni ad uso di quelli che non 
potevano vederne l'intiero; le Formole di esse congrega-
zioni; la Ragione ed Instituzione degli studi che compren-
deva il loro sistema d'insegnamento; le Ordinazioni dei 
preposti generali, e le Istruzioni che sono supplementi alle 
Costituzioni e alle Regole anzidette; le Industrie, l'Istru-
zione del padre Claudio, gli Esercizi di sant'Ignazio, e il 
Direttorio degli Esercizi che comprendono il loro sistema 
di governare le coscienze; e infine le Lettere dei preposti 
generali: tutti questi documenti furono fatti stampare pi 
volte dai gesuiti con variazioni ogni volta pi o meno im-
portanti, cui  necessario conoscere a chi voglia scrivere 
un'istoria profonda del loro Ordine; e con tutto ci niente 
era pi difficile quanto il procurarsi alcuno di questi libri. 
Fr Paolo, che era curiosissimo di averli, onde penetrare i 
misteri di quella setta, dur fatica grandissima e pi anni 
di ricerche e di sorprese fatte da lui e fatte fare dai suoi 
amici in Italia ed in Francia prima di avere le Lettere apo-
stoliche, le Costituzioni, le Ordinazioni e qualche fram-
mento delle Regole; e dopo averle lette, disse che per 
quanto grande egli s'immaginasse l'astuzia e la bricconeria 
dei gesuiti, era ben lungi dal sospettarla cotanto quale re-
almente ; e predisse che quei documenti, quando fossero 
conosciuti dai governi, farebbero la ruina de' gesuiti. Cos 
infatti avvenne in Francia nel 1762.
Oltre ai libri indicati, i gesuiti ne avevano altri che non 
stampavano e si comunicavano gelosamente per iscritto, e 
riservati ai soli caporioni, che poi a voce ne stillavano il 
sugo nei subalterni: fra' quali sono famosi i Monita secre-
ta, la cui autenticit non pu essere messa in dubbio, tanti 
sono i fatti che la testificano. Sorpreso un esemplare, non 
si sa da qual mano, furono stampati in Germania intorno 
al 1608; ma tanta fu l'attivit usata da' gesuiti nel farne 
sparire le copie, che quella prima edizione rest poco men 
che ignorata; ed oggi non se ne ha pi indizio. Fr Paolo 
stent assai per averne una copia, e credo anco manoscrit-
ta, per la quale dovette scrivere e importunare pi amici in 
Francia, in Olanda e fino in Inghilterra. Ma ristampati i 
Monita nel 1713 dal padre Enrico di sant'Ignazio carmeli-
tano, malgrado le nuove sollecitudini dei gesuiti, si molti-
plicarono le edizioni e furono eziandio tradotti in tutte le 
lingue, cos che al presente sono comunissimi.
Questo libricciuolo contiene la quintessenza della vol-
pineria de' gesuiti, che incamuffandosi col gran mantello 
della religione non ha altro fine che di dominare e di ar-
ricchire: ivi sono sottilmente dichiarati i precetti con cui la 
Societ debba governarsi quando fonda un nuovo collegio 
in qualche luogo; e come acquistare e conservare la fami-
gliarit de' principi e persone grandi; e gratificarsi quelli 
che, quantunque non ricchi, hanno autorit nello Stato e 
possono per altre guise giovare alla Societ; quali cose 
debbano osservare i predicatori o confessori de' grandi; 
come debbano i gesuiti contenersi cogli altri ecclesiastici; 
come beneficarsi le vedove ricche e dirigerle nella ammi-
nistrazione e disposizione de' loro beni cos in vita come 
in morte; come circuire i figliuoli di esse vedove, e di-
strarli dallo accasarsi, indurre le figlie a monacarsi e i figli 
a farsi gesuiti; per quali modi si possano accrescere le en-
trate ai collegi; come si abbiano a trattare i gesuiti che non 
lavorano a profitto della Societ; quali sono i modi da se-
guirsi nello screditare quelli che furono licenziati dalla 
medesima; quali siano gl'individui che conviene ricevere e 
conservare; quali i giovanetti che si debbano sedurre e con 
quale metodo convenga procedere per riuscirvi; come si 
possa trar vantaggio della confessione cos nel regolamen-
to interno, come pel giovamento della Societ; come il ge-
suita, direttore di coscienza debba condursi colle monache 
e colle sue penitenti; come per guadagnare molte ricchez-
ze debbasi in apparenza ostentarne il disprezzo; e infine 
tutto ci che pu contribuire a promovere e ingrandire la 
Societ. Intorno a che  sviluppata una scienza di fraudi 
tanto profonde, quali poteva immaginarle la pi raffinata 
astuzia e la pi ingannevole ipocrisia. Leggendo quei Mo-
niti, l'uomo il pi addestrato nella furfanteria, resta morti-
ficato della sua nullit, a fronte di cos insigni maestri.
La curiosit di Fr Paolo nel penetrare gli arcani de' ge-
suiti si appales eziandio nelle sue lunghissime indagini 
per avere un libro intitolato: De modo agendi jesuitarum, 
libro che non sembra essere mai stato stampato, e che gli 
debbe essere stato procurato in testo a penna dall'amba-
sciatore veneto a Londra.
L'odio ch'ei portava a' gesuiti, l'opposizione ferma e 
non senza animosit contro la corte di Roma, la sua sim-
patia pei riformati e il desiderio che prosperasse la causa 
loro, erano altrettante conseguenze delle sue opinioni poli-
tiche. La Spagna, adombrando la tutela del cattolicismo, 
rappresentava la fazione retrograda di quel secolo; il pro-
testantismo costituiva il partito liberale; ed erano le estre-
mit delle due parti, gl'Irenici, ossia quelli fra protestanti 
che inclinavano a riunirsi coi cattolici mediante certe con-
venzioni, e i parlamentari, ossia quelli fra i cattolici che si 
opponevano agli eccessi della corte di Roma, e gli vole-
vano aboliti. Ora la Spagna, opprimendo l'Italia, trovava la 
sua forza ne' gesuiti, e la corte di Roma per motivi di reli-
gione o per altri interessi che ne usurpavano il nome, con-
sentiva con entrambi, e tutti tre insieme formavano quel 
potere occulto che agiva sullo spirito umano come una 
pressione, intanto che il protestantismo reagiva in senso 
contrario. E come la repubblica veneta, dopo la morte di 
Enrico IV, era il solo fra gli Stati cattolici che formasse 
una opposizione politica contro le ambizioni della Spagna, 
cos Fr Paolo per patria e per sentimento doveva mettersi 
anch'egli da questa parte e spingersi tant'oltre quanto lo 
permetteva la forza del suo genio. Infatti, il suo abborri-
mento per quella monarchia era infinito, giubilava ad ogni 
vanit o rovescio di lei, e le augurava guerra fino dai Mo-
r. I tempi di allora erano simili ai tempi presenti, che col-
le medesime cause concorrono i medesimi effetti. L'asso-
lutismo spagnuolo, come ora l'assolutismo della santa Al-
leanza, dipendeva dalla pace, o pi presto dalla quiete se-
polcrale dell'Italia; ed  perci che la corte di Madrid ri-
fuggiva da ogni idea di guerra, e i moti che ne nascevano 
assopiva o colla forza o coi maneggi. Fr Paolo aveva pe-
netrato questo politico arcano, ma pure vedeva impossibi-
le che ritornasse la libert all'Italia, finch in Roma vi fos-
se un papa e una corte interessati a conservare l'ignoranza, 
gli abusi e la servit, e pronti per ogni vile guadagno, o 
per soddisfare ad un orgoglio, a parteggiare con ogni stra-
niero che si presenti e che largheggi le offerte; e gli pareva 
che se una gran guerra si fosse manifestata nella Penisola, 
accompagnata da una allagazione di protestanti, ne sareb-
be nata una felice rivoluzione; il gesuitismo disperso, il 
dominio spagnuolo atterrato e la libert del pensiero e del-
la parola concessa agli uomini, erano, secondo lui, le pri-
marie conseguenze. Il papa e la Curia romana, scriveva, 
fanno quanto possono per non voler guerra in Italia, per-
ch fra mezzo le armi cesserebbe l'Inquisizione, l'Italia 
s'empirebbe di gente nemica alla religione romana, e non 
v' dubbio che  spacciata la Curia se qui la guerra prose-
guisse due anni. Anzi due sarebbono le guerre, la militare 
e la letteraria: e quantunque la Curia vincesse nella prima, 
ella perderebbe sicuramente nella seconda, non potendo 
dappertutto far uso degli argomenti ond' solita persuadere 
per amore o per forza, roghi e patiboli.
Fr Paolo, convinto che la verit basta ad operare da s 
medesima anco sugli intelletti pi ottusi, non poteva farsi 
capace che la violenza potesse giovare alla riforma degli 
abusi. Convinto che l'edifizio romano era una macchina di 
errori, sorretta dalla ignoranza, egli diceva: Fate conoscere 
quegli errori, distenebrate quella ignoranza, e l'edifizio 
cade da s. Era un modo di argomentare che disperava i 
Romanisti, i quali non potevano sostenere il paragone, ed 
erano obbligati a camminare per via opposta: il Sarpi vo-
leva il libero esame della causa e de' testimoni, ed e' co-
mandavano di chiudere gli occhi e le orecchie, e solamen-
te piegare la testa; quelli chiamava la ragione in suo soc-
corso, cui questi accusavano maestra d'inganni, e vi sosti-
tuivano la propria autorit: voi dovete credere, perch lo 
diciamo noi, e tutto quello che diciamo noi,  vero.
Conseguente a' suoi principii di tolleranza e di modera-
zione, il Sarpi non trovava applicabili alla Italia gli argo-
menti che fecero mutar religione alla Germania e all'In-
ghilterra, essendoch vi siano leggi e costumi, che quan-
tunque non al tutto buoni, sono pure da sopportarsi, ac-
ciocch gli animi, posciach si sono avvezzati ai muta-
menti, non mutino in ogni cosa: il che intendeva delle 
materie astruse o relative al culto popolare, nel quale le 
innovazioni precipitate sono pericolose e gravide di di-
scordie. E sempre mirando alla sola riformazione della 
Curia come la pi essenziale, aggiungeva: Forse Iddio in 
questo secolo vuole con un mezzo pi dolce del tentato 
nel secolo passato estinguere la tirannia degli abusi. Allora 
tentarono il fondamento e non riuscirono, ora incomin-
ciando dalla cima chi sa che non ne riesca un migliore ef-
fetto?
Fr Paolo si and travagliando pi anni in questi pen-
sieri, e gli speranzosi suoi desiderii erano forse alimentati 
dall'orgoglio di diventar egli il profeta e riformatore 
degl'Italiani: orgoglio il quale mi sembra trasparire da al-
cuni passi delle sue lettere. Ma le guerricciuole che si suc-
cessero nel Piemonte, in Lombardia, nella Valtellina e nel 
Friuli, dal( ) 1612 al 1617, comecch menassero in Italia 
alcuni reggimenti di protestanti, stante la politica sedenta-
ria di quei tempi che oggi chiameremmo politica dottrina-
ria o del giusto mezzo, non produssero alcuno effetto cor-
rispondente a' suoi disegni, e lo fecero accorto che anco la 
guerra non era mezzo buono a rigenerare un popolo che, 
oppressato da lunghe sventure e da tante e cos diverse ti-
rannidi aveva perduto fino la memoria della sua dignit; e 
che per risvegliarlo aveva bisogno di una scossa potente, 
che gl'infondesse nuovi pensieri e ne occupasse tutte le 
facolt: ci non poteva essere che un mutamento di reli-
gione, viene a dire, secondo che la intendeva Fr Paolo, 
un rovescio violento del materialismo romano. La qual 
cosa egli vedendo poco possibile, pieno di nobile sdegno, 
sfogava il suo dispetto in una lettera degli 14 aprile 1617. 
Sarebbe ben cieco, scriveva, chi non vedesse il giogo 
imminente sopra il collo d'Italia; ma la fatalit guida chi 
vuole, costringe chi ripugna; e con numero di superstiziosi 
 un maggiore di viziosi che amano meglio servir in ozio 
che faticar in libert. Non manca anco qualche contamina-
zione di Diachotolicon (la politica della Spagna): questo 
terzo  irremediabile; per il secondo ci vorrebbe una buo-
na stoccata che risvegliasse; al primo non c' rimedio. So-
no doi anni che la guerra  in Piemonte, ed uno in Friuli, e 
non  fatto minimo colpo contra la superstizione; e se be-
ne sono venuti tremila Olandesi, non si spera come si cre-
deva che la guerra fosse mezzo d'introdur la verit. Veggo 
che non . Cosi conviene aspettare il tempo del beneplaci-
to divino; il quale se non apre qualche mezzo che dia in-
gresso a far bene, ogni cosa pare inviata a stabilire due 
monarchie, una sopra i corpi e l'altra sopra l'anima.
Ma appunto verso questo tempo tante deluse speranze, 
tante frustrate vendette, la vecchiaia, l'amor del riposo, e 
l'indole istessa dell'uomo che si stanca di ogni sforzo che 
lo inquieta, e soprattutto di un odio continuo che  contro 
natura quando non  alimentato da passioni procellose o 
da stimoli esterni, parve che alquanto ravvicinassero i due 
Paoli. Il pontefice, intento a conservare il suo stato, ad ac-
crescere la fortuna de' suoi nipoti, ad abbellir Roma, e a 
ristorare il suo credito con opere pompose, depose poco a 
poco il suo risentimento contro Fr Paolo; alcuni avversari 
del quale erano spariti dal mondo, altri cadevano sotto il 
peso degli anni, e la sua costanza cominciava a trovare 
ammiratori fra personaggi distinti della Curia; la supersti-
zione popolare lo considerava come un essere portentoso, 
tutelato parzialmente dalla Provvidenza che lo aveva tratto 
incolume e quasi per una serie di miracoli da tanti perico-
li. Dal canto suo, Fr Paolo inoltrandosi sempre pi verso 
il confine della vita, incanutito sotto la moltitudine degli 
affari, cominciava a provare quella stanchezza e quell'a-
more alla solitudine e alla pace che suole andar di sguito 
ad una vita accompagnata da clamorose vicende: quindi 
cominci a rasserenarsi e a considerare con occhio meno 
avverso il pontefice, e ne abbiamo la prova in varii pareri 
e consulti, dove mostra un vivo desiderio di metter fine ai 
dissidii che ad ogni punto rinascevano fra i due governi. 
Un piccolo caso parve avere contribuito a restituire nella 
reciproca stima il pontefice e il frate. Il vescovo di Tine, 
accusato di malversazione dai sindacatori pel Levante fu 
citato a Venezia a difendersi. Pochi anni innanzi, un fatto 
simile avrebbe dato motivo a qualche grave discordia fra 
Roma e Venezia; ma il papa, ammaestrato dall'esperienza 
che sempre ne andava con perdita, chiuse un occhio e la-
sci fare. La causa fu rimessa per consultazione a Fr Pao-
lo, e seguendo il suo parere, il vescovo fu assolto e riman-
dato con onore. Prima di recarsi alla sua sede volle andare 
a Roma a far riverenza al pontefice, che lo chiese, e del 
suo processo e di Fr Paolo. Narr il vescovo l'accaduto 
lodandosi del consultore, e il papa si lasci allora sfuggire, 
essergli noto quanto fosse quello un uomo temperato e 
giusto. Questa lode, bench fra i denti, era moltissimo, 
trattandosi tra un papa e Fr Paolo; e come fu a Fr Paolo 
riferita e' se ne compiacque e disse: Ora abbiamo un pa-
pa amico; prego Dio che viva pi di me; perocch i suoi 
successori mi saranno tutti nemici. Fu profeta.
CAPO VENTESIMOTERZO
(1615). La perseveranza nei disegni, per quanto riuscis-
sero infruttuosi i tentativi,  una delle qualit pi caratteri-
stiche del papato. Un diritto, poich pu vantarlo una vol-
ta, lo immedesima alla sua esistenza, e lo dice non acqui-
sito dal tempo ma ereditato da Dio; e se per patti o per in-
fortuni  obbligato a recedere, il fa con tanta arte e si gi-
randola con tale ambiguit di parole che ben mostra di 
non averlo perduto, s solo per compiacenza sospeso, e in-
tanto spia le occasioni opportune per rimetterlo in vigore. 
Ma poich questi diritti, o meglio usurpazioni, si furono 
moltiplicati cos che violavano ogni libert civile e potest 
di principe, avendo il loro fondamento nell'ignoranza, bi-
sogn inventare un mezzo per comprimere gli ingegni e 
tener schiave le opinioni. E fu questo il sant'Offizio.
Non hanno ragione quelli che rimproverano i Mussul-
mani che la loro religione sia stata dilatata colla forza; pe-
rocch nessuno ha fatto pi uso di questa convincentissi-
ma logica quanto i cristiani.  vero che il metodo ha la sua 
utilit, ed  il pi accomodato alla intelligenza dei cherici, 
perch il dilemma o credi o ti accoppo,  cos semplice 
che bisogna ben essere stolido per non restarne convinti. 
Nondimeno, bench i fanatici fin dalla et di Costantino 
obbligassero i pagani a convertirsi per forza, le misure co-
ercitive furono ignote per quattro secoli alla Chiesa, non 
usandosi cogli eretici altre armi che le spirituali.  vero 
che si riscontrano fatti, in cui il braccio laico si arm con-
tro ai Manichei, ma la loro eresia era piuttosto delitto poli-
tico che religioso; imperocch quella setta, nata nella Per-
sia e forse avendo in origine poco o nulla di comune col 
cristianesimo, portava fama che parteggiasse pei Persiani 
nemici eterni dell'imperio romano. La prima vittima della 
intolleranza religiosa fu Priscilliano, che, accusato da Ita-
cio, malvagio vescovo, perdette la testa nel 383. Ma l'or-
rore che dest quel supplizio, mostra che i cristiani non 
erano ancora disposti a chiamar santo l'Offizio destinato 
da poi a difendere l'Evangelio colla eloquenza del carnefi-
ce.
Essendosi stabilita nella Spagna la monarchia dei Visi-
goti, il genio pinzochero di quella nazione, la debolezza 
de' suoi regnanti, ed altri motivi locali, diedero tanta po-
tenza al clero che ivi prima che altrove giunse a disporre 
di ogni cosa e perfino del trono. L'ignoranza comune, il 
parteggiare continuo, la ferocia dei costumi, le rivoluzioni 
frequenti diedero origine a quelle leggi de' Visigoti cavil-
lose, fiere, intolleranti, cui Montesquieu considera come il 
modello del codice inquisitoriale. E infatti se ne valsero 
ora per spogliare gli Ebrei delle loro ricchezze, ora per 
mantenersi quelle che avevano male acquistate, ora per 
reprimere i progressi del maomettismo che dalla Maurita-
nia s'introduceva nella Spagna. Ma non vi era peranco un 
tribunale religioso, e le pene di sangue non erano frequen-
ti, od erano casi parziali in cui il pretesto di religione non 
vi aveva gran colpa.
Nel XII secolo la Provenza aveva pel commercio e l'in-
dustria aggiunto un grado di civilt molto innanzi, e la ci-
vilt vi port i lumi, e questi indussero i popoli a vedere 
non senza scandalo la vita licenziosa dei cherici e le di-
scordie tra il sacerdozio e l'impero. Quindi cominciarono 
anco a pensare pi sodamente intorno alla religione, a in-
trodurre costumi pi castigati, e si form tra loro una so-
ciet di persone divote e di pi austera vita, l'esempio del-
le quali fu imitato da altre, tal che in breve tutta la Pro-
venza ne compartecip le opinioni. Passando da una cosa 
all'altra abolirono chetamente varie superstizioni, riforma-
rono alcuni principii che parevano troppo astrusi o non 
bene confermati, e i preti si avvidero che mancavano le 
limosine e in conseguenza che la Chiesa andava in rovina. 
Pi di tutti furono commossi i monaci, perch popolo in-
dustrioso non ingrassa chi vive in ozio, e ne fecero vive 
instanze alla corte di Roma. Nacquero allora le famose 
crociate contro gli Albigesi, che in pochi anni sterminaro-
no una delle pi floride provincie dell'Europa, passando 
pel ferro e pel fuoco un mezzo milione o pi di abitanti. E 
in quella occasione (nel 1204), papa Innocenzo III institu 
il tribunale del sant'Offizio contro l'eretica pravit, e pri-
mo inquisitore fu il monaco Pietro di Castelnau che indi a 
poco fu ammazzato. L'Inquisizione vieppi inferoc; e 
Domenico di Gusman, spagnuolo, detto anco san Dome-
nico, si adoper allo stabilimento di questa con tutto lo ze-
lo di un buon cristiano e di un santo, s che egli si ebbe a 
ricompensa un posto distinto in paradiso, e all'Ordine dei 
domenicani da lui fondato fu quasi esclusivamente affida-
ta la carica inquisitoriale; dico quasi, perch anco i fran-
cescani vi ebbero la loro parte.
La taccia di eretici data ai ribelli di Santa Chiesa, era 
cos efficace che un tribunale tanto mostruoso e offensivo 
l'autorit dei vescovi da cui era indipendente, e quella del-
la potest laica su cui si arrogava giurisdizione, pot in 
pochi anni stabilirsi in quasi tutta l'Europa, e radicarsi in 
tal guisa che vi vollero gli sforzi di pi secoli prima di e-
stirparlo; anzi una immagine dura tuttavia a memoria del 
passato e a spavento, se l'occasione sar propizia dell'av-
venire.
In Venezia, malgrado lo sforzo dei papi, non pot mai 
introdursi prima del 1289, per opera di Nicol IV; ma con 
tali strettezze che era tolto agli inquisitori ogni arbitrio e 
l'autorit resa angusta. Imperocch fu pattuito che nel 
sant'Offizio siedessero coi frati due magistrati laici, senza 
i quali ogni atto fosse nullo; gli ecclesiastici non potessero 
informare che delle cose puramente e rigorosamente atti-
nenti al dogma; le sentenze fossero approvate dall'autorit 
secolare; fossero esenti dal sant'Offizio gli Ebrei e i Greci, 
i magistrati, il Senato, il doge; non potesse inquisire con-
tro gli assenti; a lui non si appartenessero i delitti di be-
stemmia, di maleficio, di sacrilegio; l'ignoranza invincibi-
le non fosse colpa, e la semplice ritrattazione si ricevesse 
per emenda. Non piacevano ai frati queste restrizioni, im-
perocch mentre il sant'Offizio altrove si rendeva grato a 
Dio con numerosi sacrifizi umani, giaceva in Venezia in-
glorioso senza neppure il vanto di aver fatto abbruciare un 
solo eretico; quindi cercarono di allargarsi, massime nelle 
provincie, ma dal vigile governo furono sempre repressi. 
Dopo l'interdetto il sant'Offizio, stimolato secretamente 
dal papa e dalla Curia, insorse con atti d'arbitrio; e preten-
dendo casi straordinari o eccezioni non contemplate nei 
concordati, tent di emanciparsi dalla soggezione secola-
re, in ispecie per l'esame dei libri, attribuito dai papi alla 
Inquisizione dopo il Concilio di Trento.
L'Indice dei libri proibiti fu ignoto alla Chiesa per pi 
di 15 secoli.  vero che nel 494 papa Gelasio in un conci-
lio tenuto a Roma, fece un elenco di libri, de' quali alcuni 
dichiar falsi e da rigettarsi, e altri viziati s, ma non per-
ci del tutto inutili e da potersi tuttavia leggere; ma primo, 
quel concilio non si attribu alcuna autorit coercitiva, la 
quale solo appartiene alla potest civile; in secondo luogo 
quell'elenco non annumerava se non se libri che riguarda-
vano essenzialmente la religione quali erano libri sacri 
apocrifi, atti favolosi di martiri, leggende di santi o false o 
guaste da falsit; e quantunque abbondassero i libri degli 
eretici e quelli dei pagani contro il cristianesimo, nessuno 
ne conta l'elenco di Gelasio. Questa libert continu nella 
Chiesa nei secoli seguenti, finch l'invenzione della stam-
pa e la riformazione di Lutero mutarono le condizioni del-
la Santa Sede.
Gli scolastici, nei secoli di mezzo, volendo raffazzonare 
il cristianesimo sul modello della filosofia di Aristotele, si 
perdettero in un mare di metafisiche indagini, dove ebbero 
per scorta piuttosto l'immaginazione che una sana logica. I 
misteri pi astrusi della teologia cristiana furono da loro 
soggettati a curiosa disamina, pretesero analizzarli persino 
nelle pi minute particolarit; onde nacquero infinite opi-
nioni e definizioni di dogmi ignoti agli antichi. Da altra 
parte i monaci, camminando di superstizione in supersti-
zione, inventarono riti nuovi; e i papi trascorrendo di abu-
so in abuso si arrogarono autorit sconfinata. Ma la soper-
chia avidit dei cherici stanc la lunga credulit, e lo intel-
letto umano sbucciando poco a poco da una et di tenebre 
verso la luce, alla obbedienza per l'autorit, i pi perspicui 
ingegni cominciarono a sostituire l'esame personale. Vi-
cleffo e Giovanni Hus aprirono la strada a Lutero e Calvi-
no e agli altri riformatori del secolo XVI, che usando il 
beneficio della stampa assalirono di fronte le dottrine sco-
lastiche, e rimontando agli insegnamenti della Scrittura 
impigliarono i loro oppositori, costretti a farsi unico ap-
poggio della potest dei papi. Ma questa pure fu impugna-
ta, e l'istoria ne dimostr la recente origine.
Veramente i riformatori passarono da un estremo all'al-
tro, e per voler troppo raffinare, degenerarono in una teo-
logia non meno fanatica di quella da cui pretendevano 
campare. Ma quando lo spirito umano si  messo sulla via 
delle indagini non  pi possibile rattenerlo; come quando 
giace instupidito nella inerzia non  virt che valga a 
smuoverlo. I traviamenti del protestantismo si dissiparono 
col tempo, e rest il molto buono che portava seco, e frut-
t un beneficio immenso. L'istoria, la critica, la giurispru-
denza, lo studio dell'antichit coltivate con molto ingegno 
dai protestanti, indi anco dai cattolici, divennero pericolo-
se al papato; e poich tutti i rami del sapere si affigliano e 
si sussidiano a vicenda, esso vide in ciascuno di loro un 
nemico.
Una potest abusiva, non potendo sussistere a confronto 
colla ragione, egli  forza sostenerla colla violenza, e la 
libert del pensiero  sempre all'avvenante delle persua-
sioni che stanno a favore di un governo; ma la corte di 
Roma provava per esperienza che ove questa libert sussi-
stesse, ella correva l'estremo suo rischio, in conseguenza 
di che essere necessario di aggiogare di nuovo gli uomini 
e dirigerne le opinioni a modo suo. Paolo IV, papa ferocis-
simo, conobbe che gli argomenti de' teologi non giovava-
no a convertire gli eretici, e che la moltiplicazione delle 
dispute riusciva anzi di danno agli interessi della Santa 
Sede, e raccomandandosi a rimedio pi spedito sotto il 
suo pontificato e sotto i seguenti l'Inquisizione arse a mi-
gliaia le vittime, e lo spavento divenne universale. N di 
ci pago, pubblic l'anno 1564 il suo Indice dei libri proi-
biti, lista di proscrizione letteraria in cui non solo sono 
computati libri precisamente eretici, ma altri moltissimi 
che appartengono alle scienze e alle arti; e vi prepose un 
codice di regole cos minuziose e accompagnate dalle 
solite scomuniche, che ove osservate fossero nessuno po-
trebbe pi leggere neppure il catechismo o il Pater noster 
volgarizzato senza essersi prima consultato col confesso-
re. Lo mand a tutti i principi perch lo facessero esegui-
re, e perch non fallisse l'intesa, ne affid la cura a' vesco-
vi, a' preti e a' frati, e pi di tutto al sant'Offizio, al quale i 
librai dovevano notificare in un dato termine le opere pro-
scritte o per arderle o per conservarle, a talento dei frati.
Ci per il gi fatto; per quello da farsi, nessun tipografo 
stamperebbe pi un libro se prima non fosse esaminato 
dagli inquisitori, talch tutti dovevano pensare, scrivere e 
leggere come piaceva ai frati.
N qui si fermarono le diligenze della corte di Roma. 
Osservando che molti celebri autori di ortodossa fede, vis-
suti prima del( ) 1514, avevano esternato opinioni non 
punto favorevoli alla Curia, e che la loro autorit poteva 
tornare nociva, fu instituita (come dissi gi) una congrega-
zione di deputati a correggerli, cio a levarvi quelle opi-
nioni e a sostituirne altre pi accomodate ai propri interes-
si, col qual ripiego li facevano parlare a modo loro. Al ca-
po XVIII ne ho gi portato un esempio; qui colgo occa-
sione per ricordarne un altro. Il celebre architetto Leone 
Alberti, in un luogo del suo trattato di architettura, racco-
manda di non erigere che un solo altare nelle chiese sic-
come si usava dagli antichi; ma ci essendo contrario 
all'uso moderno, perch, come osservava il vescovo Sci-
pione Ricci, i molti altari vogliono molte messe, e le mol-
te messe vogliono molti preti, il che torna a profitto della 
corte di Roma, quel passaggio fu fatto cancellare nelle po-
steriori edizioni, perch sente di eresia.
Gli effetti di misure cos dispotiche furono appunto 
quali si desideravano, ruina dell'arte dei tipografi e igno-
ranza universale. Ma in Venezia il commercio librario era 
un ramo lucrativo d'industria e che non pure al lustro della 
Repubblica, ma, quello che pi importa, sopperiva ancora 
alle agiatezze di assai privati; e poich gli ecclesiastici 
non misurano le cose se non dal lato dell'interesse che vi 
hanno, ove il governo avesse a loro affidato la censura e 
accettato l'Indice, la rovina de' librai era infallibile. Mal-
grado i rifiuti, Clemente VIII, avendo nel 1595 rifatto l'In-
dice con nuove addizioni, e pressando la Repubblica per-
ch lo accettasse, si stipul un concordato speciale per cui 
le regole furono ristrette, la revisione fu mandata ai cheri-
ci per le cose puramente dogmatiche, ma l'approvazione o 
reiezione riservata al solo maestrato secolare.
Con tutto ci i ministri romani, sempre accorti a benefi-
ciarsi del tempo, vollero che del concordato non si stam-
passero pi che 60 copie: bene apponendosi che in breve 
si sarebbono o dissipate o smarrite, da' librai dimenticate 
le clausole, dimenticate da' magistrati, e cogli anni dal Se-
nato, talch avrebbe potuto l'Inquisizione insorgere, e la 
Curia rinnovare le sue pretese.
N questa se ne stette lungo tempo a bada. Abbiamo 
vedute le insidie mosse nel 1608 per la proibizione de' li-
bri contro l'interdetto; non riuscita, diede tocchi di tempo 
in tempo. Nel 1609 la Curia ne prese occasione dal libro 
del re d'Inghilterra; la Repubblica proib la vendita di quel 
libro, ma continu a permettere la vendita degli altri che il 
papa voleva proscritti. Nel 1610 furono ripetute le querele 
per la stampa di alcuni altri libri ingrati a Roma, ma il go-
verno veneto non aveva mutato parere. Nel 1612 il Bel-
larmino pubblic il suo libro sulla potest del pontefice; il 
Consiglio dei dieci lo proib, Roma se ne dolse; chiese la 
proibizione di altri libri, ma indarno. Finalmente nel 1615 
apparve in Venezia un Trattato in cui fra gli abusi degni di 
emenda nel corpo politico erano dimostrate le immorali 
conseguenze del celibato ecclesiastico. Si commosse allo-
ra tutto il vespajo dei preti: l'Inquisizione pretese di stag-
gire il libro e l'autore e lo stampatore, l'appoggiava il nun-
zio e suscitava a nome del santo padre la questione 
dell'Indice. Ma il governo fu fermo nel suo proponimento, 
e chiese al consultore a quali condizioni fosse stato am-
messo il sant'Offizio, con quai leggi regolato, e come si 
potesse dargli un assetto definitivo, onde in avvenire non 
potesse pi uscire dai suoi termini; e in ultimo che si do-
vesse pensare sopra la materia dei libri proibiti, e fin dove 
appartenesse alla ecclesiastica, fin dove alla civile potest. 
Fu allora che il consultore scrisse il suo Discorso della o-
rigine, leggi ed uso dell'Offizio della Inquisizione in Vene-
zia, che pu dividersi in tre parti: la prima comprende una 
ricapitolazione dei decreti del Senato e del Consiglio dei 
dieci distribuiti in 39 capitoli o regole da osservarsi nella 
pratica di quel tribunale; nella seconda espone l'istoria del 
sant'Offzio e come fu introdotto in varii stati e con quali 
forme; la terza  un commentario sui 39 capi anzidetti, 
dove non solo li spiega, ma dimostra con la ragione e coi 
fatti la necessit di doverli adottare. L'opera  delle pi 
brevi che furono scritte su questo argomento; non parla 
delle atrocit inquisitoriali, ma tutto ci che riguarda la 
storia e la giurisprudenza di quel tribunale vi  trattato con 
ampiezza e profondit. Ed oltre che  curiosa per varii a-
neddoti o nuovi o poco conosciuti,  anco indispensabile a 
chi vuole conoscere la storia legislativa e politica della 
Repubblica veneta.
Il cardinale Albizzi, pi di settant'anni dopo, si assunse 
l'inutile fatica di confutare questa operetta; ma il suo in 4. 
giace negletto nella polvere delle biblioteche, mentre il 
discorso del consultore fu tradotto in varie lingue e in pi 
luoghi e tempi ristampato.
In un altro opuscolo intitolato Discorso sulle stampe, 
richiama Fr Paolo i concordati con Clemente VIII del 
1596, fa notare le scaltrezze dei Romani onde eluderlo, ed 
espone le regole onde fare che sia osservato in modo che 
non importi nocumento al commercio librario, n molestie 
agli autori ed a' librai. In una breve Scrittura toccante pure 
il sant'Offizio, diceva: Non vi  attenzione bastante per 
invigilare sopra gli inquisitori, n permetter loro che sotto 
alcun pretesto dilatino le fibre, appoggiati sopra le instru-
zioni della Corte romana che cerca con tali modi di esten-
der la sua autorit anco negli affari dei principi sovrani, 
rilevando col mezzo di quelli i secreti di questi.
 mirabile che in un secolo superstizioso e barbaro; in 
un secolo in cui persino gli uomini illuminatissimi crede-
vano alla maga, alle streghe, agli incantamenti; in cui i 
giureconsulti scrivevano grossi libri sulla stregoneria, e 
raccontavano colla maggiore seriet le cose pi incredibi-
li, in cui i teologi scrivevano trattati sull'arte degli esorci-
smi; in cui non vi era paese dove tra le fiamme non crepi-
tasse qualche infelice accusato e convinto di avere conver-
sato col demonio, di essere volato per aria, di essersi tra-
sformato o in lupo o in un gatto o in can nero, di avere uc-
ciso alcuno o coll'alito o col guardo, o di avere eccitata la 
gragnuola o il fulmine:  mirabile, dico, che codesto frate 
avesse il coraggio di chiamare la stregoneria una legge-
rezza di opinione, una semplicit di donnicciuole che me-
rita pi l'instruzione del catechista che la severit dei giu-
dici. Un giureconsulto francese, Enrico Boguet, che pub-
blic nel 1608 un lungo Discorso degli Stregoni con istru-
zioni opportune pei giudici che devono processarli, fu tan-
to scandalizzato della Repubblica veneta che si faceva 
scrupolo di condannare a morte uno di quelli se la sua 
stregoneria non era provata all'evidenza, che la stim nep-
pur degna di essere nominata. Se avesse poi sentito Fr 
Paolo a trattare la fattucchieria di puerile superstizione, 
non so fino a qual punto sarebbe asceso il suo sdegno.
(1615-18). La guerra in cui si era impegnata la Repub-
blica coll'Austria a cagione degli Uscocchi, il bisogno di 
tenersi armata per guardarsi dalle insidie della Spagna, e 
le spese necessarie al mantenimento delle truppe, l'obbli-
garono ad accrescere le pubbliche gravezze; ma volendo 
che ciascun membro dello Stato vi contribuisse in rata 
proporzione, volle che i cherici ancora pagassero la loro 
parte. Ci diede occasione a nuovi litigi colla Curia, in-
cominciati fino dal 1614 e continuati ad intervalli per 
quattro anni. Fra le varie scritture dettate dal consultore in 
queste circostanze, avvi un eccellente opuscolo, in cui 
narra per brevi capi l'origine delle immunit reali dei che-
rici, e due altri in cui dichiara ed amplifica il significato 
della legge 26 marzo 1605 che proibiva di alienare beni 
stabili a persone e luoghi ecclesiastici. Si ricorda il lettore 
che questa legge fu una tra le cause dell'interdetto; ma i 
cherici erano riusciti ad eluderla costituendo in loro favore 
livelli sui beni medesimi, per cui invece di uno stabile ri-
cevevano un censo di rendita, ovvero il prezzo del riscatto 
da chi preferiva liberarsene. Il governo, volendo tagliare le 
unghie a questo nuovo genere di rapina, chiese al Sarpi se 
il testo della legge poteva estendersi anco al divieto di co-
stituire livelli; ed egli rispose per l'affermativa in due con-
sulti, di cui a stampa non si hanno che abozzi o frammen-
ti. Da questi oggetti pass nel 1618 a parlare anco delle 
decime, che era il sistema di percezione de' tributi pagati 
dagli ecclesiastici, ne fece conoscere i difetti, e propose il 
modo di migliorarlo senza derogare al testo delle bolle 
pontificie e senza impetrarne delle nuove. In questi varii 
piccioli scritti l'autore mostra sempre una profonda cogni-
zione non pure dell'istoria, ma e della giurisprudenza e 
della pubblica economia. Ci nondimeno quantunque i 
suoi raziocini siano per consueto giusti e sodi, uopo  di 
confessare che alcuna volta si perdono in cavillazioni le-
gali. Imperocch l'autore dovendo in certi casi sparmiare i 
pregiudizi di alcuni senatori che, per ignoranza o per biz-
zoccheria, volevano circoscriversi entro i termini del dirit-
to pontificio, era costretto ad eludere le difficolt con in-
terpretazioni capziose, cui egli stesso disapprovava, co-
mecch tornassero utili pel momento; ma quando pu ab-
bandonarsi al proprio giudizio ed esprimere liberamente i 
suoi concetti a statuali capaci d'intenderli e di apprezzarli, 
allora sciogliendosi da tutti gl'impacci di una giurispru-
denza viziosa, ne deduce principii ed argomentazioni di 
singolare robustezza. Osservo ne' suoi consulti, che i pi 
spregiudicati sono quelli diretti al Consiglio dei dieci, 
composto ordinariamente delle persone pi illuminate del-
la Repubblica. Sono pari quelli diretti al Collegio quando 
devono servire d'istruzione a questo solo corpo; ma i pi 
deboli, o, per dirla alla veneziana, i pi circospetti sono 
quelli che dovevano essere letti in Senato, perch ivi la 
moltitudine e la variet degli umori e delle intelligenze 
obbligava il consultore a molte cautele: massime che quel 
corpo si andava empiendo di giorno in giorno d'uomini 
pusillanimi, che altri cominciavano a stancarsi delle inces-
santi contese cogli ecclesiastici, ed altri invecchiando e 
spauriti dai loro confessori cominciavano a patire rimorso 
della opposizione sostenuta contro il santo padre, della 
quale decadenza il Sarpi si duole spesse volte nelle sue 
lettere.
Pi di un lettore aspetta forse che io parli di una operet-
ta contenente consigli sul modo di governare la Repubbli-
ca di Venezia, attribuita comunemente a Fr Paolo, e che 
ha fatto molto strepito; ma non  sua, come dir pi a lun-
go nell'Appendice bibliografica.
...
.
...
CAPO VENTESIMOQUARTO.
.
(1609-17). Dalle cose fin qui discorse chiaro apparisce 
quanto nel periodo tra il 1608 e 1617 dovesse essere il 
consultore occupatissimo nelle faccende di pubblica am-
ministrazione, oltre al tempo che gli toglievano i doveri 
del suo Stato e i disturbi che gli apportavano i privati che 
a lui per consiglio ricorrevano: deve perci fare maravi-
glia che tanto gliene sopravanzasse ancora per dedicarsi 
alle scienze. Nelle lettere al suo amico Leschassier avvene 
una del 3 febbraio 1610, in cui gli d conto di alcune nuo-
ve osservazioni sulla declinazione dell'ago calamitato fatte 
in Aleppo dal suo amico, il patrizio Francesco Sagredo; in 
altra del 16 marzo gli descrive il telescopio seguendo la 
costruzione del Galileo, e gli accenna le scoperte di questo 
fatte nella stella di Giove e in altre costellazioni fisse; e in 
una terza del 27 aprile, gli ragiona a lungo delle osserva-
zioni proprie fatte con esso telescopio intorno le fasi che 
reciprocamente si presentano la terra e la luna, e del modo 
con cui ricevono o si tramandano a vicenda la luce; indi 
delle macchie lunari, cui egli, prevenendo le posteriori 
scoperte, suppone cavit ed eminenze; e finisce pronosti-
cando che l'invenzione del telescopio avrebbe mutato fac-
cia alle scienze astronomiche, facendole progredire im-
mensamente. Fu forse in questa occasione che mand al 
Le-schassier un saggio di selenografia, o carta lunare, di 
cui fu trovata copia fra le sue schede, colla data del 1610: 
Dove, dice il Grisellini, miravansi locate nei propri siti, 
con plausibile proporzione, moltissime delle piccole, oltre 
delle grandi macchie, le quali poi dall'Evelio e dal Riccioli 
furono per analogia appellate Pontus Euxinus, Mare Medi-
terraneum, Cholehis, ec.. Dal che risulta il Sarpi essere 
stato il primo a immaginare le tavole selenografiche. Cer-
to  che delle scienze astronomiche e dei nuovi fenomeni 
che presentava l'invenzione del telescopio il consultore si 
dilettava moltissimo, ed egli stesso ci fa sapere che anda-
va spesse volte a Padova a far visita al Galileo, e trattener-
si con lui di dotte cose.
Fu due anni innanzi che il caso aveva fatto trovare ad 
un olandese il cannocchiale, e che la scoperta di questo 
istromento divulgatasi per l'Europa sugger al Galileo l'in-
venzione del telescopio. Quando io era giovane, scrive 
Fr Paolo parlando del cannocchiale, pensai ad una tal co-
sa e mi pass per mente che un occhial fatto di figura di 
parabola potesse far tal effetto. Avevo ragioni e dimostra-
zione, ma perch queste sono astratte e non mettono in 
conto la repugnanza della materia, sentivo qualche oppo-
sizione. Per questo non mi son molto inclinato all'opera, e 
questa sarebbe stata faticosa, onde n confirmai, n repro-
bai il pensier mio con l'esperienza. Non so se forse 
quell'artefice (intende l'olandese) abbia riscontrato col mio 
pensiero. Queste poche parole sfuggite ad uomo tanto 
modesto e cos avaro di render vanto a s stesso danno 
credito a ci che narra Fr Fulgenzio, che essendo stato 
portato un cannocchiale a Venezia, chiuso dal geloso ven-
ditore in una cassetta, e pel quale domandava mille zec-
chini, la Signoria chiese il Sarpi del suo giudizio sull'uso 
che poteva farsene; ma egli, senza veder l'istrumento e so-
lo udendo narrarne gli effetti, ne immagin l'artifizio; indi 
conferitone col Galileo, questi gli dichiar che aveva clto 
nel segno. Dal che apparirebbe che la costruzione del pri-
mo telescopio fu ideata dal Sarpi, e presa e condotta a fine 
da ambedue insieme; e che i consigli del frate veneziano 
abbiano giovato al Fiorentino per indi perfezionarlo. Ami-
co intrinseco del grande astronomo, dal quale era onorato 
e chiamato maestro suo, parteggi con lui subito che mise 
in voga, e cominci ad insegnare nella universit di Pado-
va il sistema di Copernico.
Grisellini riferisce un frammento ch'e' dice cavato dalle 
schede di Fr Paolo, e che allude alla gita del Galileo a 
Roma, quando nel 1611 fu invitato da quella corte a por-
tarsi col e mostrare co' suoi telescopi le nuove maraviglie 
da lui scoperte nel cielo; ed  il seguente: Ora che per 
avviso dell'illustrissimo e chiarissimo senatore misser 
Domenico Molino intendo che misser Galileo Galilei  
per trasferirsi a Roma, l invitato da varii cardinali a fare 
mostra di suoi inventi nel cielo, io temo che se in tale cir-
costanza egli metta in vista le dotte ragioni che lo portano 
ad anteporre circa il nostro sistema solare la teoria del ca-
nonico Copernico, non incontrer nel genio dei gesuiti e 
degli altri frati. Cambiata da costoro la questione fisica ed 
astronomica in teologica, prevedo con mio massimo di-
spiacere che per vivere in pace e senza la nota di eretico e 
di scomunicato dovr ritrattare i suoi sentimenti in tal 
proposito. Verr per il giorno, e ne sono quasi certo, che 
gli uomini da studi migliori rischiarati deploreranno la di-
sgrazia del Galileo e l'ingiustizia usata a s grand'uomo; 
ma intanto egli dovr soffrirla, e non lagnarsene che in se-
creto. Questo pezzo ritrae molto delle maniere di Fr Pa-
olo, e non ho dubbio che non sia suo, ma il Grisellini deve 
avervi fatte alcune manipolazioni, massime nei due ultimi 
periodetti, per dargli un tuono pi enfatico, tuono che non 
mai si trova negli scritti del consultore. Ritenendo nondi-
meno che la sostanza sia di Fr Paolo, si vede con quanta 
acutezza abbia egli prevedute le disgrazie che pi anni 
dopo sopravvennero al suo amico, e che gli fece incresce-
re di avere abbandonata l'universit di Padova, dove l'In-
quisizione non avrebbe potuto allungare le infernali sue 
unghie sopra di lui per siedere in quella di Pisa, dove i 
granduchi di Toscana troppo debolmente lo protessero.
Come ho detto, essendosi perduto il carteggio di questi 
due grandi uomini, non possiamo dire fino a qual punto 
Fr Paolo abbia contribuito ai progressi dell'astronomia. 
Quanto alle matematiche pure, egli stesso ci dice che la 
moltiplicit delle faccende, e pi ancora la morte di Mari-
no Ghetaldi che lo stimolava, avevano alquanto rallentato 
del suo ardore; non perci pass mai tempo in cui le aves-
se al tutto intermesse. Anzi le riprese da poi, e sempre pi 
meditando sulla nuova via spaziata dal Vite, aveva scrit-
to, e sembra che fosse omai alla sua perfezione nel 1615, 
un trattato della Ricognizione delle equazioni che per te-
stimonianza di Alessandro Anderson, era avidamente atte-
so dal pubblico. E qui giovi dire che lo stesso Anderson e 
Giacomo Aleaume, matematici insigni di quel tempo, 
mandavano prima di darle a luce, le loro opere al consul-
tore per udirne il giudizio.
Nel 1617 si era occupato di osservazioni intorno al ba-
rometro e sopra il calcolo del moto che fa una palla cac-
ciata dal cannone. Scrisse ancora, non sappiamo in qual 
tempo, un trattato sul Moto delle acque, dove aveva preso 
a spiegare il fenomeno del flusso e riflusso del mare. Le 
aride notizie che abbiamo su questi oggetti non ci permet-
tono d'indagare quali fossero le sue opinioni e fino a qual 
segno arrivasse colle scoperte. Da Fr Fulgenzio sappia-
mo solamente in confuso che Fr Paolo fu autore di una 
ipotesi che spiegava per un moto unico il sistema dell'uni-
verso, il che verrebbe a coincidere colle ipotesi copernica-
ne; che fu autore di macchine ingegnosissime, eziandio 
militari e di strumenti; che i pi riputati meccanici non i-
sdegnavano di consultarlo sui loro lavori, che l'invenzione 
del pulsiligio, o istrumento da misurare le battute dei pol-
si, attribuita al Sartorio, sia invece del Sarpi; e che ai lumi 
e consigli di lui fosse lo stesso Sartorio debitore d'avere 
ritrovato le leggi della sua statica. Narra eziandio che il 
cavaliere Alfonso Antognini, capitano di molta riputazio-
ne, e dotto assai nella strategia, avendo scritto un libro 
dell'arte militare, and appositamente a Venezia per confe-
rire col Sarpi intorno alla costruzione e l'uso delle mac-
chine degli antichi, e in particolare intorno agli specchi 
ustori, ond' fama che Archimede si servisse ad incendiare 
le navi dei Romani che assediavano Siracusa; e che Fr 
Paolo non pure lo forn di notizie, ma gli corresse eziandio 
le descrizioni e i disegni; e degli specchi parlando, bench 
omai da 40 anni non si occupasse pi di quegli esperimen-
ti, gli addusse la probabilit del fatto cavandola da dimo-
strazioni fisiche e matematiche, e gli disegn altres le fi-
gure.
Fra le schede sarpiane, nota il Grisellini di avere veduto 
un comento sopra il celebre passo di Cicerone:  mirabi-
le una certa continuazione e serie delle cose, talch conca-
tenandosi l'una coll'altra, si vedono fra loro sussidiate e 
collegate a vicenda: sul quale Fr Paolo dissertando ra-
giona della scala degli esseri, e come per varie digrada-
zioni i corpi inorganici vadano a congiungersi ai corpi or-
ganizzati non animati, e questi poi agli animati, sempre 
progredendo per nessi diversi; ma l'analisi che ne d sem-
bra esagerata e che senta di soverchio le dottrine moderne, 
e particolarmente di Bonnet. Sicuramente il pensiero di 
Fr Paolo era meno sistematico, e non meno ingegnoso e 
profondo; e avrei preferito che il Grisellini ce lo avesse 
conservato nel sobrio ed originale suo stile, piuttosto che 
esporcelo in un modo in cui la infedelt  troppo visibile.
Infine, se  vera la fama conservata da una lunga tradi-
zione, sarebbono testimoni dell'ingegno architettonico di 
Fr Paolo e il palazzo Donati alle Fondamenta Nuove, e il 
teatro anatomico di Padova, attribuiti a suo disegno.
Comunque sia, egli  pur fuori di dubbio che Fr Paolo 
sorpass in sapere ed ingegno ogni altro grand'uomo del 
suo secolo, e sparse una immensa luce anco sulle et futu-
re. Imperocch, quantunque nulla, o pressoch tanto ci sia 
rimasto di quanto fece per le scienze, i suoi tentativi, i 
suoi lumi, le sue scoperte comunicate ad altri, servirono di 
possente impulso, e giovarono come insegnamenti. Sareb-
be un pirronismo affatto irragionevole il negare che il Sar-
torio, l'Acquapendente e forse pi di tutti il Galileo, non 
ne abbiano approfittato, e che molte delle loro scoperte 
non siano state incoraggiate o suggerite dal consultore. 
Quantunque altri lo abbia preceduto in alcuni tentativi, si 
pu dire esser egli stato il primo ad applicare l'esperienza 
e l'analisi all'esame dei misteri della natura. E questa sco-
perta vale essa per mille, e forse il gran Bacone di Veru-
lamio dovette al carteggio che ebbe con Fr Paolo molte 
di quelle sublimi sue idee, l'applicazione delle quali diede 
una spinta cos poderosa al progresso delle scienze.
Pari alla dottrina furono gli encomii dati a cos 
grand'uomo; abbiamo gi vedute che opinione ne avesse-
ro, come scienziato, Della Porta, Acquapendente, Galileo; 
come teologo la stima in cui fu tenuto lungamente a Roma 
ne  una non dubbia prova; come giureconsulto e uomo di 
Stato, il credito di cui godette nella sua patria, e fra gli e-
stranei. Il celebre napolitano Francesco Conforti scriveva 
di lui queste poche ma significantissime parole: Fra tutti 
coloro che scrissero in diritto pubblico-ecclesiastico, niu-
no  che superi il Sarpi. Lungo sarebbe riferire gli enco-
mii di che l'onorarono gli oltramontani; un solo baster 
per tutti, e sia quello del suo amico Claudio Salmasio: Il 
Sarpi, egli scriveva, vindice acerrimo, finch visse, della 
patria libert, del quale un pi felice ingegno, dopo il rina-
scimento delle lettere, non nacque mai: e neppure per 
molti secoli innanzi; e pare che la natura spendesse tutti i 
suoi sforzi per formarlo, e tosto ne rompesse il conio ac-
ciocch niun altro potesse esistere o pari o simile. N 
tante lodi furono l'effetto di adulazione o di fanatismo fin-
ch e' visse, ch anco dopo la sua morte una medaglia co-
niata in suo onore lo intitola Doctor gentium; a pi del ri-
tratto di lui, che credesi opera di Leandro da Ponte e che 
tuttora esiste nella biblioteca di San Marco a Venezia, si 
leggono aggiunte al suo nome i qualificativi di vir ad mi-
raculum doctus, integer, justus; le lusinghiere epigrafi 
scritte sul suo sepolcro, massime quella di Giovanni An-
tonio Veniero, che per decreto pubblico doveva essere e-
sposta sul suo monumento, e l'avidit con cui furono ri-
cercati, stampati, letti, tradotti i suoi scritti e la sempre 
crescente sua fama, malgrado le calunnie e le diffamazioni 
del partito curiale, e le forzate confessioni degli stessi suoi 
nemici, sono testimoni che il suo merito fu eminente e che 
l'ammirazione de' passati non era meno giusta del rispetto 
che gli hanno portato i posteri. A San Vito nel Friuli, per 
religione alla memoria del figlio si conserva tuttora e mo-
stralasi al forestiero l'umile casetta ove nacque il padre di 
Fr Paolo: tenero e generoso orgoglio di un popolo, pari a 
quello dei Mantovani che fino al secolo XIII venerarono 
l'albero a pi del quale credevano essere nato Virgilio.
I colpi terribili e funesti da lui vibrati alla Curia romana 
e gli effetti progressivi delle sue dottrine lo hanno devoto 
all'odio di una fazione numerosa ed attiva, e che per molti 
palesi ed arcani mezzi esercitava e tuttora esercita una 
grande influenza sopra le opinioni della societ. Ma cote-
sti che pur riuscirono a rendere odiosi a' cattolici i nomi di 
Lutero, di Calvino e di altri nemici della monarchia papa-
le, quantunque abbiano accumulato sulla memoria del 
Sarpi un abborrimento ancora maggiore, la riputazione di 
lui si  non pure conservata, ma sempre accresciuta; il che 
deve ascriversi in parte alla costanza del governo veneto 
che fino alla sua caduta sempre difese arditamente la glo-
ria del suo consultore, ma pi di tutto alla posizione felice 
che Fr Paolo seppe scegliere nel fare la sua opposizione. 
Rispettando le credenze ricevute, assal gli abusi evidenti 
e sentiti, e che pi d'accosto interessavano il mondo. 
Quindi le sue verit rimasero, e il tempo, che riforma tante 
opinioni o ne cancella i prestigi, ha confermate, dopo tre 
secoli di avvicendamento e di progressi sociali, tutte quel-
le del consultore.
Fra tanti onori, con tanta fama, soggetto di ammirazio-
ne all'Europa e di odio immenso a Roma, pegno carissimo 
a' suoi nazionali, curiosit de' pi illustri viaggiatori, am-
bizione dei principi che lo invitavano alla sua corte, e pi 
grande di loro, Fr Paolo conserv sempre lo stesso gene-
re di vita, modesta e povera. La sua virt, superando la 
vilt dei suoi nemici, ne spregiava le ingiurie o le compa-
tiva, e quando gli veniva parlato di taluno che si prendeva 
il rio gusto d'oltraggiarlo, era solito rispondere: Che vo-
lete? Gli  toccato un cervello e una condizione tale d'inte-
ressi che non pu far altro. Udendo che monsignor Zac-
chia, nuncio apostolico a Venezia, ed altri Romanisti non 
mai dicevano il suo nome senza accompagnarlo di villani 
epiteti, quasi egli si fosse il pi tristo uomo del mondo: 
Hanno ben ragione, rispose, non c' paragone tra me e 
loro. Egli vogliono essere perfettissimi e santissimi, ed io 
non pretendo a tanto. Sprezzatore della fortuna e de' suoi 
prestigi, aveva spesso in bocca, il proverbio: Si spiritus 
dominantis super te ascenderit, locum tuum ne deseras: 
Se ti assale lo spirito di predominio, non abbandonare il 
tuo posto. E ancora Chi cammina in su le zanche e sie-
de in alto, non diminuisce fatica, ma sta pi in pericolo. 
La sua vita era cos innocente, che il signor di Villiers, 
ambasciatore di Francia a Venezia, udendo il nominato 
nunzio che lo chiamava ipocrita, non pot ristarsi dal dir-
gli: Monsignore, voi lo chiamate ipocrita, eppure non 
l'ho mai veduto far alcuna delle azioni solite agli ipocriti: 
non mai andar per strada col rosario in mano, non a baciar 
medaglie, non a fare il santoccio per le chiese, non a par-
lare con affettata spiritualit. Gl'ipocriti cercano bene di 
mascherarsi di piet, ma accade pure che si scoprano i fini 
loro, perch la pelle dell'agnello non basta a coprire il lu-
po. L'avarizia, l'ambizione, i piaceri sono ordinariamente 
lo scopo di costoro; ma se la virt di Fr Paolo merita 
nome d'ipocrisia, confesso che non ci vedo n oggetto n 
fine.
...
FINE Parte 2.